| Dr. Raffaele D'Errico medico-chirurgo specialista in pediatria |
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| senso critico nei figli |
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Per sviluppare un senso critico nei figli |
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EDUCARE OGGI |
a cura di Paolo De Marchi 10/6/1999 | |
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Spirito critico e cultura | Il problema della comunicazione | Realismo | Rispetto | Distacco | Capacità di indignarsi | Coraggio | Fiducia | Sincerità e semplicità | Buon umore | |
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Parleremo del senso critico "sano", che mira cioè a costruire, a formare (termine, questo, che tornerà spesso in seguito): parleremo, in altre parole, della critica utile a sé e agli altri, e non di quella critica corrosiva e sterile, fine a sé stessa forse divertente, al primo momento, ma così amara nella sostanza che si riduce a vuoto scetticismo, quando non a cinico pessimismo: e finisce per assomigliare (come ha scritto Eliot più di settant'anni fa, riferendosi alla critica letteraria: ma il rilievo è sicuramente generalizzabile) a "una disputa domenicale" condotta da "oratori litigiosi" con "violenza e arroganza o con eccentrica stramberia". |
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Una
critica di tal genere non fa che mettere sempre in discussione tutto,
non porta a nulla e, fra l'altro, ha una capacità enorme di incidere
all'esterno: come insegnano i pubblicitari, chi parla bene di un
prodotto influenza al massimo tre persone, mentre chi ne parla male ne
influenza almeno dieci. Quando poi tale critica è diretta verso le
persone, altro non è che maldicenza, mormorazione, e nei casi più
gravi addirittura calunnia. Conviene
invece rifarsi all'etimologia del termine: critica deriva infatti dal
greco krino, che ha un significato pienamente positivo, in tutte le sue
varie accezioni (penso, decido, stimo, giudico, scelgo, eccetera). Ora,
proprio partendo da questa angolazione positiva, si può dire che lo
spirito critico è il presupposto fondamentale della cultura, ossia di
tutto quanto concorre a sviluppare in modo armonico le tre facoltà
dell'uomo volontà, intelligenza, sentimento , così da consentirgli di
diventare sempre più sé stesso, nella sua unicità e irripetibilità. Quando
si parla di cultura, infatti, non ci si riferisce a un accumulo passivo
di nozioni e di conoscenze (che produce al massimo un buon topo di
biblioteca), ma a tutto ciò che sviluppa ogni uomo in quanto persona,
in tutti i suoi aspetti: non ci si riferisce dunque alla
"superficie" del sapere, ma alla sua "densità", al
suo "spessore", e pertanto alla capacità di riflessione e di
sintesi, alla capacità di andare al nocciolo dei problemi e di
distinguere l'essenziale dal transitorio e dall'effimero. La
vera cultura, insomma, non si ferma alle conoscenze da cui può derivare
un sapere magari appagante, però infecondo , ma sa procedere da queste
alla vita, nella convinzione che sia possibile migliorare sé stessi e
il mondo che ci circonda: il quale è intrinsecamente buono anche se
leso dal peccato originale e non va buttato via e ricostruito dalle
fondamenta, per ottenere un irrealizzabile "uomo nuovo" (come
hanno vagheggiato gli utopisti di tutti i tempi e come hanno
sanguinosamente, ma inutilmente, cercato di fare i totalitarismi del
nostro secolo). In
questo processo dal sapere alla vita, se non si vuole andare a casaccio
e sprofondare nelle sabbie mobili del relativismo, occorre evidentemente
essere ben consapevoli che la verità non siamo noi a farla, ma dobbiamo
solo scoprirla, perché esiste oggettivamente fuori di noi; e che il
bene non è una nozione variabile, ma assoluta. Queste,
in estrema sintesi, le connotazioni essenziali della vera cultura,
termine che ha un riferimento indissolubile, e addirittura etimologico,
con la coltivazione, e in particolare con il "terreno arato",
pronto alla semina, alla crescita e alla fioritura: questa, e solo
questa, è una cultura davvero "formativa", nel senso che è
indispensabile perché l'uomo assuma la sua "forma" completa e
integrale (e va pertanto chiaramente distinta dalle mille culture
"deformanti" che ci circondano). Da
quanto detto finora, deriva l'importanza di sottolineare con vigore la
cruciale necessità se si vuole davvero migliorare di una continua
educazione dell'intelligenza e della volontà, giacché un'autentica
"formazione personale" significa orientamento al
raggiungimento di un bene che è iscritto nella natura stessa della
persona (e che è dunque oggettivo, come vedremo in seguito). Ciò
implica quindi, anzitutto, saper utilizzare bene quegli strumenti
essenziali che sono, appunto, l'intelligenza e la volontà. chiaro che
tempi difficili come quelli che stiamo vivendo richiedono nei genitori e
negli educatori un vero e proprio "supplemento di formazione",
se vogliono realmente aiutare i figli e in genere le persone loro
affidate a divenire persone libere e responsabili, e quindi, in
concreto, a fare delle scelte adeguate alla verità e ad andare
controcorrente: il che, si noti, non vuol dire sognare la restaurazione
di un passato mitizzato come ideale, e comunque irreversibile, ma
sforzarsi di deviare il corso della corrente per riportare il fiume
della realtà nel suo letto originario. Quello
che sicuramente non è consigliabile, è l'atteggiamento rinunciatario e
attendista e spesso più comodo di chi si astiene da qualsiasi
intervento formativo ritenendolo condizionante, nell'illusione che sia
possibile che poi, "da grandi, decidano da soli": il che è,
appunto, un'illusione, perché non si possono isolare i giovani da ogni
influenza e condizionamento fisico e spirituale ; e per quanto attiene,
in particolare, al senso critico "sano", non è certo
astenendosi da giudizi e suggerimenti che esso potrà nascere e
svilupparsi.
Lo
spirito critico è dunque assolutamente indispensabile per costruire una
cultura quale si è sopra delineata. In particolare, è indispensabile
per: ·
filtrare
le influenze esterne, assorbendo solo quanto può davvero arricchire; ·
affrontare
le opere dell'ingegno umano e penetrarle nella loro realtà più
profonda, comprendendone la portata e il messaggio; ·
resistere
alle mode e ai miti sempre rinnovati della società consumistica; ·
opporsi
(come si vedrà meglio più avanti) alla manipolazione, non tanto a
quella palese e pacchiana, quanto a quella occulta e subdola, e perciò
ben più pericolosa. Proprio
lo spirito critico consente di percorrere la prima tappa di quella
grande avventura che è imparare a pensare con la propria testa e quando
tale spirito è sano a pensare bene: d'altronde, già il fatto di
"pensare" è forse, oggi, un fatto rivoluzionario, perché la
fretta, e pertanto la superficialità, impedisce di riflettere, di
fermarsi ad analizzare con calma la situazione per decidere a ragion
veduta, di prestare la necessaria attenzione per riuscire a
interiorizzare i fatti e i sentimenti: insomma, la fretta e la
superficialità impediscono di "pensare" in modo serio, e
quindi di sforzarsi di agire di conseguenza, per migliorare sé stessi e
gli altri. Quello
che conta, in altri termini, è che il pensiero sia
"cosciente", cioè nasca da quel contatto consapevole con la
realtà che riesce a sconfiggere l'ignoranza e a dissipare la foschia
della mera "opinione" (la quale non forma né orienta,
limitandosi a generare un pensiero "incosciente"). Ma
far nascere il senso critico, e poi stimolarlo e nutrirlo, impedendogli
di debordare fino a diventare "malsano" (ossia dispersivo e
onnipervasivo), non è impresa facile. Occorre,
come sempre, cominciare da sé stessi, vincendo la tentazione ricorrente
di usare due pesi e due misure. Ognuno
di noi ha infatti, innata, una esagerata comprensione per sé stesso,
che va unita a una straordinaria capacità di vedere i lati negativi
degli altri, o almeno di non concedere loro quelle opportune attenuanti
che, invece, siamo prontissimi ad accordare a noi stessi (basterà un
esempio molto semplice, anche se forse non estremamente elegante, che
spesso ripete un fine maestro di vita spirituale: se vedo uno che si sta
mettendo le dita nel naso, lo condanno, del resto giusta mente, come
maleducato; ma se lo stesso gesto lo faccio io, subito mi giustifico
dicendo che... mi prudeva!). E
d'altra parte, le cose ci sembrano meno difficili quando le vediamo
realizzate da altri, come fa notare acutamente sant'Ambrogio, il quale
parte da questa osservazione per sottolineare l'importanza del buon
esempio. Tutto
quanto si dirà in seguito, deve perciò trovare il primo campo di
applicazione in noi stessi, perché essere credibili e quindi autorevoli
è la condizione essenziale per educare: e la credibilità nasce
soltanto da un visibile sforzo di coerenza nei comportamenti quotidiani,
sapendo render ragione, con semplicità ma con chiarezza, delle scelte
che si fanno e lasciando quindi percepire facilmente i valori che le
hanno determinate. Tale
sforzo richiede peraltro che si dedichi tempo e tempo di buona qualità
a ciascuno dei figli, per conoscerli sempre meglio e per farsi
conoscere, per scambiarsi idee, per individuare, assecondare, e magari
suscitare interessi: occorre insomma saper chiacchierare con ogni figlio
in modo sciolto, senza prediche e senza sensi di superiorità. Ciò
implica evidentemente, in famiglia, una buona comunicazione: e questa
che suppone un continuo miglioramento del proprio patrimonio affettivo,
intellettuale e morale, e consiste poi nel metterlo in comune è oggi,
obiettivamente, molto difficile. E’
stato detto che un vero matrimonio e una vera famiglia consistono in
tanti anni di comunicazione, e che un vero fidanzamento deve preparare
in profondità questi anni. Ma come comunicare? Non si tratta di
escogitare teorie nuove e originali, o tecniche straordinarie, ma,
essenzialmente, di curare da vicino quei numerosissimi dettagli di cui
è intessuta la vita di tutti i giorni. Basti qualche esempio: ·
pensare
prima di parlare: è questa è una condizione fondamentale per qualsiasi
convivenza, ma è anche fra le più ardue (del resto, la vecchia battuta
secondo cui la differenza fra lo specchio e la donna sta nel fatto che
lo specchio riflette senza parlare e la donna parla senza riflettere, è
sicuramente applicabile anche all'uomo); dopo di che, bisogna parlare
con semplicità, ma anche con precisione, anzitutto lessicale, in modo
che il messaggio sia chiaro: l'ambiguità e la confusione impediscono
una comunicazione efficace. Il presupposto sarà ovviamente voler bene
alle persone con cui si comunica, e questo significa conoscere il loro
carattere, i loro gusti e interessi, le loro reazioni psicologiche, in
modo da evitare di urtarle o ferirle: le stesse cose, infatti, possono
essere dette in tanti modi differenti, ma quelli appropriati sono spesso
assai pochi; ·
saper
ascoltare, dando peso ai problemi dell'altro, condividendo di cuore
gioie, incertezze, sofferenze, perplessità; ·
collaborare
con fatti, e non con le sole parole, all'andamento di quella che
possiamo chiamare l'"azienda familiare"; ·
fuggire
come la peste l'abitudinarismo e la stanca routine, sapendo
"inventare", con spirito di iniziativa e fantasia,
atteggiamenti e modalità di dialogo, e sapendo rinnovare in modo
stimolante anche sul piano intellettuale il rapporto umano; ·
non
fermarsi alla superficie dei problemi, ma saper andare a fondo, passando
dai fatti alle idee che ne stanno alla base; ·
resistere
con forza alla tentazione del permissivismo e della scelta della via più
comoda, nell'illusione che le tensioni possano risolversi con i
compromessi o i cedimenti su ciò che è essenziale (ed è, questa, una
delle tentazioni più ricorrenti e seducenti nella vita familiare); ·
essere
ben convinti, insomma, che per star bene insieme occorre anzitutto
volerlo, e che occorre pertanto saper scegliere con attenzione i mezzi
adeguati a ciascuna delle persone con cui si convive. Vediamo
ora in breve quali sono i principali strumenti per educare a quello che
abbiamo chiamato un "sano spirito critico". Rendersi
conto di come stanno davvero le cose: questo è il requisito
indispensabile per affrontare le piccole e grandi vicende quotidiane. Il
problema centrale della nostra vita è, infatti, conoscere oltre a noi
stessi ciò che sta fuori di noi: la "verità delle cose",
come dicono i filosofi. Perché le cose sono come sono, non come
ciascuno di noi le pensa, o come immagina che siano: e dunque lo diceva
già Aristotele non tutti i punti di vista sono ugualmente validi e
accettabili. L'atteggiamento
mentale odierno è opposto, e si fonda, più o meno esplicitamente, sul
soggettivismo e sul relativismo, predicato nelle più varie salse dal
cosiddetto pensiero debole: "io penso che...", "questa è
la tua opinione, la mia invece...", "a me sembra...",
insomma "i deliranti secondo me" (come li chiama Messori)
costituiscono le più frequenti argomentazioni in una conversazione
qualsiasi su qualsiasi tema, dal più frivolo al più elevato. Di
ciò occorre tener conto in tema di informazione, dove molto spesso è
vero solo quello che appare (basti pensare al povero cormorano
contaminato, che ha invaso tutti i teleschermi della terra durante la
guerra del Golfo, e che era soltanto uno spezzone di repertorio senza
alcuna connessione con la realtà). Certo
è che mai, nella storia, c'è stata tanta informazione come oggi,
eppure oggi come non mai si tende a rimanere alla superficie delle cose,
avvolti in uno sconcertante conformismo. Il
paradosso, tuttavia, è solo apparente, ed è facile spiegarlo: negare
la verità delle cose significa dicevamo spalancare le porte al
soggettivismo, che da un lato costituisce la via più facile e meno
esigente perché mette sullo stesso piano di validità tutte le opinioni
, e dall'altro impedisce scelte davvero libere: infatti la libertà vera
(non la sua triste parodia che oggi viene sbandierata ed esaltata, e che
si riduce ad assoluta indipendenza, a irresponsabile autonomia) suppone
e su questo indissolubile nesso si fonda l'enciclica Veritatis splendor
la conoscenza della verità e la conseguente capacità di decidere (io
sono libero di aprire una cassaforte solo se ne conosco la combinazione,
non se tento a casaccio). Ora,
la conseguenza della mancanza di libertà è una naturale tendenza a
pensarla tutti allo stesso modo e, soprattutto, a comportarsi in maniera
uniforme e gregaria: "Solo nel gregge l'uomo è felice",
osservava già Kierkegaard, con un certo pessimismo, ma non senza
ragione. Ecco
perché l'abbondanza di informazioni con la sua offerta indiscriminata,
che prescinde da qualunque giudizio di valore è fonte di livellamento
mentale e di sostanziale disinformazione, quando non addirittura di
deformazione. In
effetti, diventa sempre più difficile, in concreto, controllare le
fonti, valutare i contenuti, apprezzare adeguatamente il livello di
veridicità dei commenti e delle opinioni. E’
bensì vero che l'obiettività allo stato puro non esiste, ma questo non
deve divenire una scusa per contrabbandare opinioni settarie,
manipolazioni, menzogne vere e proprie Ebbene,
il senso critico rettamente inteso trova qui uno dei campi più vasti e
proficui di esercizio: prima di tutto per gli adulti, perché possano
poi insegnarlo vivendolo ai loro figli. Proprio
di fronte all'abbondanza di informazioni e al conseguente costante
rischio di manipolazione che si impone la necessità di resistere e di
realizzare una vera e propria "ecologia della mente", per
usare un'efficace espressione di Cardini. Al
quale scopo occorrono intelligenza, realismo e specialmente buon senso
(non si insisterà mai abbastanza sulla importanza di questa dote, che
oggi è purtroppo assai rara): e ciò anzitutto nei confronti della
manipolazione che chiameremo "semantica", per cui certe parole
hanno, nell'opinione comune, un senso del tutto differente da quello che
è loro proprio (basti pensare a parole come amore, libertà, verità,
felicità, democrazia, progresso...), oppure sono bandite come
"sconvenienti", e sostituite con magistrali eufemismi o
addomesticamenti terminologici che nascondono il terrore di fronte alla
verità oggettiva, al dolore e alla fatica: così i ciechi e i sordi
diventano "non vedenti" e "non udenti", gli spazzini
"operatori ecologici", i becchini "operatori
mortuari", la giustizia "correttezza" o "validità",
l'aborto "interruzione volontaria della gravidanza" o meglio
ancora, perché più asettico IVG; così una rivista medica americana è
arrivata a proporre di chiamare i cadaveri "persone non
viventi", e di questo passo non ci meraviglieremmo se, un giorno o
l'altro, sull'onda del femminismo trionfante, l'uomo verrà definito
"non-donna"... Il
primo problema è dunque quello di riscoprire il significato originario
e profondo delle parole, in qualche modo risuscitandole, senza paure e
senza complessi: e usandole in modo appropriato e adatto alle
circostanze. Come ha scritto Frossard, ben diverso è il modo con cui ha
detto "terra!" il marinaio di Colombo, da quello con cui lo
pronuncia un impiegato del catasto. Ma
oltre alla manipolazione semantica, ne esiste un'altra ancora più
insidiosa, quella che agisce più direttamente sulle persone o sui
valori, e che si realizza alterando i dati di fatto, inventando
statistiche, facendo passare per "vero" ciò che è una falsità,
o una semplice opinione, o una moda (o magari una fissazione, come
accade spesso in campo ecologico): sarà sufficiente pensare, a questo
riguardo, all'influsso che può avere la pubblicità (che, fondata com'è
sull'"avere", fa leva proprio sulla scarsa capacità critica,
sull'egoismo e sulla irresponsabilità "il mio tempo, i miei
gusti" , sul "lo fanno tutti" come principale criterio
dell'agire, con ciò negando in definitiva qualunque valore oggettivo);
oppure tanto per fare un paio di esempi ripensare alle fandonie diffuse
dal famigerato "Club di Roma" a proposito della cosiddetta
"esplosione demografica", o ricordare come uno degli argomenti
più diffusi a favore dell'introduzione dell'aborto sia stata la
propaganda di un assurdo numero di donne morte per aborto, circa
ventimila all'anno, quando in realtà in Italia morivano ogni anno, per
qualsiasi causa, dalla malattia all'incidente stradale, non più di
quindicimila donne in età fertile, ossia fra i quindici e i
quarantacinque anni! In
conclusione, occorre quindi, per esempio, se si vuole davvero stimolare
il senso critico, e dunque la riflessione personale e non indotta: ·
controllare
i dati che vengono presentati: e a questo scopo è, ovviamente, molto
importante scegliere gli strumenti adatti e le persone affidabili,
selezionare le notizie e soprattutto selezionare ciò che è davvero
importante da ciò che, nonostante le apparenze, è solo secondario (si
ricordi il bel romanzo di Volkoff, Il montaggio, ove è descritto con
acuta precisione il funzionamento del sistema della menzogna e vengono
indicate "dieci ricette per la creazione di informazioni
tendenziose"); ·
distinguere
i fatti dalle ipotesi e dalle opinioni (immaginare di sapere non è
sapere, dice Eschilo nell'Agamennone); ·
collegare
dati e fatti fra loro e valutarli con cognizione di causa; ·
vedere
le situazioni sia nel loro insieme sia nei particolari; ·
distinguere
i punti fermi da quanto è opinabile; ·
non
abbandonarsi a giudizi precipitosi: il che significa controllare i nervi
e l'immaginazione e sentire con calma tutte le campane. Solo
così, fra l'altro, si promuove il vero pluralismo, che non è mera
tolleranza delle diverse opinioni (dalla quale si arriva solo a
un'artificiale omogeneità, a un forzato conformismo), e neppure un
semplice smussare le differenze, che andrebbero confinate nella sfera
del privato: il vero pluralismo, al contrario, è leale confronto fra
convinzioni forti, ed è inseparabile dal riconoscimento che, sulle
questioni decisive per il destino spirituale dell'uomo, le diversità di
vedute non sono né irrilevanti né indifferenti. La
semplice tolleranza e, in ambito strettamente politico, il rispetto per
i molteplici punti di vista ha un senso positivo soltanto se rivolta
alle persone; ma quando si pretende di estenderla alle idee, e si
afferma come avviene frequentemente che tutte le convinzioni vanno
rispettate, si finisce in realtà per non rispettarne davvero nessuna,
perché si rinuncia al criterio discriminante, che è quello della verità,
e, in buona sostanza, si colpisce al cuore il fatto stesso di avere
delle convinzioni: e la conclusione è il più assoluto soggettivismo
(il discorso meriterebbe, come è ovvio, un più ampio approfondimento,
che in questa sede non è possibile: per maggiori precisazioni. Realismo
e oggettività conducono quasi naturalmente a riconoscere l'intrinseca,
inviolabile dignità di ogni essere umano, e pertanto ad affermare la
necessità di rispettarlo: e il rispetto è precisamente una delle
condizioni principali perché lo spirito critico possa essere
considerato "sano" (il rispetto per le persone, si diceva, non
per le idee, le quali costituiscono anzi il bersaglio principale dello
spirito critico). In
concreto, rispetto per le persone significa, fra l'altro: ·
capacità
di mettersi nei panni degli altri, per comprendere le finalità e le
motivazioni del loro agire, e per percepire le circostanze specifiche in
cui l'azione si è svolta; ·
astenersi
da critiche indiscriminate e generiche: il che, oltre che essere
ingiusto e inefficace, costituirebbe un esempio estremamente negativo; ·
tener
presente che ognuno può sempre correggersi e migliorare, e che quindi
le critiche non devono mai apparire definitive; ·
criticare
le azioni (il male resta sempre male, e il bene resta bene) piuttosto
che le persone; concretamente, per esempio, andrà rimproverato il
singolo errore, senza desumerne commenti di carattere generale sulla
persona, del tipo: "Sei il solito sbadato, di te non ci può
proprio fidare, non ne azzecchi una..."; ·
essere
consapevoli che il rispetto è dovuto anzitutto per giustizia, ma che
non può mai prescindere dall'amore. Altro
requisito essenziale perché lo spirito critico possa svilupparsi in
modo "sano" è un certo distacco: che vuol dire non lasciarsi
coinvolgere troppo, ossia vedere le cose dall'alto, grazie appunto a
quel "realismo" di cui si è parlato. Il rischio del fanatismo
massificante fonte del pensiero che abbiamo definito
"incosciente" è infatti sempre incombente, con tutta la sua
corte di guasti: giudizi deformati, pregiudizi inattaccabili, sospetti,
dietrologie, e soprattutto mancanza di carità e di vera partecipazione. D'altra
parte, l'esperienza insegna che solo attraverso un certo distacco che,
si noti, non è né indifferenza né superficialità è possibile
gustare davvero le cose belle della vita, sia sul piano materiale sia su
quello intellettuale: e ciò significa non calarsi troppo nell'effimero
e non lasciarsi irretire dalla ricorrente, ma irrealizzabile invocazione
di Faust di fermare l'attimo fuggente (tipico è il caso del cinema, ove
lo spirito critico è basilare per non lasciarsi travolgere dalla
suggestione dell'immagine, e arrivare invece a cogliere in profondità
il vero messaggio e le qualità artistiche del film). Ora,
l'educatore è una persona che è molto importante allora, per un
educatore, riuscire ad aiutare davvero i giovani a conseguire questo
distacco, che è essenziale per riuscire a vedere le cose in maniera
piena e non settoriale. E il punto di partenza è infondere l'orgoglio
delle proprie radici familiari, culturali e sociali e delle proprie
ascendenze morali e spirituali (i monumenta maiorum di cui parla
Cicerone), e quindi la consapevolezza di un solido inserimento in una
solida tradizione: nulla come la sensazione di provvisorietà, infatti,
rende insicuri e oscillanti, e perciò incapaci di affrontare il
susseguirsi delle mode e dei miti. In questo senso, lo studio e la
frequentazione dei classici costituiscono uno strumento fondamentale per
l'acquisizione di un sano spirito critico. Perché i classici, nutrendo
l'intelligenza e affinando la sensibilità, aiutano mirabilmente a
cogliere le prospettive storiche, e pertanto a vedere con occhio più
distaccato la mutevole realtà quotidiana. Correlativa
al distacco, e ugualmente fondamentale per l'educazione allo spirito
critico. Uno
dei maggiori pericoli della società attuale nasce invero lo si è già
accennato dalla tendenza a ritenere valide tutte le opinioni, e dunque
dall'indifferenza nei confronti della verità: lo ha detto in modo
splendido Solzenicyn nel suo primo discorso pubblico dopo tanti anni di
silenzio, pronunciato il 14 settembre 1993 nel Liechtenstein:
"Abbiamo perso oggi quella chiarezza di spirito che era nostra
quando i concetti di Bene e di Male non erano ancora divenuti soggetto
di ridicolo, e messi da parte dal principio di maggioranza". E del
resto è chiaro che "per colui per il quale nulla è buono,
parimenti nulla è cattivo" (Shopenhauer), e che per costui,
pertanto, la differenza fra bene e male risulta irrilevante: ma da qui
alla perdita di ogni capacità critica, il passo è breve. Proprio la
tendenza attuale a stemperare questa fondamentale distinzione
nell'anonima contrapposizione tra "corretto" e "non
corretto" è una delle insidie più gravi per una vera formazione
della persona. Al
contrario, è estremamente importante avere ben chiari i confini fra
bene e male che sono qualcosa di oggettivo, fuori di noi , e soprattutto
continuare a chiamare il bene e il male con il loro nome: e,
conseguentemente, saper insegnare tale discrimine ai giovani. Solo così
sarà possibile dare con il realismo di cui si parlava dei giudizi, e
dunque indignarsi per le ingiustizie, i soprusi, le slealtà, la
malafede, la faziosità preconcetta (e correlativamente sforzarsi di
porre dei rimedi alle storture della società in cui ci si trova a
vivere). Fra
l'altro, una buona arrabbiatura, naturalmente per motivi seri e nel
momento opportuno e non per semplice sfogo personale può avere notevoli
effetti educativi e lasciare un segno positivo nei figli (chiaramente,
la condizione è che dopo non restino tracce di risentimento e torni a
regnare l'armonia). Ben
altro da questa sacrosanta indignazione è la ribellione sistematica e
conformistica di tanti giovani, che pretendono tutto e subito,
rifiutando peraltro ogni serio impegno personale, e rifuggendo, d'altra
parte, dalle responsabilità: una simile ribellione è sintomo di grave
insicurezza e di mancanza di maturità, e corre il continuo pericolo di
essere strumentalizzata; ma, soprattutto, maschera quel vuoto
esistenziale che spiega la famosa "triade di fenomeni di nevrosi
collettiva" di cui parla Viktor Frankl: la depressione,
l'aggressività, la droga. Esiste
invece, è noto, anche una ribellione positiva, che ha le sue radici
proprio nello spirito critico retto: una ribellione che non è contro
tutto e tutti, ma combatte le mode e i pregiudizi, la mediocrità e il
livellamento al basso, i riduzionismi di ogni tipo e le vie troppo
facili; una ribellione, insomma, che si nutre di autocontrollo e di
esigenza con sé stessi, di ideali e di valori che danno un significato
alla vita. Infatti, le giovani generazioni sono anche oggi sensibili
agli ideali, anche se il loro idealismo si esprime attualmente
"forse soprattutto sotto forma di critica, mentre un tempo si
traduceva più semplicemente nell'impegno" E di questa maggior
propensione alla critica l'educatore odierno non può non tener conto. Può
apparire strano indicare questa qualità che è parte della virtù della
fortezza fra gli strumenti importanti per l'educazione al senso critico:
e in effetti, a rigore, più che uno strumento ne è una condizione.
Infatti senza fortezza e in concreto, senza sforzo, senza perseveranza,
senza audacia, senza spirito di sacrificio e di servizio è impossibile
accorgersi delle influenze negative esterne cogliendone con spirito
critico, appunto la realtà profonda; ed è impossibile altresì
affrontare a viso aperto i luoghi comuni, sfidando l'impopolarità e la
derisione. Occorre
pertanto insegnare ai figli, fin da quando sono piccoli, a essere
esigenti con sé stessi, a esercitare la loro volontà, a dire di no
alle soluzioni più comode, a non agire sotto l'impulso della prima
impressione: occorre convincerli, insomma, che, come è stato detto
giustamente, si possiede davvero solo ciò di cui si è capaci di fare a
meno. La
società di massa tende sempre di più a riempirsi di "signorini
soddisfatti" (per usare l'efficace espressione di Ortega y Gasset),
che fanno di sé la misura di tutte le cose, danno per scontato tutto
quello che hanno, e quindi finiscono per annoiarsi terribilmente (e, per
di più, non sapranno mai reagire di fronte ai luoghi comuni e ai modi
di vivere consolidati). Ecco
perché, se davvero vogliamo andare "controcorrente", nel
senso sopra delineato, è urgente che i giovani imparino e ci vuole
senz'altro un bel coraggio a formarsi un proprio criterio che orienti il
loro agire. In particolare, devono apprendere la positività della virtù
dell'obbedienza, che peraltro va vista come esercizio di scelta
personale, di adesione ragionata, frutto di un vero giudizio, e non come
accettazione acritica di un'autorità subìta passivamente, o al massimo
con riserva del diritto di "mugugno". E tante volte occorre
molto più coraggio per obbedire in questo modo, che non a fare il
bastian contrario o a ribellarsi rumorosamente ma, in definitiva,
sterilmente, come si diceva poco fa. Analogamente,
ci vuole spesso un bel coraggio per non tener conto delle critiche
immotivate o maliziose, per non preoccuparsi se la coscienza è
tranquilla di "che cosa dirà la gente", per resistere con
fermezza di fronte al "tanto, lo fanno tutti": e, viceversa,
per accettare le critiche giuste e ben centrate. Un'altra
condizione fondamentale perché i figli diventino autonomi e
responsabili, capaci di scegliere e di giudicare, e con una loro testa
funzionante in modo normale, è che respirino in casa un clima fondato
sulla reciproca fiducia: la quale è frutto della stima e soprattutto
dell'amore. L'esame
degli ingredienti che consentono di arrivare a un simile clima di
fiducia e quindi a quello "star bene insieme" di cui si
parlava sopra, e che è imprescindibile nella vita familiare
richiederebbe un lungo discorso, che ci porterebbe fuori dell'argomento.
Basterà qui ricordarne alcuni, sottolineando che hanno, tutti, a che
fare con lo spirito critico: ·
il
rispetto per le persone, di cui si è parlato sopra, e la comprensione
per i loro problemi; ·
la
necessità di partire dai lati positivi che ognuno ha, valorizzando ciò
che sa fare meglio, scoprendo le inclinazioni e i talenti, manifestando
apprezzamento (soprattutto per le azioni buone, piuttosto che per le
doti innate e magari poco sfruttate); ·
correlativamente,
la necessità di evitare la critica meramente negativa e sistematica e
il giudizio alla leggera e con faciloneria; la critica vera mira infatti
a correggere, e deve quindi essere serena e affettuosa, senza
precipitazione e senza sarcasmo; ·
la
convinzione della positività dei vincoli seri e impegnativi (di
affetto, di lavoro, spirituali, di amicizia, eccetera), la cui
assunzione meditata e la cui osservanza qualifica la vita delle persone,
che è fondata sulle scelte e sulle opzioni di fondo, altrimenti vale
ben poco: invero, come diceva Saint-Exupéry, il valore di una persona
dipende direttamente dal numero e dalla qualità dei suoi vincoli; ·
la
disponibilità a essere criticati, quando sia il caso, e quindi di
riconoscere lealmente i propri errori: e fra questi mettiamo anzitutto
gli atteggiamenti troppo paternalistici, la presunzione di aver sempre
la risposta giusta, un certo "protezionismo" che è
sostanziale mancanza di fiducia, l'incoerenza fra ciò che si dice e ciò
che si fa, e via dicendo. Strettamente
connessa con la fiducia, anzi condizione essenziale affinché questa si
sviluppi, è la sincerità: che è il fondamento di qualsiasi convivenza
umanamente apprezzabile, e che è, in particolare, indispensabile perché
attecchisca un sano spirito critico. Per essere autentica e credibile,
infatti, la critica deve essere prima di tutto veritiera, altrimenti si
riduce a sterile esercizio intellettuale, che giustamente ferisce, e
finisce per creare conflitti insanabili. Da
questo punto di vista, è opportuno avere ben presente che la sincerità
presuppone l'oggettività, la lealtà e il buon senso, e non consiste
quindi in una sorta di sfrenatezza verbale o in una estemporanea licenza
di dire al primo che passa la prima cosa che passa per la testa, ma nel
dire la verità alla persona giusta e nel momento giusto (la sincerità
indiscriminata e idiota non cessa per il fatto di essere sincera di
essere idiota). Nel
rapporto con i figli, e in genere nell'esercizio di un'attività
educativa, bisogna perciò sforzarsi di far capire (come sempre, con
l'esempio più che con le parole) che criticare non significa
sottolineare più o meno pesantemente e magari dietro le spalle i
difetti e le manchevolezze degli altri, ma aiutarli a correggersi. La
modalità principale di questo aiuto consisterà allora nella semplicità
e nella scioltezza, che comportano da un lato uno sforzo di coerenza fra
quello che si pensa e quello che si fa, e dall'altro quella limpida
trasparenza che mira a evitare le complicazioni e le dietrologie, la
pedanteria e l'aria di sufficienza. La semplicità si regge d'altronde
su un atteggiamento di sostanziale umiltà, cioè di riconoscimento dei
propri difetti e dei propri sbagli, di rinuncia a mettersi in mostra e a
richiamare l'attenzione altrui sui propri meriti e sui propri talenti. Il
senso critico, insomma, è davvero tale solo se sostenuto da una
profonda rettitudine d'intenzione e dirittura interiore, scevra da
qualsiasi doppiezza, e solo se si esprime attraverso una coraggiosa
naturalezza, che sappia mantener viva la simpatia e il calore umano. E
questo è un aspetto particolarmente delicato e senz'altro difficile,
che va vissuto in prima persona, se si vuole evitare il rischio, sempre
in agguato, di un orgoglioso e controproducente senso di superiorità. Quando
parliamo di buon umore, non intendiamo riferirci soltanto
all'atteggiamento meramente negativo di chi non si trova in uno stato di
perenne o comunque prevalente cattivo umore: un simile stato è
estremamente fastidioso, e talora del tutto insopportabile, per chi ha
la sventura di convivere con un soggetto del genere (basti pensare che i
bambini stanno istintivamente alla larga dalle persone tristi o di
malumore): esso d'altronde può avere cause svariate, ma certamente non
oggettive, perché è abbastanza inverosimile che tutto vada sempre
storto (si tratterà piuttosto di suscettibilità esasperata, di
egocentrismo sistematico che porta a far prevalere i propri stati
d'animo ignorando la sensibilità altrui, e via dicendo). Un
simile atteggiamento negativo "non essere di cattivo umore",
appunto è solo il punto di partenza: affinché la convivenza riesca
piacevole e veramente umana, occorre che l'ambiente in cui si vive sia
gradevole e ottimista, vi si respiri fiducia e stima reciproca. Solo in
un ambiente di questo tipo, infatti, il senso critico può svilupparsi
in maniera "sana", perché le cose che non vanno bene vengono
individuate con chiarezza ma con garbo e con affetto, nella persuasione
che le persone possono migliorare, le situazioni sono ben di rado
irreversibili e gli errori non vanno minimizzati, ma neppure sono, in
genere, del tutto irrimediabili. D'altra
parte, abbastanza spesso la critica più efficace è proprio quella che
si esercita in tono scherzoso, sapendo ridere (anzitutto, naturalmente,
di sé stessi), e riuscendo a scoprire i risvolti positivi delle persone
e delle cose. Già
sul piano umano, insomma, il buon umore è sempre una virtù, mentre la
serietà può essere un vizio (Chesterton): e parlare di virtù, si
noti, implica considerare il buon umore non un fatto meramente
temperamentale, bensì una qualità che si acquista a poco a poco,
attraverso la ripetizione frequente di atti dello stesso tipo. In
una prospettiva di fede, poi, il buon umore dovrebbe essere
"connaturale" all'uomo, perché la virtù della speranza
dovrebbe costituire l'humus vitale dove affondano le radici della vita:
laddove spesso, purtroppo, si verifica il contrario, e ci si imbatte in
un cristianesimo spento, dimissionario, triste, tanto che verrebbe da
dar ragione a Bernanos, quando diceva che gli uomini si dividono in due
categorie: gli ottimisti, che sono imbecilli felici, e i pessimisti, che
sono imbecilli infelici. Ma bisogna reagire contro una simile
conclusione, perché grazie a Dio non ci sono solo imbecilli, al mondo
(e il sano spirito critico serve proprio ad accertarsene), e comunque
come ricorda una espressione del secondo secolo "l'allegria trova
sempre grazia davanti a Dio e Gli è ben accetta... L'uomo allegro opera
il bene, pensa il bene e disprezza la tristezza. Anzitutto,
lo spirito critico deve sempre fare i conti con la dignità delle
persone, che sono esseri dotati di un singolare valore intrinseco, e
meritano perciò un apprezzamento e un rispetto originari, anche se poi
la realtà concreta va affrontata senza ingenuità e senza chiudere gli
occhi davanti ai difetti di ciascuno. Questo
comporta che bisogna da un lato essere intimamente leali e rifuggire dal
pettegolezzo, dalla mormorazione e dal parlare dietro le spalle, e
dall'altro allenarsi a rinunciare e la cosa può risultare abbastanza
ardua alla critica meramente negativa, che è profondamente distruttiva
e, in fondo, assai facile: anche "il più rozzo manovale sa
conficcare i suoi ferri nella pietra nobile e bella di una
cattedrale" D'altra
parte, se si cercano le ragioni più profonde di questo tipo di critica,
si scopre che, molto spesso, alla sua radice si annidano o la superbia
più o meno consapevole di chi si crede il centro dell'universo e si
ritiene quindi autorizzato a giudicare tutto e tutti, oppure l'invidia,
che è senz'altro una delle motivazioni più frequenti dell'agire umano:
e ciò, come ha lucidamente dimostrato Helmut Schoeck nel suo famoso
saggio L'invidia e la società, sia quando essa si atteggia come
"proletaria" (e dunque stimola la rivoluzione sociale in vista
di un ordine "totalmente altro"), sia quando si atteggia come
"capitalista" (e dunque fomenta l'emulazione, e favorisce così
lo sviluppo del mercato). Ma in ogni caso essa è un sentimento fra i più
perniciosi, e non solo per le vittime, ma anche anzi, forse soprattutto
per chi ne è soggetto attivo, che finisce inevitabilmente per diventare
sempre più aggressivo e intollerante e per sprofondare nella solitudine
più completa. molto
importante pertanto saper andare a fondo nelle motivazioni concrete che
spingono all'esercizio della critica, perché questa sia sostenuta da
un'intenzionalità retta e limpida e non abbia origini ambigue e
oblique, sotto le quali spesso si nasconde, appunto, l'invidia. Ma
non basta. Occorre invero andare ancora più in là, se si vuole
arrivare a una critica che, lungi dall'essere solo negativa, abbia
invece radici vitali e positive. Infatti, la retta intenzione di cui si
parlava poco fa si sorregge solo sulla capacità di mirare in alto, di
nutrire ideali nobili, di uscire da sé stessi per comprendere le
ragioni degli altri, di essere indulgenti e di non serbare rancore, di
non custodire aridi cahiers de doléances, di aver fiducia nella
possibilità di miglioramento personale (proprio e degli altri): in una
parola, si sorregge sulla magnanimità,che possiamo definire
"ornamento di tutte le virtù", e che quindi a ragion veduta
non abbiamo collocato fra gli strumenti che consentono di acquisire un
"sano" senso critico, perché ne costituisce piuttosto il
pilastro più solido e imprescindibile. Una critica vera, infatti, è
lucida ma affabile e generosa: e quindi non appare mai gretta, meschina
o personalistica, non si accontenta di "cacciare lucertole"
come diceva santa Teresa, e non si rinchiude negli orizzonti angusti del
fatto personale o episodico. Ma
non basta ancora. Infatti, se compito essenziale dell'educatore è
"insegnare l'amore" questo vale evidentemente per ogni àmbito
dell'educazione, e quindi anche per quanto concerne il senso critico:
del quale l'amore deve pertanto costituire la sostanza più intima, come
del resto è già risultato chiaro nel corso di queste pagine. Insomma,
è possibile e lecito criticare una persona non solo se la si conosce,
ma anche se la si ama (come d'altronde accade anche nell'insegnamento:
per insegnare bene il latino a Pierino, non basta conoscere il latino,
ma bisogna conoscere e amare anche Pierino). Questo,
allora, l'aspetto fondamentale di tutto il nostro discorso sulla
critica. Alla quale si attaglia benissimo ogni singola parola del famoso
inno alla carità di san Paolo ai Corinzi. Anche la critica, dunque,
deve essere "paziente e benigna", il che significa, come si è
visto, equanime e ispirata a comprensione per gli altri; essa "non
è invidiosa, non si vanta, non si gonfia, non manca di rispetto",
e qui si può vedere indicata la magnanimità, il riconoscimento della
dignità intangibile di ciascun essere umano, la capacità di mettersi
nei panni altrui e di uscire dal proprio io. E, ancora, "non cerca
il suo interesse, non si adira", cioè sa superare le prospettive
meramente egoistiche e materiali in nome di ideali elevati e nobili;
"non tiene conto del male ricevuto, non gode
dell'ingiustizia", e dunque non si fonda sul dispetto, sul
puntiglio e sulla ripicca, ma ha orizzonti ampi e coraggiosamente si
oppone ai luoghi comuni e a un certo andazzo conformista; e infine,
"si compiace della verità", perché la passione per la verità
costituisce il presupposto indispensabile per uno spirito critico che
voglia mantenersi "sano", e pertanto respinga qualunque
annacquamento della verità: bisogna vivere autenticamente nella nostra
vita, dunque, veracità e carità vanno indissolubilmente unite: e
questo vale in modo particolare per il senso critico, perché senza un
costante riferimento alla verità e alla Verità nessuna critica riesce
a essere positiva, né lo spirito critico potrà mai essere davvero
"sano". |
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