Dr. Raffaele D'Errico                                                                      medico-chirurgo specialista in pediatria

pannolino, pipì e cacca, uso del vasino, pipì a letto
IL BAMBINO

SVILUPPO PSICOMOTORIO

Leviamo il pannolino?


Imparare l'uso del vasino è una tappa fondamentale della crescita del bimbo: avviene in genere fra i 20 e i 36 mesi.

Ma la notte non è la stessa cosa del giorno.


9 agosto 2013  

Talvolta sembra quasi una gara a chi arriva prima. Atre volte siamo in ansia perché bisogna accelerare lo spannolinamento altrimenti non lo prenderanno a scuola. Non raramente il bambino senza pannollino va in crisi e comincia a manifestare disturbi ansiosi, irritabilità fino alla stipsi ingestibile.

Da un punto di vista esclusivamente statistico, tra i 2 e 3 anni, il 70% dei bambini è pronto per approdare al vasino. A 4 anni, il 30% non riesce ancora a trattenere la pipì tutta la notte. A 5 anni, la percentuale scende al 15%, a 6 anni al 10%, e alla pubertà all’1%. Ma la notte non è la stessa cosa del giorno.

Il ritardo nell’acquisizione dell’autonomia completa non è una malattia, può essere dovuto a uno sviluppo più lento, all'azione troppo "forzata" dei genitori, ma anche all'uso dei moderni pannolini super-assorbenti.

Fino a qualche generazione fa si faceva spesso ricorso alle maniere forti pur di abituare il piccolo al vasino il più presto possibile. Oggi, invece, si presta più attenzione alla spontaneità dei suoi impulsi, perché anche questi aspetti della vita si rifletteranno poi sul suo sviluppo psicologico.

 

 

MATURAZIONE A DUE LIVELLI


Per arrivare a controllare da solo le funzioni corporee il piccolo deve aver raggiunto un certo grado di maturazione fisiologica senza la quale è impossibile educarlo al vasino.

Che cosa significa? Dal punto di vista anatomico bisogna aspettare lo sviluppo di una zona del cervello che corrisponde alla volontà e alla coscienza. E questo non si verifica prima dell’anno.

La maturazione neurologica è fondamentale perché permette un controllo volontario delle contrazioni della vescica. Ma non basta. Ci deve essere anche una maturazione della vescica. Bisogna che il bimbo, libero dal pannolino, si eserciti più volte, prima di riuscire a trattenere la pipì, grazie anche all’impulso del cervello.

 

I ritmi di questa complessa maturazione non sono uguali per tutti i bambini: c’è chi è precoce e chi è più lento.

Gli studiosi hanno comunque rilevato che in genere il bambino è pronto tra i 20 mesi e i 3 anni.

Le femmine sono più precoci dei maschi che di solito raggiungono l’autonomia 6-8 mesi dopo, poiché hanno uno sviluppo neurologico più lento.

Il compito dei genitori sarà quindi delicato: dovranno essere attenti a captare i primi segnali di maturità e agire di conseguenza. E il vasino dovrà comparire in casa, sotto forma di giocattolo, a partire dai 18 mesi, accanto al water dei genitori.

Sarà importante portare con se il bambino nel bagno, perché l'emulazione e l'osservazione di quello che fanno gli adulti è uno stimolo molto forte e significativo.

 

IL MOMENTO GIUSTO


Per capire come si fa a trattenere la pipì, il bambino deve essere lasciato libero dal pannolino. L’Estate,  solitamente, è il periodo migliore per dare al piccolo questa opportunità, anche perché il freddo stimola maggiormente l’emissione di pipì. Se però la mamma si accorge di un inequivocabile segnale di maturazione, non è il caso di rimandare.

Di quale segnale si tratta? Se dopo il pisolino pomeridiano il bambino si sveglia il più delle volte con il pannolino asciutto, significa che è "pronto".  A questo punto gli si può togliere il pannolino, magari per i primi tempi per 2-3 ore al giorno e gli si fa notare, senza sgridarlo e con molta serenità, quando fa la pipì addosso. Inizialmente deve essere un gioco. Pian piano il bambino capirà che il vasino, che già da qualche mese staziona nel bagno di casa, corrisponde in piccolo al water degli adulti.

 

Le tappe dovrebbero essere: 

::: togliamo il pannolino al bambino; 

::: lo portiamo in bagno con a noi e gli facciamo vedere cosa si fa;

::: nel momento in cui fa la pipì a terra glielo facciamo notare senza mai rimproverarlo; 

::: gli proponiamo il vasino, dicendogli che desideriamo che la prossima volta la faccia lì; 

::: se l’organizzazione della giornata lo consente, gli mettiamo il

                                                            pannolino solo quando dorme.

 

Per quanto riguarda il controllo notturno della vescica, invece, generalmente bisogna pazientare ancora un anno dal momento in cui il bambino inizia a riscuotere i primi successi diurni, ma non sempre è così. La notte il bambino come l'adulto non ha la volontà che lo guida, per cui la capacità di non urinare è legata esclusivamente alla produzione di un ormone in grado di ridurre la diuresi. Questa maturazione ormonale ha tempi diversi da bambino a bambino e pertanto finché bagna la notte sarà opportuno lasciargli il pannolino.

 

NON FORZARLO MAI


Il controllo del retto viene di solito raggiunto dopo il controllo della vescica (in genere a partire dai 2 anni). Se l’attività intestinale è piuttosto regolare e prevedibile, tutto è più semplice.

Il periodo dell’educazione al vasino, coincide con le intense sensazioni di piacere e di orgoglio che il bambino prova nell’andare di corpo. Non bisogna sottovalutare, però, che questo “atto” ha per il bambino un significato molto profondo: facendo la cacca, lui dimostra di essere capace di creare qualcosa e, nello stesso tempo, sente (e vede) che perde qualcosa di sé.

 

In questo periodo della crescita caratterizzato dai “no” del bambino e dalla ricerca della propria indipendenza dai genitori, dimostrarsi troppo esigenti può essere controproducente. Può far scattare nel piccolo l’impulso a “trattenere” per contrastare i genitori e sottrarsi al loro completo controllo. Quindi se i genitori si mostrano troppo rigidi e apprensivi, possono far emergere il bastian contrario che c’è in ogni bambino di 2 anni. Lo stesso vale se lo incitiamo a sforzarsi controvoglia e se controlliamo tempi e orari, come spesso avviene anche per l’alimentazione.

 

STRATAGEMMI VINCENTI


Il ribrezzo verso le feci non è innato, ma una conseguenza dell'atteggiamento dei genitori, che invitano il piccolo a “fare”, ma non toccare né mostrare la sua “produzione”. Il bambino riceve messaggi contraddittori: prima lo si esorta a “produrre” e poi la sua creazione viene buttata velocemente nel water e fatta sparire. E’ giusto, invece, avere un po’ di tatto e di delicatezza, lodarlo e permettergli di mostrare le feci al papà e alla nonna e poi inventare con lui un rito di addio. Per esempio, gli si può raccontare che ora la sua cacca vuole raggiungere le altre cacche sue amiche e per far questo bisogna metterla nel water, salutarla e tirare l’acqua.

Allo stesso modo, per invogliarlo a farla, si può provare a dirgli che nella sua pancia c’è buio e la sua cacca non vede l’ora di vedere la luce. Senza per questo costringerlo a interminabili sedute sul vasino o, peggio ancora, a rimproverarlo in caso di stitichezza o intervenendo sistematicamente con supposte e clisteri, che il bambino vive come una violenza su se stesso. Il messaggio che il bambino vuole ricevere dai genitori è “sei così bravo da poter fare anche questo”, e non “ormai sei grande, devi saper fare anche questo”. Il bambino, infatti, anche se vuole affermare la propria indipendenza, ha ancora bisogno di sentirsi il piccolo di mamma e papà.

 

UNA MAMMA SAGGIA


Da quando un mese fa ho detto ad Alessandro che la pipi esce dal pisellino è come terrorizzato!
Poi è capitato che mentre lo cambiavo ha fatto improvvisamente la pipì, e subito mi ha chiesto disperatamente di far presto a mettergli il pannolino... Come se non bastasse, quando decide di sedersi sul gabinetto con il riduttore ci rimane qualche minuto e poi opta comunque per il pannolino.
Siamo dinanzi alla classica paura di lasciar andar via le proprie creazioni?
Ho deciso comunque di non forzarlo. Credo sia tutto normale... Forse, con la smania di spiegare tutto ai bambini, gli facciamo venire l'ansia! Beata la loro spontaneità e i loro tempi lenti.

 

 

LE VOSTRE LETTERE

Ormai Benedetta ha compiuto due anni e mezzo. La scuola, nonostante non abbia ancora compiuto i tre anni, ha accettato la prescrizione per cui... è entrata!
Mi ero data come obiettivo, ma anche senza stress, questa estate per toglierle il pannolino e quindi essere pronti per settembre. Ma non è stato così.
Il fatto che stia iniziando la scuola e non essere pronti mi sta mettendo un po' d'ansia. Il timore è di averle tolto una possibilità. Penso di non essere stata brava e non averle dedicato molto tempo per questo passaggio importante.
Da qualche giorno ho provato a toglierlo, ma lei ha paura di sedersi sul vasino o sul riduttore, nonostante il vasino fosse già da tempo nella sua stanza insieme ai suoi giochi.
Per me non era un problema. Pensavo che per la scuola avesse potuto aspettare anche i tre anni e mezzo. Poi tutti i conoscenti hanno cominciato a dire che è importante la scuola, che così la vizio impedendole di crescere, che la socializzazione è fondamentale e che questo è il motivo per cui lei evita spesso di giocare e condividere i suoi giochi con gli altri bimbi.
A questo punto mi domando: devo pensare ad una scuola privata?

Cara Mamma, quante colpe noi genitori ci addossiamo!
I bambini devono vivere fino in fondo le loro esperienze, soprattutto quando sono “immaturi” perché devono sperimentarsi. Ed è così anche per Benedetta. Una cosa è avere il vasino in mezzo ai giocattoli, che probabilmente non le dice niente, una cosa è usare quel gioco (che gioco non è) per compiere un atto di cui non comprende ancora il significato. A noi può sembrare tutto scontato: che ci vuole a fare cacca e la pipì nel vasino invece che nel pannolino? Ma per un bambino no, non è così. E’ una cosa complessa che deve mettere in accordo la fisiologia del corpo con la sua psiche.
Ricordo quando Giulia mia moglie “ruppe le acque” durante il travaglio del nostro primo figlio. Ebbe una crisi di pianto esagerata, si percepiva “paura” in quella sua manifestazione. Era la prima volta e, benché fosse pronta, tutto quello la spaventava. Era un evento più grande di lei.
Per cui, stai serena: tu non hai sbagliato proprio niente! E’ Benedetta che deve sperimentare, capire e volere e qui, tra il dire e il fare... ci passa sempre un gran mare.
Ognuno con la sua personale individualità. Per cui è inutile mettersi a fare la gara a chi arriva primo! Il bambino non vuole gareggiare ma vivere nella libertà le sue scoperte, i suoi timori, le sue titubanze. Capirai bene che se dinanzi ad un diniego o ad una esasperazione io adulto faccio “muro”, mi irrigidisco, sgrido, rimprovero, mi mostro deluso e ansioso, il risultato sarà sempre negativo, anzi lo farà arretrare e, così come ho dovuto osservare inerme non poche volte, entrare in vortice di negatività in cui l’evacuazione si chiude per dare spazio ad un terribile periodo di ostinata stipsi psicogena.
Non fa niente che non andrà all’asilo! Meglio un bambino felice a casa che un bambino triste e depresso a scuola. E poi, ricorda: ognuno ha i suoi tempi. Io genitore desidero che mio figlio sia felice e faccia le cose quando è pronto, senza gareggiare a chi arriva prima perché, parafrasando la ben nota massima evangelica, prima o poi “gli ultimi saranno i primi e i primi ultimi”.
 

 
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Le informazioni contenute in questo articolo non devono in alcun modo sostituire il rapporto dottore-paziente; si raccomanda al contrario di chiedere il parere del proprio medico prima di mettere in pratica qualsiasi consiglio od indicazione riportata.