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MATURAZIONE
A DUE LIVELLI.
Per arrivare a
controllare da solo le funzioni corporee, il piccolo deve aver raggiunto
un certo grado di maturazione fisiologica, senza la quale è impossibile
educarlo al vasino. Che cosa significa? Dal punto di vista anatomico
bisogna aspettare lo sviluppo di una zona del cervello che corrisponde
alla volontà e alla coscienza. E questo non si verifica prima dell’anno.
La maturazione neurologica è fondamentale perché permette un controllo
volontario delle contrazioni della vescica. Ma questo non basta. Ci deve
essere una maturazione anche della vescica. Bisogna che il bimbo,
libero dal pannolino, si eserciti più volte, prima di riuscire a
trattenere la pipì, grazie anche all’impulso del cervello.
I ritmi di questa complessa
maturazione non sono uguali per tutti i bambini: c’è chi è precoce e
chi è tardivo. Gli studiosi hanno comunque rilevato che in genere il
bambino è pronto tra i 20 mesi e i 3 anni. Le femmine, poi, sono
più precoci dei maschi, che di solito raggiungono l’ autonomia
sei-otto mesi dopo. Semplicemente perché i maschietti hanno uno
sviluppo neurologico più lento. Il compito dei genitori sarà quindi
delicato: dovranno essere attenti a captare i primi segnali di maturità e agire di conseguenza. E il
vasino dovrà comparire in casa, sotto forma di giocattolo, a partire
dai 18 mesi.
IL
MOMENTO GIUSTO.
Per capire come si fa a
trattenere la pipì, il bambino deve essere lasciato libero dal
pannolino. L’estate è solitamente il periodo migliore per dare al
piccolo questa opportunità. Anche perché il freddo stimola la
minzione, cioè l’emissione di pipì. Se però la mamma si accorge di
un inequivocabile segnale di maturazione, non è il caso di rimandare,
visto che poi le case sono dotate di riscaldamento. Di quale segnale si
tratta? Se dopo il pisolino pomeridiano il bambino si sveglia il più
delle volte con il pannolino asciutto, significa che è "pronto". Bisogna
però avere l’accortezza a pranzo di non farlo bere troppo. A questo
punto gli si può togliere il pannolino, magari per i primi tempi per
2-3 ore al giorno e gli si fa notare, senza sgridarlo, quando fa la
pipì addosso. Inizialmente deve essere un gioco. Pian piano il
bambino capirà che il vasino, che già da qualche mese staziona nel
bagno di casa, corrisponde in piccolo al water degli adulti. Le tappe
dovrebbero essere:
si toglie il pannolino al bambino;
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nel momento in cui fa la pipì, glielo si fa notare;
ƒ
gli si propone il vasino, dicendogli chiaramente che desideriamo che la
prossima volta la faccia lì;
„
se l’organizzazione della giornata lo consente, gli si mete il
pannolino solo durante la notte.
Per quanto riguarda il
controllo notturno della vescica generalmente bisogna pazientare ancora
un anno dal momento in cui il bambino inizia a riscuotere i primi
successi diurni.
NON
FORZARLO MAI.
Il controllo del retto viene di
solito raggiunto dopo il controllo della vescica (in genere a partire
dai 2 anni). Se l’attività
intestinale è piuttosto regolare e prevedibile, tutto è più semplice.
Il periodo dell’educazione al vasino, coincide con le intense
sensazioni di piacere e di orgoglio che il bambino prova nell’andare
di corpo. Non bisogna sottovalutare, però, che questo “atto” ha per
il bambino un significato molto profondo: facendo la cacca, lui
dimostra di essere capace di creare qualcosa e, nello stesso tempo,
sente (e vede) che perde qualcosa di sé. In questo periodo della
crescita caratterizzato dai “no” del bambino e dalla ricerca della
propria indipendenza dai genitori, dimostrarsi troppo esigenti può
essere controproducente. Può far scattare nel piccolo l’impulso a “trattenere”
per contrastare i genitori e sottrarsi al loro completo controllo. Quindi
se i genitori si mostrano troppo rigidi e apprensivi, possono far
emergere il bastian contrario che c’è in ogni bambino di 2 anni. Lo
stesso vale se lo incitiamo a sforzarsi controvoglia e se controlliamo
tempi e orari, come spesso avviene anche per l’alimentazione.
STRATAGEMMI
VINCENTI.
Il ribrezzo verso le feci non
è innato, ma è una conseguenza dell'atteggiamento dei genitori, che
invitano il piccolo a “fare”, ma non toccare né mostrare la sua
“produzione”. Il bambino riceve messaggi contraddittori: prima lo si
esorta a “produrre” e poi la sua creazione viene buttata
velocemente nel water e fatta sparire. E’ giusto, invece, avere un po’
di tatto e di delicatezza, lodarlo e permettergli di mostrare le
feci al papà e alla nonna e poi inventare con lui un rito di addio.
Per esempio, gli si può raccontare che ora la sua cacca vuole
raggiungere le altre cacche sue amiche, e per far questo bisogna
metterla nel water, salutarla e tirare l’acqua. Allo stesso modo, per
invogliarlo a farla, si può provare a dirgli che nella sua pancia c’è
buio e la sua cacca non vede l’ora di vedere la luce. Senza per
questo costringerlo a interminabili sedute sul vasino o, peggio
ancora, a rimproverarlo in caso di stitichezza o intervenendo
sistematicamente con supposte e clisteri, che il bambino vive come una
violenza su se stesso. Il messaggio che il bambino vuole ricevere dai
genitori è “sei così bravo da poter fare anche questo”,
e non “ormai sei grande, devi saper fare anche questo”. Il bambino,
infatti, anche se vuole affermare la propria indipendenza, ha ancora
bisogno di sentirsi il piccolo di mamma e papà.
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