Circa
due mesi fa è apparso su alcuni quotidiani un appello
sull'educazione. Era nato sull'onda del meeting settembrino di CL
a Rimini, è firmato da intellettuali, giornalisti, scrittori,
docenti, scienziati, imprenditori, e ora continua più o meno
visibilmente a girare raccogliendo altre firme. Al centro c'è il
libro di don Giussani, Il rischio educativo, ripubblicato
di recente e presentato in varie città d'Italia.
Messaggio fondamentale dell'appello è che oggi sia «in crisi la
capacità di una generazione di adulti di educare i propri figli»,
e che si tratti di una vera e propria emergenza nazionale, ancor
più grave di quella politica ed economica. Credo che la
maggioranza di noi resti allibita e incredula davanti ad
affermazioni simili: ma come, l'educazione è un problema? ma
quando mai? Se chiedessero a un campione di noi genitori se stiamo
o no educando i nostri figli, quasi tutti risponderemmo in coro:
ma sì, certo.
Penso che abbiamo dell'educazione un'idea un po' vaga, e anche
bifronte; da un lato, pensiamo che si tratti solo di insegnare ai
figli due o tre cosucce quali proferire qualche strascicato
buongiorno e buonasera, lavarsi i denti e non mettersi le dita nel
naso in pubblico; dall'altro lato, la parola educazione ci suscita
immagini truculente, tipo padri feroci che picchiano i figli o
anche solo li mandano a letto senza cena. Insomma, per noi
l'educazione o è una irrilevante questione formale oppure è un
macigno di crudeltà e quindi la aborriamo come la peste.
Il clima postsessantottino, in cui viviamo immersi da circa
quarant'anni e che sembra destinato a durare altri quaranta, non
aiuta, impedendoci di vedere alcunché di buono nelle parola
educazione. L'abbiamo per sempre associata a parole
"brutte" quali autorità, autoritarismo,
antidemocratico, illiberale, repressivo. Insomma, pare molto
scorretto oggi educare un figlio. Pare un gesto violento e
autoritario, che limita fortemente la libertà del giovane, la sua
crescita autonoma e il suo cosiddetto percorso interiore. E noi
genitori oggi, va da sé, mai vorremmo in alcun modo limitare un
figlio.
E pensare che la parola educazione, di per sé, è così
innocente! Se guardiamo alla sua etimologia, viene da e-ducere e
vuol dire condurre via, condurre fuori da. C’è l’idea di fare
uscire, portare all’aperto. E per far ciò, certo, bisognerebbe
indicare, proporre, forse anche imporre, una via. Ohibò, e perché
mai addirittura imporre? leveranno qui gli scudi alcuni. Semplice:
perché se a noi adulti sembra buona una certa via, è naturale
che vorremmo che nostro figlio la prendesse. E gliela vorremo
indicare con forza, cioè anche forzandolo un po', almeno
all'inizio. E perché mai faremmo tale violenza a nostro figlio?
Perché abbiamo una convinzione. Una convinzione che rischiara così
tanto la nostra vita e la fornisce di un senso, che vogliamo
condividerla con nostro figlio, vogliamo passargliela, perché
illumini anche la sua vita.
Arbitrario, autoritario, violento? Può darsi. Ma è qui che ci
soccorre il libro di don Giussani. Non so se senza quell'appello
l'avrei mai letto (non sono particolarmente legata al mondo
cattolico…). E non so se l'ho capito nella sua vera essenza. Ma
mi piace moltissimo l'idea che educare voglia dire prendersi un
rischio, che l'adulto indichi con forza una via, ma poi accetti il
rischio che il figlio non la scelga, che ne prenda un'altra tutta
diversa. E' qui che viene tutelato, anzi, esaltato l'aspetto
democratico dell'educazione. L'adulto deve rischiare di essere
perdente. Non importa, avrà comunque passato al figlio l'idea che
esiste qualcuno che crede in qualcosa, a tal punto da volere che
altri ne seguano l'esempio. Questa è l'idea forte che passerà al
giovane: che ci sono passioni, preferenze, convinzioni, e che non
è sempre tutto uguale, intercambiabile, opinabile, indifferente.
Credo che il libro di don Giussani dovrebbero leggerlo proprio i
laici. E anche gli intellettuali, e le persone molto colte, e le
classi molto alte, e la gente di sinistra soprattutto se ha fatto
il sessantotto. Non vorrei mai che il problema educativo
interessasse quasi esclusivamente i cattolici, oppure in generale
le famiglie che sfortunatamente sono meno agiate, meno colte e
vivono in un mondo arretrato di qualche decina d'anni: mi sembra a
volte qua e là di aver notato proprio questo, e cioè che solo
gli appartenenti a tali categorie sono ancora in grado di sgridare
un figlio, persino di punirlo o premiarlo, e di indicargli
fortemente la via, esigendo (esigendo!) moltissimo da lui. A
costoro non fa tutto uguale, e non hanno paura di limitare un
figlio. Se vedono che fa una cosa che secondo loro è sbagliata,
gli vietano di farla, tutto qui.
Noi invece tanto colti, laici, di sinistra, noi postsessantotto,
postdiluvio, postdatati, postdottori, nonché postumi di noi
stessi, ci siamo autoimmobilizzati: non battiamo palpebra difronte
al figlio che non studia, non lavora, non rientra a casa (a un'ora
decente), non aiuta, non legge. Siamo… rispettosi delle sue
scelte, e orgogliosi di non limitarlo.
Certo, c'è un piccolo problemino che soggiace a tutto questo
discorso: bisognerebbe, per educare, sapere almeno in linea di
massima che cosa è giusto e che cosa è sbagliato e quali sono le
vie buone dove vorremmo condurre i nostri figli: ma questo è
esattamente quel che non sappiamo più, e questa è esattamente la
sfida che ci attende. Siamo lontani persino dalla certezza pur
negativa del montaliano «solo questo oggi possiamo dirti: ciò
che non siamo, ciò che non vogliamo». Non sappiamo più niente,
e rimaniamo immobilizzati e dubbiosi. Confusamente sentiamo che
non è bello che i nostri figli passino il pomeriggio davanti a un
videogioco dove il marine trucida il vietcong, non ci piace, non
vorremmo che lo facessero, ma non sappiamo bene in nome di quale
principio assoluto e condiviso vietarlo. Inoltre non vogliamo per
nulla incrinare la felice beatitudine dei nostri figli, creando
motivi di scontro: lavoriamo tutto il giorno, torniamo a casa
stanchi morti e ci affaticherebbe non poco combattere e difendere
strenuamente le nostre idee; più comodo abbandonare le mucche al
pascolo. Infine, così fan tutti… Dunque, per queste tre
ragioni, se anche - forzandoci molto - riusciamo a dare regole e
divieti, sono regole e divieti molli, che non hanno dietro niente,
nessuna ragione che li motivi. Regole e divieti di cartapesta,
come un set di Cinecittà. Al massimo, di fronte al figlio che si
inanella naso orecchie e ombelico, osiamo dire: preferirei di no.
Come il famoso scrivano Bartleby… E così approdiamo a quella
che mi pare oggi la filosofia trionfante, quella del laisser faire.
Lasciamo fare, e speriamo che passi. Come l'influenza.
Mi viene da pensare a Fetonte. Se suo padre, niente meno che il
dio Sole, avesse rifiutato di fargli guidare il carro infuocato,
Fetonte sarebbe ancora vivo. Doveva impedirglielo: il figlio era
giovane, inesperto, e quel carro troppo pericoloso. Ma tant'è, è
andata così e Fetonte, fulminato da Zeus, è precipitato nel Po.
A futura memoria. La domanda ora è questa, a cui rispondere
crocettando la casella giusta: il dio Sole è stato a) un padre
debole e vigliacco, b) un uomo (un dio!) mirabilmente liberale,
oppure c) semplicemente politically correct?
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