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Storie. Storie
che ci aprono al mondo dei bambini. Storie ultime, di
questi primi giorni di un nuovo anno che mi invitano a
riflettere sull’aspetto educativo dei nostri bambini e dei
ragazzi.
Storie ultime,
perché i loro protagonisti – i cui nomi sono di fantasia – hanno
vissuto vicende apparentemente
effimere,
di quelle che non stimolano gli interessi mediatici, che muoiono
presto dopo il primo volo. Ma se le vai a leggere con il cuore,
ti accorgi che dietro le piccole ali trasparenti mai a riposo,
le effimere nascondono una vita altrettanto piena. Tutto
sta a scovarle e a saperle leggere.
Storie donatemi,
che mi hanno aiutato a penetrare sempre più in profondità in
quel mondo sommerso e così poco compreso com’è quello dei
fanciulli.
Vincenzo e
il suo nuovo professore.
Vincenzo è un
ragazzo di 16 anni. Frequenta un Istituto professionale in un
rione molto popolare di Napoli. Da quest’anno ha un nuovo
professore di Italiano.
Vincenzo ha al suo
attivo due bocciature, una sfilza di rapporti, una famiglia
assente già subissata dai suoi mille problemi di sopravvivenza.
Durante i primi
giorni di scuola il professore Gigi ha dovuto faticare
molto per essere accolto e accettato da questa classe così
irruenta, forse arrabbiata con tutti, anche verso chi avrebbe
per dovere la mission di avviarli ad una vita che non è
solo professione.
Gigi è il tipo di
professore che tutti desidererebbero avere. Ragazzi e genitori.
Nutro la gioia di
conoscerlo. Di essere suo amico.
Quando parla dei
suoi studenti si illuminano gli occhi, proprio come accade
quando un padre parla dei figli. E’ questa disposizione d’animo
che lo fa un “grande insegnante”, un maestro.
«Sì, professore
sono felice del voto che mi ha messo, ma… mi abbraccerebbe?...
La prego professore, mi abbracci!»
Sedici anni. Più
alto di lui, del suo professore, felice di aver trovato
finalmente qualcuno che, semplicemente, lo abbraccia.
Gigi, tra le tante
che ha da raccontare ai suoi amici più intimi, porta al suo
attivo anche quella di quando Vincenzo, quel giorno, ammonito
severamente per l’ennesima volta da un altro professore, scappa
da scuola.
«Professo’…
Vicienzo è fuggìt… chiangneva comm nu’ criaturo!»
«Non c’ho visto
più! Ho fatto ciò che il cuore mi dettava in quel momento: ho
abbandonato la classe e mi sono precipitato per le scale…
Correvo… correvo… non sapevo cosa mai avrei potuto fare… Il
Preside, intanto, aveva chiamato la Polizia… Quando stremato
raggiunsi Vincenzo, lo trovai in lacrime… Non l’avevo mai visto
in quello stato… lo conoscevo da così poco… Non dissi niente. Lo
abbracciai… mi misi a piangere anch’io… Fu così che lui smise e
mi abbracciò… Non so cosa accadde nella sua testa, ma da quel
giorno Vincenzo cambiò.
I genitori non
erano mai venuti agli incontri di fine trimestre. Me li trovai
per la prima volta a scuola. Era povera gente, povera non solo
fuori, ma anche dentro. Che colpa hai se la vita è stata sempre
così dura? Vennero solo per incontrarsi con me.
- Professo’, ma ca’
ci avit fatto a Vicienz? Nun o’ riconoscimm più!»
Questo è il
professor Gigi. Così lo chiamano i suoi studenti.
Arriva a scuola
ogni mattina con una vespa attempata. Quando è fuori dalle aule
nessuno penserebbe ad un professore con due lauree.
Una mattina il
Preside lo sorprende parcheggiare nel cortile interno
all’Istituto.
«Non guarda mai in
faccia le persone… Non ci sa’… Se ci incontra nei corridoi
chiede sempre chi siamo…»
«Ma
lei chi è? – esordì quella
mattina - Lo sa che non può parcheggiare qui? Questa è una
scuola!...»
«Preside… sono il
professore Gigi Esposito!»
«Oh…!»
«Non mi aveva
neanche guardato in viso!»
Parlando del professor Gigi, mi viene alla mente la
figura del tenace e rivoluzionario professor John, interpretato
da Robin Williams nell’Attimo fuggente, dove
non è il professore che si maschera dietro
l’uomo, ma è l’uomo che si nasconde dietro al professore, per
arrivare al cuore dei suoi studenti.
Direbbe Janusz Korzak, che è sempre attuale la
proposta di cambiare radicalmente il nostro modo di vedere il
bambino e il nostro rapporto con lui, di renderci conto che
i bambini non esistono, esistono
gli individui, che hanno diritto al rispetto, ad essere
considerati come individui particolari che hanno una propria
vita. I bambini, come gli adulti, hanno diritto ad essere amati
come persone. L’errore più
grosso della pedagogia è credere di essere la scienza del
bambino e non dell’uomo.
E’
sempre attuale la proposta che tutti i bambini, quelli degli
ambienti più disagiati e quelli degli ambienti benestanti, siano
circondati da un sistema di saggia
e razionale tutela educativa. Poiché tutti i bambini si trovano
male nel mondo organizzato dagli adulti, perché continuano a non
essere soddisfatti i loro bisogni più importanti, i bisogni
affettivi.
Continua a persistere la necessità di spezzare la barriera
psicologica che divide il mondo degli adulti da quello dei
bambini. Va ancora superato il
carattere autoritario dell’educazione che impone ai bambini gli
schemi e i dogmi che gravano sulla vita degli adulti.
Si
tratta, innanzi tutto, di assicurare al bambino
il senso della stabilità vitale,
un senso di totale sicurezza, di infondergli la convinzione che
niente lo possa minacciare nell’istituto: né la “mano pesante” o
il capriccio dell’educatore, né i coetanei più forti. Quanti
drammi si svolgono quotidianamente negli ambienti in cui vivono
i bambini, se non viene loro assicurata la dovuta tutela, sia in
senso fisico sia in quello psichico!
E, allora,
professore: abbracci qualche volta i suoi ragazzi!
Massimo e
i suoi dolori.
Sono almeno due
mesi che la mamma di Massimo mi porta continuamente il bambino a
controllo.
«Dottore, Massimo
continua ad avere madipacia prima di andare a scuola… Quando
torna a casa mi riferisce sempre malditesta… è spossato… non
vuole mangiare… non riesce più a studiare. Gli insegnanti gli
danno addosso… Non so più che fare! Gli dico che deve mangiare…
che così morirà! Poi lo vedo piluccare continuamente dentro la
credenza e spalmarsi cucchiai di nutella sul pane e allora penso
alle sue parole e mi rassereno…»
Avevamo già
affrontato il problema. Ero giunto alla conclusione che i mali
di Massimo avessero una genesi esclusivamente psicologica.
“Infinito è il numero dei problemi psicologici e delle
conseguenze che stanno al confine fra soma e psiche”.
Massimo è molto
introverso. E’ difficile cavargli una parola. La madre, da
sempre, accompagnata da una grande ansia. Cerchiamo di esplorare
l’ambiente scolastico. Finalmente un giorno sbotta: «Mamma…
non ce la faccio a restare a scuola fino al pomeriggio!»
Me lo raccontò. Le
dissi: «Si faccia ricevere dal Dirigente scolastico… gli dica
che abbiamo bisogno di dare credito a Massimo e… non intavoli
più la questione cibo!»
Quando seppi che la
nuova Direttrice aveva accolto senza alcuna riserva la proposta
e incontrato personalmente Massimo, mi venne quasi da piangere.
Non ci credevo.
«Non le ha chiesto
nessun certificato medico?»
«Nessuno, dottore!
Massimo è uscito da quella stanza radioso, con un sorriso che
non vedevo più da mesi… Non ci crederà, ma sono spariti tutti i
mali!»
Era la
prima volta in vent’anni che vedevo una cosa del genere.
Un
dirigente che si china sul bambino, che lo abbraccia, lo
accoglie, non si trincera dietro la burocrazia e le leggi, ma
afferma di fatto che
la giustizia non è
dare a tutti la stessa cosa, ma a ciascuno ciò di cui ha bisogno.
Il
bambino ha diritto di volere, di chiedere, di reclamare; ha
diritto di crescere e maturare e, giunto alla maturità, di dare
i suoi frutti. Korczak già
agli inizi del 900 spiegava che è possibile riconoscere i
diritti dei bambini soltanto quando si è capaci di capire i
bambini, il loro mondo e i loro bisogni di crescita, quando si è
capaci di vedere e di sentire come vedono e sentono loro, quando
si riesce a considerare il loro mondo allo stesso livello di
importanza del nostro: questo aveva imparato dai suoi ragazzi,
questo era stato capace di fare nel corso della sua vita.
Rispetto per ogni minuto che passa, perché morirà e non tornerà
più; un minuto ferito comincerà a sanguinare, un minuto
assassinato tornerà e ossessionerà le vostre notti.
Lasciamo che il bambino si abbeveri
fiducioso nell’allegria del mattino.
E’ quello che vuole. Un racconto, una
conversazione con il cane, una partita a pallone, non sono per
lui tempo perduto; quando guarda un’immagine o ricopia una
lettera, non si affretta. Fa tutto con un’incantevole
semplicità. Ha ragione lui. E un
bambino rispettato oggi, sarà domani un adulto capace di
rispetto.
Luca e la
sua prof di filosofia.
«Da quando è
arrivata la nuova insegnate di filosofia nella nostra classe si
respira un’aria diversa. Soprattutto, quando arriva lei, sento
che i nostri animi si distendono. Si abbassano le tensioni e le
resistenze. Sappiamo che non ci sarà nessuna “interrogazione a
pugnalata” e che qualsiasi cosa dentro di noi sentiremo che non
va, potremo comunicarla. Non necessariamente parlando, perché
lei sa leggere negli occhi! Credo… anche nei cuori.»
E’ la confessione
di Luca. Sedici anni. Terzo liceo scientifico.
«Il primo giorno di
scuola arrivo in lieve ritardo… Sono già tutti seduti e il nuovo
prof di matematica è appena entrato. Chiedo scusa e attendo di
ricevere il permesso di accomodarmi. Lui mi guarda e dice:
- Cominciamo bene!
Visto che sei in ritardo accomodati direttamente alla lavagna!
Per un attimo penso
di essere ancora nel sogno di quella notte forse non ancora
trascorsa…
Mi interroga e,
peggio di ogni cosa, sulla fisica e, peggio di tutto, sulle
lezioni apprese in prima, due anni fa.
Mi rimanda al posto
con disprezzo.
E’ il primo e unico
brutto voto dopo due anni di liceo. Mi sento uno schifo.
Ma con lei, invece,
no! Lei ti chiede:
- Ti va di
raccontarci qualcosa su Platone?… Se te la senti… anche se non
hai studiato bene?… Magari ci racconti solo quello che ti ha
particolarmente colpito?
E
quando cominci a parlare ti guarda negli occhi…
ti sorride compiaciuta, come se si stesse abbeverando dentro di
te, come se avesse ancora bisogno di imparare, anche da te…
Oggi ha interrogato
uno che non sapeva niente! Certamente non aveva studiato. Ha
cominciato a raccontare qualcosa che lo aveva colpito durante la
spiegazione dell’altro giorno.
Lei, come sempre,
lo ha ascoltato. Era in una posizione come di chi ha l’occasione
di stare davanti ad una persona importante, una di quelle che
quando apre la bocca ti lascia stupito. Ecco, lei stava proprio
così. Non sentiva la lezione, ma l’ascoltava. E non guardava lo
studente, ma gli leggeva dentro.
Ha parlato forse
massimo cinque minuti… poi si è fermato. Credo che non avesse
altro da dire.
Allora la prof, con
quella dolcezza che la contraddistingue, ha esclamato:
- Grazie Giorgio!
Ti metto sei e mezzo perché hai parlato col cuore e hai detto
delle cose molto belle!
Ma tu capisci? Non
sapeva niente e gli ha messo sei e mezzo!
Il rispetto di uno studente è il rispetto
dell’uomo che c’è in lui.
Un
fanciullo da rispettare, oggi, per ciò che è, in ogni singolo
istante, da non umiliare nei suoi desideri, nelle sue proprietà,
nei suoi amici, nei suoi animali; da capire per le sue bugie,
per i suoi silenzi, per i suoi misteri, per le fluttuazioni del
suo umore, per le sue cadute, per la sua ignoranza, per le
cianfrusaglie che animano la sua fantasia.
Korczak era convinto che essi
tendano spontaneamente a migliorarsi, se posti in una condizione
favorevole, e che, come tutti
gli altri esseri umani, abbiano diritto all’autodeterminazione.
Riteneva che l’educazione debba
partire da ciò che il bambino è nel momento, e non da ciò che
vogliamo diventi.
Ma per
fare questo occorre
un educatore che non schiaccia ma libera, non trascina ma
innalza, non opprime ma forma, non impone ma insegna, non esige
ma chiede… Che osservando attentamente il bambino, può proporgli
un programma su come arrivare a conoscersi, come vincersi, quali
sforzi affrontare, come cercare la propria strada nella vita.
Andrea il
calciatore.
L’ultima storia è
di Andrea. E’ un bellissimo bambino di dieci anni. Sveglio.
Pieno di vita.
Ha scelto già da
due anni di vivere l’esperienza scout e lo fa con grande
interesse e dedizione. Ma la sua vera passione è il calcio.
«Andrea ha imparato
a camminare per correre appresso al pallone. Dormiva col
pallone. Sognava il pallone. Alle sue feste era felice se
riceveva in dono un pallone. Un giorno scrisse: - Nell’uovo di
Pasqua vorrei che uscisse un pallone!»
Ha iniziato a
calciare da subito e tutti si sbalordivano quando vedevano cosa
quei minuscoli piedi erano in grado di evocare su una sfera così
grande rispetto alle sue dimensioni fisiche.
Poi, ha iniziato la
scuola calcio. Oggi lo chiamano bomber, ma lui è così
serio che non si lascia irretire dalle adulazioni degli adulti.
Per lui il calcio è solo un grande divertimento.
«Il problema,
dottore, è che gli scout quest’anno lo hanno messo alle strette.
All’inizio dell’anno hanno raccontato che per portare avanti
l’impegno non bisognerà mancare alle riunioni e alle uscite
mensili, pena l’uscita dal gruppo. Appena lui ha capito che era
davanti ad una scelta (la domenica: calcio o scout?), ha
cominciato a chiederci con insistenza che chiudessimo questa
storia. Così, ne abbiamo parlato con i Capi, consapevoli che
sarebbe stato difficile per lui riuscire a conciliare le due
attività e che, forse, era anche giusto così. Evidentemente
Andrea non teneva poi così tanto agli scout per non riuscire a
sacrificare almeno una domenica al mese.»
Certo si sa,
dinanzi ad una regola c’è poco da fare: dentro o fuori.
«Ma i capi hanno
voluto guardare oltre. Hanno incontrato Andrea. Lo hanno
incontrato nel suo cuore. Ascoltandolo e mettendolo non dinanzi
alle regole, ma ai suoi sentimenti, hanno compreso che in lui
c’era una grande sofferenza. Andrea era dilaniato tra due
esperienze forti e decisive, entrambe per lui importanti, ma che
sembravano incompatibili.»
Incompatibili sì, ma solo se le regole e le leggi fossero state
lette con la vista e non lo sguardo di chi sa andare oltre,
adattandole al bene dell’individuo e per un bene ancora
maggiore. Perché si sa: un
individuo che si sente accolto, crescerà sano, integro e a sua
volta accogliente; donerà agli altri tutto se stesso senza
remore, perché la regola non lo ha ostacolato, ma lo ha
integrato secondo il proprio essere.
Dirà
lo psicologo infantile Bruno Bettelheim: Quando genitori ed
educatori faranno proprie le idee di Korczak, i bambini ne
trarranno grandi benefici. E’ il profondo rispetto per il
bambino manifestato da Korczak - più che l’amore assoluto -, che
fa di lui uno dei più grandi educatori di tutti i tempi.
Ogni riga che egli ha scritto sul suo lavoro con i bambini
e sul suo modo di comprenderli ci convince sempre più che
“bisogna guardare all’infanzia non come a una fase di sviluppo
che avrà il proprio coronamento nell’età adulta, ma come a uno
stadio della vita altrettanto importante - per se stesso e in
tutti i suoi aspetti – verso la maturità.
Ancora troppo diffusa è l’immagine
dell’infanzia come preparazione a una vita futura, mentre ogni
suo momento è importante in assoluto e non per ciò a cui porterà
in seguito. Dobbiamo
apprezzare il bambino in quanto tale e non per l’uomo che
diventerà”.
Korczac non ci ha
insegnato ad amare il bambino - cosa non difficile per quanto
ancora troppo rara -, ma a rispettarlo e a comprenderlo a
partire dai suoi punti di riferimento piuttosto che dai nostri.
Se ne saremo capaci, i nostri bambini saranno più felici e anche
noi, a nostra volta, lo saremo.
Ecco. Questa la
storia di Andrea. Ma la sua, come tutte le altre che ho provato
a narrare, sono storie legate da un sottile filo rosso che
affonda le sue radici in quella bellissima poesia di Korczac che
vi ho donato a Natale:
Dite:
è faticoso
frequentare i bambini.
Avete ragione.
Poi aggiungete:
perché bisogna
mettersi al loro livello,
abbassarsi,
inclinarsi, curvarsi, farsi piccoli.
Ora avete torto.
Non è questo che
più stanca.
E’ piuttosto il
fatto di essere
obbligati ad
innalzarsi
fino all’altezza
dei loro
sentimenti.
Tirarsi,
allungarsi,
alzarsi sulla
punta dei piedi.
Per non ferirli.
Il
pensiero è volato qui, perché credo che questi educatori abbiano
avuto veramente la capacità di innalzati fino all’altezza dei
sentimenti dei loro bambini, dei loro ragazzi.
Un atteggiamento del cuore che ha reso
grande questi grandi, perché chi sta coi bambini impara a
pensare con il sentimento e non con l’intelletto.
Scriveva il pedagogista-educatore francese Freinet, che
per poter educare, l’educatore
stesso dovrebbe diventare un bambino, dovrebbe saper entrare
nell’incantato regno dei bambini per capire le loro sottili
sensazioni, reazioni, sentimenti.
Senza questa capacità di essere sia
adulto sia bambino, non c’è vero educatore, non c’è vera
educazione.
Raffaele D’Errico, pediatra
Lewin A. Janusz Korczak: pedagogista innovatore
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