Dr. Raffaele D'Errico                                                                              medico-chirurgo specialista in pediatria

 Lettere aperte del pediatra Raffaele D'Errico

 

Lasciamo che il bambino si abbeveri fiducioso nell’allegria del mattino

Per poter educare, l’educatore stesso dovrebbe diventare un bambino, dovrebbe saper entrare nell’incantato regno dei bambini per capire le loro sottili sensazioni, reazioni, sentimenti.

 

 

1 febbraio 2012


Storie. Storie che ci aprono al mondo dei bambini. Storie ultime, di questi primi giorni di un nuovo anno che mi invitano a riflettere sull’aspetto educativo dei nostri bambini e dei ragazzi.

Storie ultime, perché i loro protagonisti – i cui nomi sono di fantasia – hanno vissuto vicende apparentemente effimere[1], di quelle che non stimolano gli interessi mediatici, che muoiono presto dopo il primo volo. Ma se le vai a leggere con il cuore, ti accorgi che dietro le piccole ali trasparenti mai a riposo, le effimere nascondono una vita altrettanto piena. Tutto sta a scovarle e a saperle leggere.

Storie donatemi, che mi hanno aiutato a penetrare sempre più in profondità in quel mondo sommerso e così poco compreso com’è quello dei fanciulli.

 

Vincenzo e il suo nuovo professore.

Vincenzo è un ragazzo di 16 anni. Frequenta un Istituto professionale in un rione molto popolare di Napoli. Da quest’anno ha un nuovo professore di Italiano.

Vincenzo ha al suo attivo due bocciature, una sfilza di rapporti, una famiglia assente già subissata dai suoi mille problemi di sopravvivenza.

Durante i primi giorni di scuola il professore Gigi ha dovuto faticare molto per essere accolto e accettato da questa classe così irruenta, forse arrabbiata con tutti, anche verso chi avrebbe per dovere la mission di avviarli ad una vita che non è solo professione.

Gigi è il tipo di professore che tutti desidererebbero avere. Ragazzi e genitori.

Nutro la gioia di conoscerlo. Di essere suo amico.

Quando parla dei suoi studenti si illuminano gli occhi, proprio come accade quando un padre parla dei figli. E’ questa disposizione d’animo che lo fa un “grande insegnante”, un maestro.

«Sì, professore sono felice del voto che mi ha messo, ma… mi abbraccerebbe?... La prego professore, mi abbracci!»

Sedici anni. Più alto di lui, del suo professore, felice di aver trovato finalmente qualcuno che, semplicemente, lo abbraccia.

Gigi, tra le tante che ha da raccontare ai suoi amici più intimi, porta al suo attivo anche quella di quando Vincenzo, quel giorno, ammonito severamente per l’ennesima volta da un altro professore, scappa da scuola.

«Professo’… Vicienzo è fuggìt… chiangneva comm nu’ criaturo!»

«Non c’ho visto più! Ho fatto ciò che il cuore mi dettava in quel momento: ho abbandonato la classe e mi sono precipitato per le scale… Correvo… correvo… non sapevo cosa mai avrei potuto fare… Il Preside, intanto, aveva chiamato la Polizia… Quando stremato raggiunsi Vincenzo, lo trovai in lacrime… Non l’avevo mai visto in quello stato… lo conoscevo da così poco… Non dissi niente. Lo abbracciai… mi misi a piangere anch’io… Fu così che lui smise e mi abbracciò… Non so cosa accadde nella sua testa, ma da quel giorno Vincenzo cambiò.

I genitori non erano mai venuti agli incontri di fine trimestre. Me li trovai per la prima volta a scuola. Era povera gente, povera non solo fuori, ma anche dentro. Che colpa hai se la vita è stata sempre così dura? Vennero solo per incontrarsi con me.

- Professo’, ma ca’ ci avit fatto a Vicienz? Nun o’ riconoscimm più!»

 

Questo è il professor Gigi. Così lo chiamano i suoi studenti.

Arriva a scuola ogni mattina con una vespa attempata. Quando è fuori dalle aule nessuno penserebbe ad un professore con due lauree.  

Una mattina il Preside lo sorprende parcheggiare nel cortile interno all’Istituto.

«Non guarda mai in faccia le persone… Non ci sa’… Se ci incontra nei corridoi chiede sempre chi siamo…»

«Ma lei chi è? – esordì quella mattina - Lo sa che non può parcheggiare qui? Questa è una scuola!...»

«Preside… sono il professore Gigi Esposito!»

«Oh…!»

«Non mi aveva neanche guardato in viso!»

 

Parlando del professor Gigi, mi viene alla mente la figura del tenace e rivoluzionario professor John, interpretato da Robin Williams nell’Attimo fuggente, dove non è il professore che si maschera dietro l’uomo, ma è l’uomo che si nasconde dietro al professore, per arrivare al cuore dei suoi studenti.

Direbbe Janusz Korzak, che è sempre attuale la proposta di cambiare radicalmente il nostro modo di vedere il bambino e il nostro rapporto con lui, di renderci conto che i bambini non esistono, esistono gli individui, che hanno diritto al rispetto, ad essere considerati come individui particolari che hanno una propria vita. I bambini, come gli adulti, hanno diritto ad essere amati come persone. L’errore più grosso della pedagogia è credere di essere la scienza del bambino e non dell’uomo.

E’ sempre attuale la proposta che tutti i bambini, quelli degli ambienti più disagiati e quelli degli ambienti benestanti, siano circondati da un sistema di saggia e razionale tutela educativa. Poiché tutti i bambini si trovano male nel mondo organizzato dagli adulti, perché continuano a non essere soddisfatti i loro bisogni più importanti, i bisogni affettivi.

Continua a persistere la necessità di spezzare la barriera psicologica che divide il mondo degli adulti da quello dei bambini. Va ancora superato il carattere autoritario dell’educazione che impone ai bambini gli schemi e i dogmi che gravano sulla vita degli adulti.

Si tratta, innanzi tutto, di assicurare al bambino il senso della stabilità vitale, un senso di totale sicurezza, di infondergli la convinzione che niente lo possa minacciare nell’istituto: né la “mano pesante” o il capriccio dell’educatore, né i coetanei più forti. Quanti drammi si svolgono quotidianamente negli ambienti in cui vivono i bambini, se non viene loro assicurata la dovuta tutela, sia in senso fisico sia in quello psichico![2]

E, allora, professore: abbracci qualche volta i suoi ragazzi!

 

Massimo e i suoi dolori.

Sono almeno due mesi che la mamma di Massimo mi porta continuamente il bambino a controllo.

«Dottore, Massimo continua ad avere madipacia prima di andare a scuola… Quando torna a casa mi riferisce sempre malditesta… è spossato… non vuole mangiare… non riesce più a studiare. Gli insegnanti gli danno addosso… Non so più che fare! Gli dico che deve mangiare… che così morirà! Poi lo vedo piluccare continuamente dentro la credenza e spalmarsi cucchiai di nutella sul pane e allora penso alle sue parole e mi rassereno…»

Avevamo già affrontato il problema. Ero giunto alla conclusione che i mali di Massimo avessero una genesi esclusivamente psicologica.

“Infinito è il numero dei problemi psicologici e delle conseguenze che stanno al confine fra soma e psiche”.[3]

Massimo è molto introverso. E’ difficile cavargli una parola. La madre, da sempre, accompagnata da una grande ansia. Cerchiamo di esplorare l’ambiente scolastico. Finalmente un giorno sbotta: «Mamma… non ce la faccio a restare a scuola fino al pomeriggio!»

Me lo raccontò. Le dissi: «Si faccia ricevere dal Dirigente scolastico… gli dica che abbiamo bisogno di dare credito a Massimo e… non intavoli più la questione cibo!»

Quando seppi che la nuova Direttrice aveva accolto senza alcuna riserva la proposta e incontrato personalmente Massimo, mi venne quasi da piangere. Non ci credevo.

«Non le ha chiesto nessun certificato medico?»

«Nessuno, dottore! Massimo è uscito da quella stanza radioso, con un sorriso che non vedevo più da mesi… Non ci crederà, ma sono spariti tutti i mali!»

Era la prima volta in vent’anni che vedevo una cosa del genere. Un dirigente che si china sul bambino, che lo abbraccia, lo accoglie, non si trincera dietro la burocrazia e le leggi, ma afferma di fatto che la giustizia non è dare a tutti la stessa cosa, ma a ciascuno ciò di cui ha bisogno[4].

Il bambino ha diritto di volere, di chiedere, di reclamare; ha diritto di crescere e maturare e, giunto alla maturità, di dare i suoi frutti. Korczak già agli inizi del 900 spiegava che è possibile riconoscere i diritti dei bambini soltanto quando si è capaci di capire i bambini, il loro mondo e i loro bisogni di crescita, quando si è capaci di vedere e di sentire come vedono e sentono loro, quando si riesce a considerare il loro mondo allo stesso livello di importanza del nostro: questo aveva imparato dai suoi ragazzi, questo era stato capace di fare nel corso della sua vita.

Rispetto per ogni minuto che passa, perché morirà e non tornerà più; un minuto ferito comincerà a sanguinare, un minuto assassinato tornerà e ossessionerà le vostre notti. Lasciamo che il bambino si abbeveri fiducioso nell’allegria del mattino. E’ quello che vuole. Un racconto, una conversazione con il cane, una partita a pallone, non sono per lui tempo perduto; quando guarda un’immagine o ricopia una lettera, non si affretta. Fa tutto con un’incantevole semplicità. Ha ragione lui. E un bambino rispettato oggi, sarà domani un adulto capace di rispetto.[5]

 

Luca e la sua prof di filosofia.

«Da quando è arrivata la nuova insegnate di filosofia nella nostra classe si respira un’aria diversa. Soprattutto, quando arriva lei, sento che i nostri animi si distendono. Si abbassano le tensioni e le resistenze. Sappiamo che non ci sarà nessuna “interrogazione a pugnalata” e che qualsiasi cosa dentro di noi sentiremo che non va, potremo comunicarla. Non necessariamente parlando, perché lei sa leggere negli occhi! Credo… anche nei cuori.»

E’ la confessione di Luca. Sedici anni. Terzo liceo scientifico.

«Il primo giorno di scuola arrivo in lieve ritardo… Sono già tutti seduti e il nuovo prof di matematica è appena entrato. Chiedo scusa e attendo di ricevere il permesso di accomodarmi. Lui mi guarda e dice:

- Cominciamo bene! Visto che sei in ritardo accomodati direttamente alla lavagna!

Per un attimo penso di essere ancora nel sogno di quella notte forse non ancora trascorsa…

Mi interroga e, peggio di ogni cosa, sulla fisica e, peggio di tutto, sulle lezioni apprese in prima, due anni fa.

Mi rimanda al posto con disprezzo.

E’ il primo e unico brutto voto dopo due anni di liceo. Mi sento uno schifo.

Ma con lei, invece, no! Lei ti chiede:

- Ti va di raccontarci qualcosa su Platone?… Se te la senti… anche se non hai studiato bene?… Magari ci racconti solo quello che ti ha particolarmente colpito?

E quando cominci a parlare ti guarda negli occhi… ti sorride compiaciuta, come se si stesse abbeverando dentro di te, come se avesse ancora bisogno di imparare, anche da te…

Oggi ha interrogato uno che non sapeva niente! Certamente non aveva studiato. Ha cominciato a raccontare qualcosa che lo aveva colpito durante la spiegazione dell’altro giorno.

Lei, come sempre, lo ha ascoltato. Era in una posizione come di chi ha l’occasione di stare davanti ad una persona importante, una di quelle che quando apre la bocca ti lascia stupito. Ecco, lei stava proprio così. Non sentiva la lezione, ma l’ascoltava. E non guardava lo studente, ma gli leggeva dentro.

Ha parlato forse massimo cinque minuti… poi si è fermato. Credo che non avesse altro da dire.

Allora la prof, con quella dolcezza che la contraddistingue, ha esclamato:

- Grazie Giorgio! Ti metto sei e mezzo perché hai parlato col cuore e hai detto delle cose molto belle!

Ma tu capisci? Non sapeva niente e gli ha messo sei e mezzo!

 

Il rispetto di uno studente è il rispetto dell’uomo che c’è in lui. Un fanciullo da rispettare, oggi, per ciò che è, in ogni singolo istante, da non umiliare nei suoi desideri, nelle sue proprietà, nei suoi amici, nei suoi animali; da capire per le sue bugie, per i suoi silenzi, per i suoi misteri, per le fluttuazioni del suo umore, per le sue cadute, per la sua ignoranza, per le cianfrusaglie che animano la sua fantasia[6].

Korczak era convinto che essi tendano spontaneamente a migliorarsi, se posti in una condizione favorevole, e che, come tutti gli altri esseri umani, abbiano diritto all’autodeterminazione. Riteneva che l’educazione debba partire da ciò che il bambino è nel momento, e non da ciò che vogliamo diventi.[7]

Ma per fare questo occorre un educatore che non schiaccia ma libera, non trascina ma innalza, non opprime ma forma, non impone ma insegna, non esige ma chiede… Che osservando attentamente il bambino, può proporgli un programma su come arrivare a conoscersi, come vincersi, quali sforzi affrontare, come cercare la propria strada nella vita. [8]

 

Andrea il calciatore.

L’ultima storia è di Andrea. E’ un bellissimo bambino di dieci anni. Sveglio. Pieno di vita.

Ha scelto già da due anni di vivere l’esperienza scout e lo fa con grande interesse e dedizione. Ma la sua vera passione è il calcio.

«Andrea ha imparato a camminare per correre appresso al pallone. Dormiva col pallone. Sognava il pallone. Alle sue feste era felice se riceveva in dono un pallone. Un giorno scrisse: - Nell’uovo di Pasqua vorrei che uscisse un pallone!»

Ha iniziato a calciare da subito e tutti si sbalordivano quando vedevano cosa quei minuscoli piedi erano in grado di evocare su una sfera così grande rispetto alle sue dimensioni fisiche.

Poi, ha iniziato la scuola calcio. Oggi lo chiamano bomber, ma lui è così serio che non si lascia irretire dalle adulazioni degli adulti. Per lui il calcio è solo un grande divertimento.

«Il problema, dottore, è che gli scout quest’anno lo hanno messo alle strette. All’inizio dell’anno hanno raccontato che per portare avanti l’impegno non bisognerà mancare alle riunioni e alle uscite mensili, pena l’uscita dal gruppo. Appena lui ha capito che era davanti ad una scelta (la domenica: calcio o scout?), ha cominciato a chiederci con insistenza che chiudessimo questa storia. Così, ne abbiamo parlato con i Capi, consapevoli che sarebbe stato difficile per lui riuscire a conciliare le due attività e che, forse, era anche giusto così. Evidentemente Andrea non teneva poi così tanto agli scout per non riuscire a sacrificare almeno una domenica al mese.»

Certo si sa, dinanzi ad una regola c’è poco da fare: dentro o fuori.

«Ma i capi hanno voluto guardare oltre. Hanno incontrato Andrea. Lo hanno incontrato nel suo cuore. Ascoltandolo e mettendolo non dinanzi alle regole, ma ai suoi sentimenti, hanno compreso che in lui c’era una grande sofferenza. Andrea era dilaniato tra due esperienze forti e decisive, entrambe per lui importanti, ma che sembravano incompatibili.»

Incompatibili sì, ma solo se le regole e le leggi fossero state lette con la vista e non lo sguardo di chi sa andare oltre, adattandole al bene dell’individuo e per un bene ancora maggiore. Perché si sa: un individuo che si sente accolto, crescerà sano, integro e a sua volta accogliente; donerà agli altri tutto se stesso senza remore, perché la regola non lo ha ostacolato, ma lo ha integrato secondo il proprio essere.

Dirà lo psicologo infantile Bruno Bettelheim: Quando genitori ed educatori faranno proprie le idee di Korczak, i bambini ne trarranno grandi benefici. E’ il profondo rispetto per il bambino manifestato da Korczak - più che l’amore assoluto -, che fa di lui uno dei più grandi educatori di tutti i tempi. Ogni riga che egli ha scritto sul suo lavoro con i bambini e sul suo modo di comprenderli ci convince sempre più che “bisogna guardare all’infanzia non come a una fase di sviluppo che avrà il proprio coronamento nell’età adulta, ma come a uno stadio della vita altrettanto importante - per se stesso e in tutti i suoi aspetti – verso la maturità. Ancora troppo diffusa è l’immagine dell’infanzia come preparazione a una vita futura, mentre ogni suo momento è importante in assoluto e non per ciò a cui porterà in seguito. Dobbiamo apprezzare il bambino in quanto tale e non per l’uomo che diventerà”.

Korczac non ci ha insegnato ad amare il bambino - cosa non difficile per quanto ancora troppo rara -, ma a rispettarlo e a comprenderlo a partire dai suoi punti di riferimento piuttosto che dai nostri. Se ne saremo capaci, i nostri bambini saranno più felici e anche noi, a nostra volta, lo saremo.

 

Ecco. Questa la storia di Andrea. Ma la sua, come tutte le altre che ho provato a narrare, sono storie legate da un sottile filo rosso che affonda le sue radici in quella bellissima poesia di Korczac che vi ho donato a Natale:

Dite:

è faticoso frequentare i bambini.

Avete ragione.

Poi aggiungete:

perché bisogna mettersi al loro livello,

abbassarsi, inclinarsi, curvarsi, farsi piccoli.

Ora avete torto.

Non è questo che più stanca.

E’ piuttosto il fatto di essere

obbligati ad innalzarsi

fino all’altezza

dei loro sentimenti.

Tirarsi, allungarsi,

alzarsi sulla punta dei piedi.

Per non ferirli.

 

Il pensiero è volato qui, perché credo che questi educatori abbiano avuto veramente la capacità di innalzati fino all’altezza dei sentimenti dei loro bambini, dei loro ragazzi. Un atteggiamento del cuore che ha reso grande questi grandi, perché chi sta coi bambini impara a pensare con il sentimento e non con l’intelletto.

Scriveva il pedagogista-educatore francese Freinet, che per poter educare, l’educatore stesso dovrebbe diventare un bambino, dovrebbe saper entrare nell’incantato regno dei bambini per capire le loro sottili sensazioni, reazioni, sentimenti. Senza questa capacità di essere sia adulto sia bambino, non c’è vero educatore, non c’è vera educazione.

 

                                                             Raffaele D’Errico, pediatra


 

[1] Gli Efemerotteri, comunemente noti come Effimere, sono un ordine di insetti, cattivi volatori a causa delle ali posteriori molto ridotte che, a volte, possono addirittura mancare. Le ali sono spesso trasparenti, e mai ripiegate sul proprio corpo sempre in posizione verticale. L'insetto raggiungerà l'immagine completa solo dopo poche ore dalla nascita. A partire dallo stadio adulto le Effimere smettono di alimentarsi a causa dell'atrofizzazione dell'apparato boccale. Non a caso in greco ephemeros significa "che vive un giorno". Raggiunta l'immagine alare, la loro vita rimane infatti di breve durata: il più delle specie vive meno di un giorno. (http://it.wikipedia.org/wiki/Effimere)

[2] Lewin A. Janusz Korczak: pedagogista innovatore

[3] Volta A. Janusz Korczak: un precursore della pediatria all’inizio del ‘900

[4] Lawrence Kohlberg, psicologo, educatore, scienziato, è colui che ci ha insegnato quasi tutto ciò che oggi sappiamo sull’educazione morale del bambino, che lo rese popolare attraverso studi di ricerca condotti al Centro sull’Educazione Morale di Harvard. La sua teoria fu in qualche modo collegata al pensiero dello psicologo svizzero Jean Piaget e del filosofo americano John Dewey e venne influenzata anche da James Mark Baldwin.

[5] Volta A. Janusz Korczak: un precursore della pediatria all’inizio del ‘900

[6] Limiti G. La figura e il messaggio di Janusz Korczak

[7] Golfera S. Storie di questo mondo: Janusz Korczak

[8]Volta A. Janusz Korczak: un precursore della pediatria all’inizio del ‘900

 


 
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