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Oggi
vorrei parlarvi di una cosa che mi sta molto a cuore. Mai come
questa volta vorrei che questa lettera facesse il giro del mondo.
Parlerò
del pianto del neonato e delle famose “coliche
del lattante” note anche come “coliche
gassose” o “coliche
dei primi tre mesi”.
Quello
che tutti noi medici e non medici possiamo osservare è che il 50% dei neonati sani a termine comincia a
presentare, a partire dal ventesimo giorno di vita (ma anche
prima), delle crisi di pianto prolungate e apparentemente
inspiegabili, che compaiono tipicamente nelle ore serali (fra il
tardo pomeriggio e le prime ore della notte) e che spesso si
protraggono nei primi 3-4 mesi per poi scomparire improvvisamente.
L’entità
e la durata di questo fenomeno è molto variabile da lattante a
lattante per cui ogni genitore racconterà la sua storia e proporrà
mezzi terapeutici validati sul campo e ritenuti efficaci per
aiutare o addirittura risolvere il problema.
Ora,
è inutile mettere la testa sotto la sabbia e dire che il problema
non esiste, perché – soprattutto nelle situazioni più critiche
– la condizione può essere così esasperante,
reale e preoccupante per i neo-genitori, che bisogna pur essergli
vicino e aiutarli. Ma come?
Il
problema più grande è che proprio per cercare di dare una
risposta (in buona o cattiva fede) sulle “coliche
del lattante”, si è arrivati ad accumulare una marea di
informazioni, consigli e, oggi più che mai, di prodotti
farmacologici, fitoterapici e omeopatici, inimmaginabile.
In
questo mare magnum anche
di passaparola alcune cose rimangono certe: le
coliche continuano ad esistere; non si risolvono quasi mai con i
comuni rimedi; la scienza medica non riesce a percepire fino in
fondo la loro genesi (sicuramente multifattoriale) e, bene o male,
trascorsi tre mesi scompaiono.
La
domanda però che ci poniamo è: siamo certi che scompaiono? Ma
che cosa sono queste benedette coliche? Sono veramente coliche?
Possibile che non si trovi un rimedio o un “bravo pediatra”
che abbia la soluzione nel cassetto?
Allora,
per un momento facciamo un passo indietro e guardiamo il nostro
neonato.
Il
bimbo appena nato fino al 28° giorno di vita è chiamato per
definizione neo-nato. Dopo queste quattro settimane, caratterizzate da una lunga
fase di adattamento alla vita esterna, il nostro pargolo sarà
promosso al rango di lattante.
E’ giunto il momento in cui potrà concretamente e con più
facilità proseguire la sua meravigliosa avventura alla scoperta
delle meraviglie della vita.
Si
ritiene che questa prima fase sia la più dura che un uomo debba
affrontare.
Immaginate
solo per un momento cosa accadrebbe in voi se da un giorno
all’altro vi mandassero a vivere sulla luna assieme a dei
giapponesi. Come vi sentireste se improvvisamente cominciaste a
respirare attraverso uno scafandro? (quindi in modo totalmente
diverso da come avevate imparato a vivere fino al giorno
precedente); a mangiare usando pillole da ingoiare mentre la
mancanza di gravità vi costringerebbe a camminare saltando nel
vuoto? Non solo ma, per carità, nulla contro i giapponesi, ma
come vi sentireste se nonostante il grande desiderio di comunicare
con qualcuno dovreste confrontarvi con persone che parlano una
lingua incomprensibile come la loro?
Ecco,
questo è quanto accade ad un piccolo essere umano quando, dopo un
così travagliato viaggio verso la vita esterna si immergerà in
un mondo tutto nuovo da scoprire.
Da
parte nostra, di noi medici, ce la mettiamo tutta: lo allontaniamo
subito dalla mamma; tagliamo immediatamente il cordone ombelicale;
lo mettiamo sotto una lampada accecante e lo aspiriamo nelle vie
respiratorie e gastriche; poi gli pratichiamo la profilassi
oculare gettando qualche goccia di collirio negli occhi e una
puntura intramuscolo di vitamina K; un tuffo nella vasca, lo
strofiniamo bene; lo asciughiamo; poi lo visitiamo; lo
imbacucchiamo; e finalmente lo mettiamo in attesa che la mamma
“lo possa vedere”.
Dopo
poche ore da una nascita così traumatica il neonato avvertirà
fame. Per la prima volta avrà fame e dovrà capire cosa fare per
saziarsi. Non conosce ancora il latte della mamma e il modo di
succhiarlo; non conosce ancora quella solitudine immensa che
proverà quando, nel silenzio e nel buio più assoluti, si
sveglierà e percepirà il nulla! Ciò che prima lo
tranquillizzava in utero, il battito del cuore della mamma, anche
nel silenzio più assoluto della notte, ora non c’è più! E
poi, da sveglio, accorgersi che quel pezzo del suo corpo, del
suo-tutto, improvvisamente manca. Sì, perché la mamma per almeno
i primi mesi di vita è “parte del suo stesso corpo”; in
questo periodo come in quello pre-natale il piccolo uomo vive
ancora in forte simbiosi con la sua mamma.
Provate
allora solo per un momento a pensare quello che il neo-nato possa
percepire nei primi giorni e settimane della sua nuova vita.
E
mentre lui vive con grande fatica questa fase di adattamento alla
vita esterna, manifestando spesso la sua insofferenza e instabilità
emotiva, ecco che per noi ogni pianto verrà decodificato, almeno
nelle prime settimane di vita, esclusivamente come un problema di
alimentazione, di capriccio o, se volete, di coliche, di aria
nella pancia… C’è
un’idea ancora oggi molto radicata che il neonato non abbia una
propria psiche e vada guardato
anziché sentito.
Da
oltre un decennio si è andato a sviluppare un interessantissimo
filone sulla psicologica pre e peri-natale, che riguarda la storia
dell’uomo e la sua evoluzione psichica fin dallo sviluppo nel
seno materno.
Vi
sono segni numerosi oggi che indicano che a un certo punto della
vita intrauterina, tra il 5°-6° mese dal concepimento il
nascituro si trasforma, non è più un essere solamente sensitivo
(cioè che percepisce sensazioni), ma è anche sensibile, il che
probabilmente indica la possibilità che i feti possano ricordare
cosa avviene loro dalla fine del secondo trimestre in poi.
Thomas
Verny, psichiatra canadese
[attenzione psichiatra non psicologo], è un pioniere che ha
gettato le basi nella conoscenza di quel magico e misterioso mondo
che circonda la vita prenatale, preludio fondamentale e
determinate nello sviluppo psichico/comportamentale del futuro
bambino/uomo.
Senza
inoltrarci nei meandri di questo interessantissimo argomento,
voglio solo riportare i
quattro punti paradigmatici del nascituro di Thomas Verny
,
notizie che ci saranno utili in questa nostra chiacchierata.
1.
La vita non ha inizio al
momento della nascita, come comunemente si crede, ma è un
continuum che ha inizio al momento del concepimento, il che
equivale a dire che tutto ciò che caratterizzerà la gravidanza
anche nei suoi aspetti psicologici avrà la sua influenza futura
sul bambino;
2.
Non vi è separazione tra
mente e corpo: tutto ciò che noi sperimentiamo psicologicamente,
emozionalmente e mentalmente viene contemporaneamente provato e
sperimentato dal nostro corpo a livello cellulare e a livello
biologico;
3.
Il cervello è sensibile a
tutte le esperienze, ma sono in particolare quelle pre- e
peri-natali che formano il cervello. «L’esperienza è
l’architettura del cervello»;
4.
Un attaccamento sicuro con
uno o entrambi i genitori aumenta le abilità sociali e cognitive.
Ora,
dobbiamo ricordare che l’unica
modalità che ha il neo-nato e poi anche il lattante di comunicare
è il pianto. Attenzione quindi: ogni pianto non
equivale sempre e solo alla classica lista dolore-fame-sete-coliche,
ma col
pianto il nostro piccolo vuole “semplicemente” comunicare.
Certo comunicherà bisogni, ma anche emozioni, tensioni,
sensazioni, fastidi.
I
bisogni non sono solo quelli fisici
(“devo fare cacca e non ci
riesco!”; “ho fame!”; “dov’è la mia metà?”; “che
caldo!”; “sono stanco ma non riesco a dormire!”), ma
anche quelli emotivi (“mi
sento solo!”; “è stato così bello quel momento tutti assieme
che non riesco a prender sonno!”; “mamma mi manchi!”;
“quando viene papà e mette il CD di musica classica?”). E
invece noi giù a decifrare ogni pianto solo con dolore-fame-sete-coliche!
Ci
saranno invece momenti in cui il piccolo si sentirà immensamente
solo e abbandonato e piangerà, griderà la sua disperazione verso
una solitudine a cui non è mai stato abituato.
In utero nei momenti più buoi e silenziosi che viveva quando
si svegliava di notte, gli bastava ascoltare quel cuore palpitante
con i suoi magici rintocchi sufficienti per rinsaldare la sua
quiete. “Tutto è a
posto: sono a casa!”
Molto
spesso invece dinanzi al pianto il nostro ragionamento equivale a
questa affermazione:
«Se
il piccolo ha mangiato, è stato pulito e cambiato, accarezzato,
quando è messo nel lettino non c’è motivo che pianga. Se lo fa
vuol dire che è un capriccio e per evitare che si vizi bisogna
lasciarlo piangere. Piangere apre i polmoni e fa crescere il
bambino, lo rende autonomo!».
Oppure:
«Può darsi che abbia
qualcosa: andiamo dal pediatra!»
Per
carità: lungi dal pensare che ora il pediatra debba essere
sostituito dallo psicologo ma questo discorso entra in modo
preponderante in un confronto onesto e ampio sulla questione “coliche”,
“pianto del neonato”
e “primi mesi di vita”.
In
fondo in fondo, però, la mamma nel suo cuore sa che far piangere
il suo bambino senza accoglierlo è una mera ingiustizia, per cui,
nonostante quello che si dica a sproposito, presa dal suo tenero
cuore finisce spesso per cedere e prendere il piccolo in braccio,
mentre lui così si acquieta.
In quel momento – ahimè! - ci sarà sempre la persona di
turno che con determinazione e piccante ironia esclamerà:
«Hai
visto? O’ vizio de’ braccia!»
(il vizio delle braccia).
Finiamola!
Esistono mai bambini che a sette anni sono portati in braccio dai
genitori perché viziati alla nascita? Ma come possiamo pensare
che un bisogno così forte, una fame così pregnante, così
significativa più della fame indotta dall’ipoglicemia, possa
essere per un neonato di pochi giorni o settimane fonte di vizio? E’
una fame ancora più grande, una fame affettiva, una fame di
pelle-a-pelle; di braccia che stringono, di profumo che consola,
di voce e parole che da sempre, fin dal seno materno, hanno
accarezzato e rasserenato il suo piccolo cuore. Un nutrimento,
quello dell’attaccamento, in cui il
piccolo cercherà istintivamente sicurezza, quella conferma antica
cioè che non verrà abbandonato.
Se
questa fame – soprattutto nei primi giorni – non verrà
soddisfatta adeguatamente, il piccolo comincerà ad avere tempi
sempre più ristretti di attesa silenziosa e pianti in risposta
sempre più vicini e subito angoscianti. Ci racconta la scienza, è
il panico di angoscia da separazione cui corrisponde
un’immediata attivazione neurovegetativa di tutto il sistema di
sopravvivenza con picchi di adrenalina e cortisolo, l’ormone che
più di ogni altro indica l’attivazione dello stress.
Ecco
come, non accogliendo e non consolando il neo-nato, partirà in
lui una condizione di ansia- tensione-stress, e lo stress si sa,
prima o poi ti buca anche lo stomaco!
Ma
a questo punto del percorso ci sarà sempre quella mamma o quella
nonna o quell’amica che ricorderà alla puerpera che lasciandolo
piangere prima o poi, come nella sua esperienza, il piccolo finirà
per esaurire presto i suoi pianti prolungati, con tanti benefici
che ne conseguiranno, per tutti.
«Basterà
farlo piangere per le prime volte e poi vedrai!»
Il
piccolo che tace dopo un lungo pianto, invece, non ha imparato un
po’ di più sulla capacità di autonomia. No! Tace perché è
esausto e, soprattutto, perchè è disperato, nel senso
etimologico profondo: sta perdendo la speranza di essere
confortato quando si sente solo.
Al
di là del cibo è proprio il contatto con la madre a dare la
maggiore serenità, il più profondo benessere. La fiducia di
poter essere amato, la certezza di avere una “base sicura” (su
cui John Bowlby ha scritto pagine meravigliose),
un’Itaca affettiva a cui tornare sempre.
Ma
tutto questo cosa centra con le coliche? Ebbene centra! Spesso
quando visito questi piccoli lattanti “affetti da coliche
serali”, li trovo enormemente tesi, contratti, paurosi; piangono
appena li spogli e li tocchi; talvolta sono stitici; le loro mamme
hanno paura di spogliarli, chiudono subito la finestra se una
fessura è leggermente aperta; talvolta sono molto ansiose (anche
alcuni padri se presenti giocano in questo senso); sono piene di
timori, quasi spaventate dal grande carico di allevare un esserino
così indifeso. Il pianto del loro bambino innesca in loro una
forte tensione-ansia-paura.
E
allora quello che cerco di far capire a questi genitori è che
devono cercare di spostare il problema e superarlo loro per primi.
Racconto
a questo punto la solita storia. Immaginate per un momento se
fuori di questa finestra cominciassero a bombardare. Sì,
improvvisamente nel mondo che vi circonda sembra stia scoppiando
il finimondo. Siete preoccupati. Per un momento vi sentite persi.
Non avete più punti di riferimento. L’ansia vi assale, le
ginocchia vacillano, la pressione sale, il cuore batte accelerato,
il cortisolo e l’adrenalina s’innalzano. Lo stomaco si chiude!
L’intestino si contrae. Cominciate a strillare. Nessuno è in
grado di calmarvi finché lì fuori continuano a cadere le bombe.
Ecco,
questo è quanto accade in un bambino, di un giorno come di dieci
anni, quando i suoi punti di riferimento, i suoi genitori, vanno
in tilt. Allora, la preoccupazione che il piccolo non mangi a
sufficienza, che non cresca bene, che possa star male appena
lancia uno strillo; il nervosismo che comincia a imperversare in
casa; la stanchezza della madre che allatta ed è incompresa; una
modica depressione post-partum, tutto questo non fa altro che
lasciar percepire al piccolo che “il suo mondo” sta male.
Tutto questo che chiamiamo relazione
madre-bambino si altera; il piccolo perde i suoi riferimenti;
è agitato e scarica sulle terminazioni nervose dell’intestino.
Risultato: stitichezza, diarrea, coliche, insofferenza, disturbi
del sonno, pianto.
Cosa
poi in fondo che sono anche esperienza comune di noi adulti. Vi
sarà capitato di essere prossimi ad un esame o a qualcosa di
difficile da affrontare; siete tesi e avvertire lo stomaco che si
chiude, crampi addominali, piccole scariche di diarrea e pipì che
scappa di continuo. Questo accade perché l’organo più
innervato e sensibile cha abbiamo è proprio l’intestino.
Che
rompicapo e quale impegno diagnostico, allora, per il pediatra
anche dinanzi a quei frequenti dolori addominali del bambino più
grande o dell’adolescente, dove non si può eludere l’anamnesi
psichica, familiare e scolastica del piccolo paziente per
comprendere a fondo la loro genesi.
All’inizio
di questa lettera ho posto un quesito tra gli altri: siamo certi
che al terzo mese queste coliche siano scomparse? E quelle stipsi
ostinate sine causa? Quelle ansie
da deprivazione materna così accentuate che compiano dopo il
nono mese e si protraggono alla lunga? E quei disturbi
del sonno così seri? Quella maggiore
vulnerabilità ad ammalarsi di continuo? E le dermatiti allergiche?
Se
quella solitudine, soprattutto quel buio e quell’angoscia di
separazione presente in ogni cucciolo, si accentuano e non
verranno sciolti in un abbraccio, quale sarà mai la loro
ripercussione? Un
terremoto neurovegetativo cronicamente attivato che potrà
tradursi in maggiore vulnerabilità alle malattie infettive
(difese immunitarie depresse dallo stress cronico); aumento delle
atopie cioè delle allergie soprattutto cutanee (guarda caso che
il mastocita ipersollecitato dallo stress è la stessa cellulare
che rilascia istamina nelle allergie). Aumentano così quelle che
chiamiamo malattie psicosomatiche di cui – dobbiamo dare atto
– non ne sono affetti solo gli adulti ma anche i nostri bambini.
E
allora? Prescriviamo tisane, gocce, antimeteorici, antispastici,
prebiotici o ci fermiamo a parlare con le mamme, con i genitori?
Non cerchiamo colpe; non carichiamo le mamme di pesi
insopportabili. Insegniamo loro solo ad amarsi, ad amare
innanzitutto se stesse, a rispettare le loro sensazioni, le loro
stanchezze, a riposarsi quando il piccolo riposa, a ritagliarsi
attimi di serenità, a non pretendere niente da se stesse perché
ogni mamma come ogni donna è diversa dalle altre. Proponiamo ai
nostri politici di salvaguardare con grande attenzione la vita del
bambino soprattutto nel suo primo anno di vita concedendo
astensioni lavorative alle donne, prolungate e retribuite: ciò
che ci sembrerà di aver perso (denaro pubblico) lo riguadagneremo
dalle miriadi di minori interventi clinici, diagnostici e
riabilitativi che dovremo attuare verso tutti quei bambini e
quelle famiglie disturbate che oggi aumentano sempre più.
Raccontiamo
a queste donne che assieme a quel figlio oggi è nata anche una
mamma e che anche per lei, come per il piccolo, c’è tutto un
nuovo modo di vedere il mondo, non più da semplice donna ma con
gli occhi di una mamma. Non carichiamo pesi insopportabili sulle
nostre grandi e belle donne. Ogni neomamma sviluppa un assetto mentale fondamentalmente diverso ad
quello che aveva in precedenza ed entra in un campo
dell’esperienza sconosciuto alle non-madri. Non contano le
motivazioni, le vulnerabilità, le reazioni emotive avute in
passato: quando diventa madre, ogni donna agirà a partire da un
assetto totalmente nuovo. Dopo aver sospinto ai margini la vita
mentale preesistente, l’assetto materno andrà a occupare con
forza l’area centrale della sua vita interiore e le imprimerà
un carattere del tutto diverso.
E’ la nascita di una madre.
Una
mediazione saggia, allora, sarà quella che passi attraverso il
contatto pelle a pelle che aiuterà
la mamma, aiuterà il neonato, tenendosi
il bambino vicino al proprio corpo con i marsupiotti o le fasce, proprio
come usano le mamme africane i cui bambini hanno disturbi del
sonno, del comportamento e dell’umore con un’incidenza
notevolmente più bassa della nostra popolazione europea. E poi lasciandoli
dormire con sé la notte almeno per i primi tre anni. Affermazioni
che oggi vengono dal mondo scientifico
e che confermano quanto forse da anni ci sembrava chiaro col
cuore. Chiaro che la base
emotiva di quel bambino, la sua identità profonda, la sua capacità
di fidarsi dell’amore e degli altri sarà consolidata nelle
fondamenta .
A
conclusione di questa lunga lettera mi preme sottolineare che in
queste problematiche resta sempre fondamentale il consulto col
pediatra. Egli vi aiuterà intanto a decodificare il pianto del
vostro bambino e a comprendere se effettivamente possono esserci
problemi organici. Evitiamo di usare queste mie parole per
generalizzare e cadere nel versante opposto che tutto è solo
psiche. Il pianto dei primi mesi può essere tutto quello che
abbiamo cercato di balbettare, ma può anche sottendere problemi
di altra natura. Dinanzi, infatti, a pianti inconsolabili, magari
presenti tutta la giornata, bisognerà sempre tener presente
possibili allergie/intolleranze alimentari (alle proteine del
latte, al fruttosio, al lattosio), una malattia da reflusso
gastro-esofageo, infezioni delle vie urinarie o fatti acuti come
otiti e gastroenteriti. Tutto questo è patrimonio di qualunque
pediatra. Il resto è da scoprire e conoscere imparando ad
ascoltare.
Raffaele D’Errico, pediatra
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