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Ieri
nel mio ambulatorio ho assistito incredulo ad una scena che mi ha
ferito.
Ferito
perché mi rendo conto che il mondo dei bambini è troppo spesso
calpestato, ignorato, incompreso, urtato dal nostro comportamento
di grandi, che talvolta – ahimè! (parlo per me) – di grande
hanno a loro vantaggio solo l’età cronologica.
Direbbe
il Piccolo Principe:
«I
grandi non capiscono mai niente da soli
e
i bambini si stancano a spiegargli tutto ogni volta».
Per
cui spesso finiscono per fare spallucce e continuare per la loro
strada, spinti da quell’euforia vitale che li contraddistingue,
grande risorsa per noi uomini seri o velatamente seriosi che
finiscono per uniformarsi perdendo la loro intrinseca bellezza
originaria, quella che li rende belli proprio nella diversità. Ed
è su questa scia che spesso noi adulti spingiamo anche i nostri
figli, cominciando col paragonarli agli altri: ai figli degli
altri, dell’amica, della sorella, ai compagni di classe. E lo
facciamo su tutto.
Quando
arriveremo invece a capire che il bambino, come ogni uomo, ama
profondamente la propria libertà e che ogni comportamento, ogni
atteggiamento coercitivo anche velatamente amoroso imposto contro
la loro volontà sprigiona, come in ogni essere umano, sentimenti
e atteggiamenti di frustrazione, di rabbia?!
Il
problema – direbbe il
Piccolo Principe – è che «tutti
i grandi sono stati bambini una volta. Ma pochi di essi se ne
ricordano.»
Anche
scoprire ciò che gli piace o che non gli piace è segno di
rispetto. Nel mangiare come nella vita di tutti i giorni. Alcuni
bambini sono più facili, altri più sensibili e ostinati. Per
essere davvero rispettosi, dovremmo imparare ad accettare nostro
figlio così com’è invece di paragonarlo a uno standard.
«Il
figlio della mia amica… Il figlio di mia sorella…Tuo fratello:
quello sì che è un bambino obbediente!... Quello sì che è un
bambino “bravo”!».
“Un
bambino bravo!” Ma che significa essere
un bambino bravo?
Mi
fa sorridere quando ascolto nel mio ambulatorio come nei luoghi
pubblici affermazioni di questo tipo: «Adesso
fai il bravo!... Mi raccomando fai il bravo altrimenti…».
Che
significa per un bambino fai
il bravo? Il bambino è un bambino. Pian piano nella sua mente
si configurerà l’idea che fare
il bravo significa accontentare i genitori, ma su cosa non si
capisce sempre bene. Una è certa: spesso fare
il bravo non coincide con la sua libertà, col proprio modo di
essere; con i suoi desideri, le sue sensazioni.
Il
segreto, allora, non è fargli
fare o non fargli fare
tutto, sgridarlo o non sgridarlo, ma imparare a parlargli. La parolina magica è
proprio questa, parlargli.
In
che modo? E’ una disposizione del cuore e non un’ennesima cosa
da fare o per cui impegnarsi. Non si tratta
di imparare come “parlare al
bambino”, ma semplicemente “parlare con
il bambino”, regola che vale con gli adulti ma anche con i
bambini e quelli ancora più piccoli, i lattanti che
apparentemente sembrano non comprendere e non rispondere.
Così
facendo imposteremo una modalità di relazione che sarà fondata
sul dialogo, una conversazione cioè che si svolge in due
direzioni. Parlare con che presuppone sempre un movimento dinamico, come una
danza, in cui c’è chi parla e chi ascolta e viceversa.
Viceversa!
Invece,
pensiamo solo per un attimo a come noi dialoghiamo con gli altri e
con i figli. Mentre uno parla già pensiamo a ciò che dobbiamo
rispondergli poi, stanchi di ascoltare, lo interrompiamo
dicendogli «ho capito dove
vuoi arrivare…per cui ti dico…».
Siamo
stati non so, forse 20 minuti, a girargli intorno, a tentarle di
tutte perché si facesse visitare, ma lui niente, non ne voleva
sapere: voleva andare a giocare! Non voleva essere sistemato su
quel lettino e spogliato solo perché i suoi genitori quel giorno
avevano così deciso per lui: bisognava
sottoporlo al bilancio di salute!
Non
è la prima volta che mi sono rifiutato di visitare un bambino che
urla tutta la sua disperazione perché non vuole o semplicemente
non comprende il perché deve fare quella
cosa inutile, solo perché noi adulti abbiamo deciso che è il
momento!
Posso
capire che dinanzi ad un’emergenza in cui bisogna visitarlo o
sottoporlo ad indagini c’è
poco da fare! ne va della sua salute, e lì il genitore sa
bene che nonostante le lacrime il suo dovere è di aiutarlo. Ma
non riesco a tollerare che se un bambino non vuole fare una cosa
deve essere lui ad adattarsi ai nostri tempi senza nessuna
possibilità di appello!
Mi
ha profondamente colpito in questi anni osservare come cambia la
risposta del bambino, anche molto piccolo, quando gli vado a
spiegare con calma e attenzione quello che andrò a fargli durante
la visita. Per prima cosa gli faccio vedere lo strumento che devo
utilizzare, per esempio l’otoscopio, poi gli spiego a cosa
serve; gli faccio vedere quel filo di luce polarizzata che esce
dal beccuccio proiettata sulla mia mano e gli chiedo se posso
usarlo per vedere il suo orecchio, rassicurandolo che non gli darà
alcun fastidio o dolore; poi lo accarezzo e gli chiedo se posso
farlo. I risultati spesso sono sorprendenti!
Voce
decisa e imperiosa; solleciti forzati; strattoni; mentre il
bambino si ribellava ancor di più e la mamma sempre più
frustrata perché non è giusto che sia lui a comandare!
Ora,
sia ben chiaro, i bambini “non devono fare quello che
vogliono”, devono imparare a rispettare le regole, ma questo non
avviene da un giorno all’altro e soprattutto mai con
l’autoritarismo ma con una sana autorevolezza, rispettando
sempre e comunque i loro tempi, i loro sentimenti, perché sono
loro i giocatori, noi gli allenatori!
Pensiamo
per un momento a come si relaziona un allenatore di pallone con il
suo cavallo di razza.
Non può sferzarlo. Gli manda suggerimenti, lo allena, poi però
arriva il momento in cui deve dargli fiducia, deve lasciare che
sia lui ad esprimersi perché possa dare il meglio di sé e questo
costa anche attese, prove, rinuncia al dominio sull’altro, al
proprio pensiero.
Nella
relazione genitori-figli dovremo imparare anche noi qualcosa,
altrimenti non ci sarà mai vera relazione, osmosi, crescita, e
l’atteggiamento più difficile è riuscire ad accettarne il
carattere che magari non è
come il nostro o – addirittura! - è
proprio come il nostro e questo ci urta, perché non è
possibile pensare che fino ad oggi siamo stati noi a dominare la
scena, a dirigere le scelte della famiglia, mentre ora c’è un
cosettino che crede – dalla bassezza dei suoi pochi e
insulsi anni – di imporre a noi alternative, nuove convenzioni o
comunque di metterci in discussione.
E
così, tra un urlo e un calcio il quadretto di ieri termina con
una scarica di schiaffoni sul culetto del bambino, dove si leggeva
a lettere cubitali tutta la frustrazione di una mamma che aveva
promesso al marito finalmente
la visita dal pediatra. Un appuntamento che quella sera non è
coincisa con le sue aspettative.
La
chiave universale per entrare nel mondo dei piccoli è una sola:
il rispetto. E questo non riguarda solo i bambini o i fanciulli o
gli adolescenti, ma anche quel mondo sommerso che appartiene
all’alba della vita umana, che si chiama feto, neonato,
lattante.
Ogni
bambino è una persona con un linguaggio, dei sentimenti e una
personalità unici e per questo merita rispetto. Se vi ricorderete
di pensare al vostro bambino come ad una persona vi
sarà facile avere per lui il rispetto che si merita. Sul
vocabolario la definizione del verbo «rispettare» è «evitare
violazioni o interferenze». Come vi sentireste voi se qualcuno
parlasse mentre voi parlate [pensate anche ad un lattante che
piange o ad un bambino che vi interpella, ndr] o vi toccasse senza
il vostro permesso? Se le cose non vi vengono spiegate
correttamente o se qualcuno vi tratta con mancanza di garbo, non
vi sentite forse feriti e irritati?
Ecco,
questo invece spesso succede ai bambini. Lo vedo al mio studio
mentre le mamme parlano come se loro non esistessero. Magari
osservi che il piccolo tenta di dire la sua, di intromettersi nel
discorso perché chiamato in causa e la madre lo sovrasta o fa
finta che non esiste, come se un bambino non avesse il diritto di
esprimersi. Oppure si parla di lui o di lei, di cose intime che lo
riguardano, di comportamenti ritenuti errati, senza nessun
rispetto, come se quel bambino non avesse un suo pudore, una sua
vergogna o comunque un suo intimo da preservare.
Mi
sovviene quando una mamma esordisce dicendo:
«Adesso
racconto tutto al dottore! Vedrai che bella figura!».
Wuaa!
Mi sento sprofondare per loro!
Oppure
penso a quando mi portano gli adolescenti, trascinati a malavoglia
con la pretesa di farmi visitare con molta nonchalance
la bambina non più bambina o il piccino ormai uomo.
«Marco
posso visitare i tuoi genitali?»
Marco
arrossisce, appare imbarazzato…«Noo!
Non voglio! Mi vergogno…»
«Marco!
– si intromette la mamma con tono perentorio e un po’
sarcastico – non fare il
bambino! Che ti ho portato a fare dal dottore?... Dovresti
vergognarti quando fai dispiacere tua madre o tuo padre, non
quando devi farti visitare dal dottore!»
Marco
va rispettato! Ora ha 14 anni e ha diritto alla sua privacy!
Magari solo qualche domanda mirata e un’occhiata alla sua scheda
clinica nella quale c’è tutta la sua storia trascorsa con me
dalla nascita e, dopo un occhiolino d’intesa e due parole tet
a tet, potremmo anche considerare chiuso il discorso, non
senza la mia conclusione aperta che possa lasciare un varco per un
futuro incontro: «Marco,
sappi che io ci sono. Sempre! E se hai un problema o un fastidio,
un disturbo o qualcosa che non ti convince potrai sempre contare
su di me! Ok?».
Mi
sembra inconcepibile, come padre e come pediatra, che la nostra
volontà debba superare la libertà di un bambino, di quel
bambino. Perché è facile crescere figli mansueti, sempre allegri
e disponibili, ma è difficile accettare che nostro figlio sia
impulsivo, oppositivo, difficile. Ma è qui che si gioca tutta la
nostra arte di educatori: cacciare il meglio che c’è dalla sua
anima. Il meglio che c’è in lui, che non coincide quasi
mai col meglio che c’è in un altro.
Mi
sovviene ancora un brano del Piccolo
Principe, quando incontra il re e pensando che un re può
tutto, può ordinare e ricevere da chiunque obbedienza, gli chiede
con grande desiderio:
«Vorrei
tanto vedere un tramonto... Fatemi questo piacere... Ordinate al
sole di tramontare...»
Ma
quel re nella sua grande sapienza risponde:
«Se
ordinassi a un generale di volare da un fiore all'altro come una
farfalla, o di scrivere una tragedia, o di trasformarsi in un
uccello marino; e se il generale non eseguisse l'ordine ricevuto,
chi avrebbe torto, lui o io?»
«L'avreste
voi!», disse con fermezza il piccolo principe.
«Esatto.
Bisogna esigere da ciascuno quello che ciascuno può dare»,
continuò il re.
«L'autorità
riposa, prima di tutto, sulla ragione».
“Bisogna
esigere da ciascuno quello che ciascuno può dare”,
ma allora - mi domando - i bambini possono dare tutti la stessa
cosa? Certamente no! E allora, perché esigiamo così tanto?
Pensiamo
solo per un momento al quoziente intellettivo; all’ambiente in
cui è vissuto un bambino e alle stimolazioni e provocazioni che
ha ricevuto; pensiamo agli aspetti culturali e alle sue
intrinseche capacità cognitive intreccio parabolico di
competenze, geni, neurotrasmettitori, alimentazione, malattie,
ambiente, area geografica in cui vive, tipo di genitori/tipo di
insegnanti, malattie e disordini ereditari, vita prevalentemente
solitaria o altamente sociale, figlio unico o famiglia numerosa,
maschio o femmina, genitori che si amano/genitori separati… Che
immensi intrecci che ci permettono oggi di parlare di genetica
del comportamento, dove non è “tutto geni e
neurochimica”, ma è tutto questo immerso nelle esperienze che
la vita concederà a quel bambino e che noi genitori sapremo
donargli.
Finiamola
con regali continui e inutili! Più tempo! Più spazio
d’incontro. Più carezze. Più colloqui. Più pranzi o cene
assieme col televisione spento. Meno parole. Più fatti.
Sono
sicuro che tutti i genitori desiderano incoraggiare i propri figli
a diventare esseri umani indipendenti ed equilibrati, da
rispettare e ammirare. Ma bisogna comprendere che tutto ciò ha le
sue radici nell’infanzia, per cui non è qualcosa che potremo
insegnare loro quando avranno quindici anni ma neppure cinque.
Voglio
terminare questa lettera sottolineando un aspetto precedentemente
messo in luce tra le righe. Ogni
bambino è diverso da altri, motivo per cui il primo compito
di un genitore è capire il bambino reale, non quello che hanno sognato durante i nove mesi
di gestazione.
Come
per la maggior parte degli studiosi del ventesimo secolo –
racconta Tracy Hog nel
suo libro Il linguaggio
segreto dei neonati – anche Jerome
Kagan, ricercatore dell’Università di Harvard che studia il
temperamento dei neonati e dei bambini, pensava che l’ambiente
avesse la meglio sulla biologia. Vent’anni di ricerche invece
sembrano aver raccontato una storia diversa:
«Confesso
di provare un po’ di tristezza»
scrive in Galen’s Prophecy,
«nel vedere che alcuni
neonati sani e belli, nati in famiglie affettuose ed
economicamente benestanti cominciano la loro vita con
caratteristiche fisiologiche tali per cui sarà difficile per loro
essere rilassati, spontanei e capaci di farsi una risata di cuore
come vorrebbero. Alcuni di questi bambini dovranno combattere un
impulso naturale ad essere accigliati e a preoccuparsi sempre del
domani».
E’
un po’ come dire allora che l’educazione gioca un ruolo
certamente importante nello sviluppo umano, tuttavia per
supportare e allevare al meglio il nostro bambino è necessario
conoscere e accettare il bagaglio con cui è venuto nel mondo. E
qui Tracy Hog nel suo
testo (da prendere con le pinze, ma per molti passaggi bello e
interessante), mette giù una lista di cinque tipologie
fondamentali di neonati (che poi saranno bambini e adulti): Il
bambino «angelico». Il bambino «da manuale». Il bambino «sensibile».
Il bambino «vivace». Il bambino «scontroso». E’
interessante notare che questa classificazione
tipologico-comportamentale dei bambini affonda le sue radici anche
nella saggezza popolare quando comunemente diciamo“Il
buongiorno si vede dal mattino”!
Dovrete
ammettere senza barare che ciascuno di voi è già stato in grado
rapidamente di assegnare il proprio figlio ad una determinata
tipologia tra quelle elencate. Nel libro di Hog,
vengono dedicate almeno una dozzina di pagine a questo argomento,
con tanto di check-list (questionario a punteggio) utile per
inquadrare il carattere del piccolo e assegnarlo ad una
determinata categoria. Penso che anche solo le definizioni siano
sufficienti per riuscire ad affermare «mio figlio è così»!
Lo
vedo tra i miei stessi figli, uno diverso dall’altro. Chi più
difficile, chi più mansueto; chi più stabile, chi più
instabile; quello con cui puoi essere diretto, quello con cui devi
contare fino a dieci prima di parlare. Sapere questo, sapere che
quel bambino è così perché così è fatto ci potrà essere di
grande aiuto soprattutto per evitare sensi
di colpa, ma soprattutto per imparare a dare
a ciascuno ciò di cui
lui ha bisogno ed evitare quelle assurde pretese che portano a
pensare che un genitore è giusto solo quando da’ a tutti i
figli la stessa cosa.
Forse
questa lettera potrà apparire pesante e dura sotto certi aspetti,
ma non dobbiamo pensare di dover fare troppe cose o metterci a
studiare tutti pedagogia e psicologia.
Essere
genitori è un processo difficile che dura tutta la vita, ma è
importante sapere che affonda le sue radici nei nostri modelli di
comportamento. Prima cosa “essere”. Essere veri,
autentici, credibili. Seconda cosa imparare ad ascoltare il nostro
bambino e accettarlo per quello che è; trattarlo con rispetto;
così diventerà una persona che sarà pienamente se stessa e saprà
ascoltare e tratterà gli altri con rispetto.
Imparare
allora a prendersi del tempo per osservare i nostri figli e capire
che cosa cercano di dirci, di comunicarci, ma soprattutto imparare
ad ascoltarli per insegnare loro ad ascoltare. E’ la strada del
dialogo la vera pedagogia che farà diventare uomini e donne quei
bambini che abbiamo accolto, amato, cresciuto.
Raffaele D’Errico, pediatra
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