Dr. Raffaele D'Errico                                                                              medico-chirurgo specialista in pediatria

 Lettere aperte del pediatra Raffaele D'Errico

 

L’essenziale è invisibile agli occhi


La sua storia, ma soprattutto la sua capacità di Essere donna e madre in una forma così bella, eroica, attraente, disarmante, è per me fonte di crescita e di forte monito al cambiamento, alla rivisitazione in positivo della propria esistenza.

 

 

5 maggio 2010


«La cosa più difficile è superare l’indifferenza di chi ti dice: “Suvvia! Ci sono cose peggiori!”». 
E’ così che tra soffuse e mantenute lacrime giorni fa ho raccolto nel mio ambulatorio la storia di Anna, mamma di tre bambini, uno di quattro anni e due gemelli di ventiquattro mesi. 
I nomi sono di fantasia perché è giusto così. Tutelare la loro storia e la loro grande dignità. 
Non avrei mai saputo niente se non le avessi chiesto «Come sta suo marito?». 
La vedevo sempre affannare da sola con quei tre piccoli al seguito e il marito fuori almeno sei mesi all’anno per un lavoro stagionale. 
Anna non si è lamentata mai. 
Ha sempre avuto quel sorriso che sottolineava la sua serenità interiore, anche se credo che avrebbe avuto tante buone ragioni per sentirsi arrabbiata, magari con nessuno ma con la vita stessa… 

 

Ho seguito la sua storia dall’inizio. La loro storia. 
L’amore; il matrimonio (nonostante non ci fosse grande stabilità economica); poi il primo figlio e poi, quasi subito, la seconda gravidanza. 
Ricordo come fosse ieri la sua gioia nel comunicarmi che erano in attesa di un altro bambino!
Poi scoprire che non era uno, ma due. Due gemelli. 

 

Come solo le mamme sanno fare quando lottano per qualcosa - ancor più quando si tratta dei loro figli - anche Anna non è stata da meno. 
Fece ferro-e-fuoco per riuscire ad avermi come pediatra di famiglia. 
Le sue sorelle mi avevano raccomandato e benché abitasse così lontano dal mio ambulatorio, promise che sarebbe venuta sempre lei allo studio, conoscendo quanto fosse difficile per un pediatra di base con ottocento piccoli assistiti compiere “traversate” per visitare a domicilio bambini così lontani. 
Per alcuni mesi fu capace di recarsi ogni giorno al Distretto finché non ci fu disponibilità per assistere il bambino.
E così divenni il loro pediatra. 

 

 

Questo discorso sulla rincorsa al Pediatra di base, mi porta per un attimo a compiere una digressione, forse politica, sindacale o semplicemente dal sapore amaro di diritti negati. 
Da ogni fronte ci si riempie la bocca inneggiando e ricordando i mille diritti dei bambini, poi invece assistiamo ammutoliti e disarmati dinanzi ad uno stato di ingiustizia e assurdità su vari versanti da cui neanche quello dell’assistenza pediatrica di primo livello ne è scevro, proprio in un paese come l’Italia che – almeno sulla carta e numeri alla mano – è tra i primi in Europa. 
Eppure la verità è che a Napoli avere un pediatra è un lusso! 
“Di libera scelta”, così ci chiama il Sistema Sanitario Nazionale, dove la scelta spesso è imposta a causa dell’esiguo numero di pediatri realmente disponibili sul territorio o, talvolta addirittura assenti, perché i titolari, pieni fino all’orlo, raggiungono numeri addirittura illegali che rendono impossibile un’assistenza adeguata e ottimale. 
Perché tutto questo? Perché il computo di pediatri necessari sul territorio di una determinata ASL avviene su numeri irreali. 
Si parte infatti da due presupposti: primo che un pediatra di famiglia può assistere fino a ottocento bambini (il cosiddetto “massimale di assistenza”) e su questo tutto chiaro; secondo, che l’esclusività di assistenza da parte del pediatra convenzionato è solo fino all’età di sei anni, dal momento che un genitore può chiedere espressamente, a partire da questa età, che il figlio venga assistito da un Medico di medicina generale (il cosiddetto Medico di famiglia). Ora, per definire il numero di pediatri necessari su quel determinato territorio vengono contati i bambini ivi presenti da zero a sei anni, come se tutti gli altri al compimento dei sei non fossero più bambini e si muovessero di filata verso un medico non-specialista, cosa che nella realtà non avviene mai. 
Ciò comporta l’assurdo italiano, in cui i pediatri sono la metà (o giù di lì) rispetto a quelli veramente necessari.
Ora tutto questo è ingiusto! 
E’ ingiusto perché ci si muove solo per salvaguardare i propri diritti di categoria e a mantenere i giusti equilibri politici, ma non si offre un servizio che sia giusto! (De Carli S., Infanzia. Fazio: «in Italia mancano 500 pediatri»; Sanità. A sette anni, addio pediatra!)  Avere più pediatri disponibili significherebbe maggiore competizione (quella buona che fa bene!); minor numero di bambini assistiti da un medico-pediatra, quindi maggiore attenzione, più disponibilità, più “libera scelta” dei genitori verso il pediatra e del pediatra verso i genitori.
Oggi, invece, recusare un paziente equivale a metterlo in mezzo ad una strada e non fornirgli nessuna alternativa e possibilità di scelta. 
Oggi, potersi dedicare bene anche nei confronti degli adolescenti con programmi mirati è impossibile perché gli studi medici sono troppo gremiti e affollati di bambini piccoli. Ci sono colleghi che arrivano ad assistere anche oltre mille bambini e mi domando come fanno.
Oggi, poter dire “questo pediatra non mi piace!” è un lusso, dal momento che l’unica reale scelta è fornirsi di uno specialista “privato”. Ma a differenza di quanto pensi la gente, non è assolutamente vero che “privato” significhi ottima assistenza, semplicemente perché o si sceglie un pediatra ospedaliero che potrebbe avere poca esperienza di pediatria territoriale e di base e non essere veramente il meglio per i genitori e per il bambino; oppure si scelgono pediatri “privati” che sono poi pediatri di base e che non avendo disponibilità numerica per l’assistenza in convenzione, la offrono su compenso.
In più c’è da dire che il famoso computo se una volta veniva fatto sui numeri di bambini presenti in un determinato Distretto, oggi viene esteso a tutta l’Azienda ospedaliera (ASL), senza considerare che la densità di popolazione è a macchia di leopardo, per cui ci saranno zone molto popolose dove i pediatri sono troppo pochi e zone dove sono appena sufficienti. Se si prende in considerazione che esistono “zone a rischio sociale” dove la popolazione è ad alta densità e i bisogni numerosi e gravi e dove i medici spesso si rifiutano di lavorare perché è un impegno troppo difficile e pericoloso, ci rendiamo conto che se in generale di pediatri ce ne sono troppo pochi, in certe zone sono pochissimi!
E così, mentre ci riempiamo la bocca di paroloni e di slogan, dalla parte dei bambini restano sempre e soli i loro genitori con tutti i problemi e gli assilli e le ansie che la moderna società gli scarica sulle spalle.



Erano 28 settimane di gestazione, ma qualcosa questa volta sembrò non andare per il verso giusto. 
Una rottura intempestiva delle membrane portò alla luce troppo prematuramente quei due piccoletti che pesavano scarso un chilo. Li chiameremo Chiara e Francesco. 
Inizia un lungo periodo di ricovero. 
Ricordo che Anna andava tre - quattro volte al giorno al Centro Immaturi per portare il suo latte e stringere quei pugnetti tra le mani. Sola, mentre il papà doveva lavorare! 
Chiara fu quella che se la vide peggio. Intubazione protratta; frattura di femore; sepsi; trasfusioni; emorragia cerebrale. 
Finalmente, dopo tre lunghi mesi, tutti a casa. La famiglia ritorna a respirare l’aria di quel luogo magico dove ogni giorno si consuma in migliaia di focolai domestici il miracolo del pane spezzato e condiviso.
Ma per Chiara ancora tanti problemi. Le sue condizioni instabili la portarono nel periodo invernale a due successive ospedalizzazioni per una pleuro-polmonite seguita poi da una bronchiolite. 
Anna, quasi sempre sola, con quel sorriso e quella serenità che mi hanno lasciato un segno nell’anima. 
Poi, come accade, tutto passa. Tutto sembra risolversi, dipanarsi dietro una fitta e apparentemente intramontabile nebbia.
Chiara continuava a preoccuparmi per il suo ritardato nello sviluppo psico-motorio. Consulenze su consulenze e inizia l’annoso pellegrinaggio quotidiano in un centro di riabilitazione, perché Chiara mostra ormai i segni di un danno neuromotorio.

 

Dopo quella mia domanda apparentemente banale – «come sta suo marito?» - Anna, con la sua consueta serenità, mi racconta che cinque mesi prima Claudio aveva avuto un gravissimo incidente stradale. Iniziò per loro una nuova epopea. La nebbia calò nuovamente fitta e opprimente.
Ben tre interventi chirurgici per dissezione aortica, frattura della mandibola e di altre ossa lunghe. Operazioni su operazioni e nel frattempo Claudio non può riprendere il lavoro. 
Anna dovrà sobbarcarsi i figli e ora anche il marito. 

«Ma come state facendo?» - mi venne spontaneo. 
«Non lo so… qualcuno ci sta dando una mano… forse da lassù… talvolta mia madre… ma… è dura…La cosa più difficile è superare l’indifferenza di chi ti dice: “Suvvia! Ci sono cose peggiori!”» 
Ora, Anna dopo aver portato il bambino più grande a scuola, deve lasciare Francesco da qualcuno e poi accompagnare il marito e Chiara al centro di riabilitazione. Tutti i giorni! 
Già da novembre avrebbero dovuto percepire l’assegno per la disoccupazione ma «quest’anno non se n’è vista l’ombra. Dicono che ci sono problemi, ma non si capisce cosa si possa fare per sbloccare questa situazione...» 

I miei occhi si fanno lucidi e il cuore si contrae. Vorrei aiutare Anna e i suoi figli. Suo marito. 
Forse è anche un mio dovere, perché non si è medici solo per curare ma anche per “farsi carico” delle storie dei propri pazienti… 
Qualcuno pensa che sia un’assurdità. Che un medico non è un assistente sociale e deve tenere le distanze altrimenti rischia di “bruciarsi” se entra troppo nelle loro storie. 

Certo. Storie come questa ce ne sono tante e anche io spesso mi ritrovo inerme, solo ad ascoltare senza poter far niente. Altre volte me ne sono così invischiato da portarmi le ferite per un po’…
Ma in questo momento c’è questa che non è una storia tra le tante. 

Scrivevo così un anno fa, buttando giù nel mio diario questo racconto. 
Ed è la storia di Anna e Claudio e dei miei piccoli pazienti Chiara, Francesco e del loro fratellino maggiore Simone. 
Oggi la riprendo alla vigilia di una delle feste più belle dell’anno: La festa della Mamma.
Oh, cosa è in grado di fare una mamma! 
Quale dono per l’umanità intera una donna e una donna-mamma!
Quale forza è in grado di sprigionare una mamma capace di lottare sino allo stremo delle forze per amore dei suoi bambini, caricandosi talvolta anche del proprio uomo.


Oggi per Anna e Claudio le cose vanno meglio, ma vedo e so che per loro è ancora tutto così difficile. Ciò nonostante continuo a rimanere estasiato dinanzi alla serenità e alla pace che Anna diffonde nel mio ambulatorio ogni volta che la rivedo. Non mi mette ansia, ma la sua presenza mi rasserena, paradossalmente Anna riesce a farmi stare bene, quasi a sollevarmi dal peso di certe giornate così pesanti… 
La sua storia, ma soprattutto la sua capacità di Essere donna e madre in una forma così bella, eroica, attraente, disarmante, è per me fonte di crescita e di forte monito al cambiamento, alla rivisitazione in positivo della propria esistenza. 
La loro storia e le ripercussioni che possono aver avuto su di me, suscitando emozioni e muovendo interrogativi esistenziali, mi lasciano intendere com’è vero che le nostre vite sono intrecciate e che nessuno vive solo per se stesso. Com’è vero che la tua storia difficile può giovare alla mia insoddisfazione, rivalutando in positivo tutte le cose belle che posseggo e di cui troppo spesso non ne ho consapevolezza.
«L’essenziale è invisibile agli occhi. Non si vede bene che col cuore.»
(Antoine De Saint Exupéry, Il Piccolo Principe.) Sono parole di vita che escono dalla voce animata della volpe che volle essere addomestica dal piccolo principe. 
Se ci fermiamo un attimo ci accorgeremo che questo monito fa bene anche alla nostra storia e che Anna e Claudio oggi, attraverso la loro vicenda, sono stati capaci ci regalarci.
Imparare a contemplare le piccole e infinite bellezze che abbiamo dinanzi ai nostri occhi ogni giorno, rappresenta un modo per vivere la vita e goderla fino in fondo.
Auguri alle mamme!

Raffaele D’Errico, pediatra

 

 
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