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Sono vent’anni che sto con i bambini e sono passato gradatamente da una medicina inculcata, fortemente organicistica e farmacodipendente, ad una medicina che sa leggere, ascoltare, decifrare. Ho imparato così, nella mia casa con quei figli, e in quelle quattro mura del mio ambulatorio con i miei piccoli pazienti, a guardare i bambini nel cuore prima di ascoltarne i battiti, a leggere i loro
segnali-mourse prima di auscultarli, di parlare-parlare, parlare senza mai stancarmi con i loro genitori, perché capissero che con un bambino bisogna avere pazienza e saper attendere i suoi momenti che non sono sempre i nostri.
Sapergli stare vicino ascoltandolo ma mai dominandolo.
E’ importante riconoscere le loro competenze in una società adultocentrica; un mondo di adulti che rischia di decidere, di fare, mentre i ragazzi devono essere aiutati a capire che anche loro possono fare la loro parte, che anche loro possono portare un contributo a un cambiamento. E il cambiamento inizia dagli stili di vita, dalle azioni minori. Non appartiene solo alla politica.
(L. Ciotti,
Perchè i sogni dei giovani non diventino una trappola, Gruppi
Famiglia 9/2009)
Saper carvar da loro il meglio che c’è significa aver fiducia in
loro, certi che ciascuno ha ricevuto dei doni particolari e che a noi genitori tocca “solo” metterli in luce e farli fruttificare.
Talvolta sono doni così diversi dai nostri che quasi ci rattrista pensare come sarebbe stato bello che lui avesse saputo suonare uno strumento o imparato a giocare da campione al calcio.
Ma educare non è solo questo. E’ anche mostrare loro la strada e soprattutto la
meta: dove siamo diretti? Tu dove sei diretto?
Vi è mai capitato di fare una gita in montagna e i bambini stanchi di camminare e voi a mostrar loro sì il cammino, ma soprattutto la meta? A cosa servirebbe mostrare il cammino, infondere fiducia, dirgli che sarà bello, se non gli mostriamo la meta?
«Forza ragazzi! Guardate dove andiamo!
Vedete quella valle dove potremo mangiare, bere e giocare a palla? Da lì vedrete qualcosa di bellissimo, sarà una gioia infinita, ve lo assicuro! Ma adesso dobbiamo camminare».
Mostrare la meta! E’ questo il compito più arduo. Ma qual è la vera meta di un’esistenza?
Mi viene alla mente il recente film su
Pinocchio, una fiction andata in onda qualche mese fa sulla Rai in due puntate (finalmente qualcosa di bello alla tv!). L’ho visto assieme a mio figlio Simone il più piccolo e mi ha molto commosso. Credo che anche lui nei suoi piccoli sette anni abbia percepito Qualcosa. E sì, qui la maiuscola è d’obbligo!
Il film inizia con la creazione di Pinocchio. Quando il burattino prende vita e Geppetto supera la prima fase di meraviglia, Pinocchio comincia a fargli una serie di domande a raffica, proprio come talvolta fanno i bambini piccoli.
«Papà perché questo? Perché quello? A cosa serve?».
Geppetto nel frattempo gli parla della bellezza della vita, quella che lui, Pinocchio, aveva appena ricevuto. Il burattino allora si ferma e dice:
«Papà, ma a che serva la vita?»
Geppetto inceppa… si sofferma… cambia aspetto… rimane ammutolito per qualche istante farfugliando:
«A che serve la vita?... a che serve la vita?!... Pinocchio: non so a che serve la vita!».
Dopo la classica narrazione che tutti conosciamo, con il suo epilogo e Pinocchio che finalmente cambia il suo cuore di legno in un cuore vero, Geppetto stringendosi forte forte a quel figlio tanto amato, dirà:
«Pinocchio… ho capito finalmente a cosa serve la vita! La vita serve per imparare ad amare ed essere amati!».
Capite, cari genitori? Capite quanto poco conta donare mille cose ai nostri figli, ma non fargli percepire il significato più profondo, la meta della nostra esistenza? Geppetto ha dato tutto se stesso per riavere quel figlio-burattino col cuore di legno, ma ciò che ha cambiato il cuore di quel figlio non sono state tutte le cose che lui ha provato a donargli, ma l’accoglienza che ha ricevuto in ogni momento, al di sopra di ogni aspettativa, nonostante il comportamento di quel figlio burattino, un’accoglienza così grande che si è fatta dono totale di sé con la propria vita.
In questo complesso e articolato impegno educativo, di cui non finiremo mai di parlarne e di scrutarne i meandri più nascosti, nascono frequenti domande che spesso mi ponete.
«Devo punirlo, dottore, quando non mi ascolta o getta tutto per terra, non raccoglie i suoi giocattoli? Devo punirlo con uno schiaffo quando strilla o si avventa addosso? Devo strillarlo quando non vuole mangiare e fa i capricci?».
Quello che dobbiamo fare è “solo” amare quella creatura, e si ama accogliendo, attendendo, parlando. Parlando anche di noi e facendogli capire che anche noi proviamo come lui sentimenti di rabbia, di sconforto, di frustrazione, ma anche di gioia, di felicità, di amore… Sì, esprimere i propri sentimenti quando è il momento giusto, aiuta a sentirci meglio e mostrare al bambino che entrambi possiamo vivere momenti brutti e difficili, ma soprattutto mostrandogli che tutto si può superare e che dopo la tempesta c’è sempre il sereno, se impariamo a guardare alla meta. Anche ad un bambino, proprio come nella relazione tra adulti, devo e posso esprimere i miei sentimenti, così che lui capisca che anche io posso provare frustrazione, ma anche che ne so uscire “da grande”.
«Sai Francesco: mi ha fato molto male quel tuo gesto, ma voglio dirti che ciò nonostante adesso mi sento bene e ti amo!».
Ma c’è un compito ancora più arduo nella relazione genitori-figli ed è quello di imparare a decifrare ciò che chiamo i loro messaggi in mourse!
Perché strilla, cosa vuole dirmi?
Perché insiste nel tirarmi la gonna e piange per qualcosa che sembra assurdo?
Perché oggi è così nervoso e insopportabile? Eppure io sono così tranquillo!
La domanda è: cos’è che rende così inquieto quel figlio?
Spesso pensiamo ad una immediata causa-effetto, ma non sempre è così. Il piccolo potrebbe aver vissuto delle esperienze dure a scuola, tornare apparentemente tranquillo e poi scaricare le sue frustrazioni a casa dopo un apparente e banale avvenimento o uno scontro con i genitori o col fratello.
Oppure potrebbe aver assistito anche il giorno prima ad un forte litigio tra papà e mamma o ascoltato frasi
forti come “Prima o poi me ne vado da questa
casa!”, così come può accadere talvolta tra adulti.
Ora, finiamola per un momento a pensare che siamo causa di traumi per i nostri bambini! Non esistono genitori perfetti, come non esistono donne e uomini perfetti! Non lo sono io, come non lo è nessuno! In tutte le migliori famiglie ci sono momenti di tensione, di difficoltà, di urla, ma è fondamentale una cosa:
che il bambino percepisca sempre che quello è stato solo un momento, una tensione, ma che veda con i propri occhi che i suoi genitori si perdonano, si abbracciano, si baciano, si chiedono scusa! Questo è il vero dono e la verità che si scolpisce nel loro cuore, che li farà uomini veri!
E allora, quando la risposta o il comportamento di quel figlio ci appare troppo spropositato chiediamoci sempre:
cos’è accaduto ieri, l’altro ieri? A scuola tutto bene? Parlerò domani con l’insegnante! Come vanno le cose nel pullmino?
In questi casi è importante allargare le domande alla sua cerchia abituale e comprendere il suo comportamento anche in altri ambiti, quelli che normalmente frequenta. Se non arriviamo a capo del suo nervosismo, della sua irrequietezza, dell’irascibilità guardiamo prima tra le pareti di casa e poi esploriamo fuori parlando con gli insegnanti, l’allenatore, il catechista, i nonni, l’autista del pullmino.
Altra domanda:
«Possibile che debba vincere sempre lui? Possibile che non debba mai rispettare le regole?»
Intanto non assolutizziamo mai, quando parliamo tra adulti, ma anche e soprattutto quando parliamo con nostro figlio.
«Sei sempre tu! Non rispetti mai le regole! Dai sempre fastidio!
Ci fosse un giorno che non ti viene voglia di andare al bagno mentre ci sediamo a tavola!», perché assolutizzare è come infliggere una condanna a vita e crea nella mente del bambino l’idea di un sé incapace, cattivo, abbassando sottoterra la sua autostima.
Domandiamoci invece: quelle regole sono condivise? Le abbiamo discusse col nostro partner e soprattutto anche con nostro figlio? Sono veramente regole importanti, fondamentali per noi e, in una visione più globale, per un bambino, per quel bambino?
Come facciamo ad esserne certi soprattutto quando c’è disaccordo tra di noi? Perché non confrontarci con qualcuno che riteniamo autorevole come un amico psicologo, il nostro pediatra e perché no, i nonni? Ci sono nonni che hanno assunto una saggezza di vita veramente profonda, perché hanno imparato dopo anni a leggere la verità scritta nel cuore di ciascuno. Alcune volte, forse spesso, vedo che
i genitori hanno la percezione di conoscere ciò che è bene per i loro
figli, ma sono offuscati da quello che gli altri, la società e quant’altro inculca nella loro mente di educatori.
Talvolta, ascoltando una mamma affranta che non sa più come comportarsi col figlio, riesco ad arrivare là dove il suo cuore è già arrivato. E allora – usando una frase di Giovanni Bollea, noto neuropsichiatra infantile – direi che
le madri non sbagliano mai!, sottolineando così che ciascuna mamma, ciascuna coppia di genitori sa spesso nel profondo del proprio cuore ciò che è bene per quel figlio. Per
quel figlio! Ciò che infatti è bene per lui non è detto che sia bene anche per l’altro e poi per il figlio della nostra amica o di nostra sorella. E questo perché ogni Essere è un Essere a sé, con le sue peculiarità, inclinazioni, risorse, col proprio carattere, ma anche con i propri difetti, per cui
ciò che è giusto per uno potrebbe non esserlo per l’altro.
Ho già ricordato in un’altra Lettera che la giustizia non è dare a tutti la stessa cosa ma a ciascuno ciò di cui ha
bisogno, per cui anche il nostro approccio educativo nei confronti di un figlio può e deve essere diverso, proprio perché i figli sono diversi.
Questa è la grande sfida educativa: imparare a leggere il cuore del nostro bambino e cucire su di lui, sui suoi bisogni, le sue attese, le sue peculiarità, il nostro impegno ad educarlo.
Così accade che quelle regole fortemente disattese vengono vissute da quel bambino come briglie messe a un cavallo di razza che vuole sentire la sua libertà, esprimere tutto il proprio essere mentre noi gli poniamo un forte vincolo in nome di ciò che pensiamo sia giusto e che magari, invece, non risponde al nostro vero pensiero, ma a ciò che ci viene inculcato dalla cultura dominante: quello di “dover educare il bambino alla vita sociale e civile con tutti i mezzi”, altrimenti ne faremo un uomo “scostumato”, asociale.
Ma come comportarci, allora, quando nostro figlio compie qualcosa che ci fa andare in
tilt e corriamo con le mani alzate pronti al rimprovero e magari alla punizione corporale?
Intanto la prima regola è: se mi sento sopraffatto da quell’evento chiedo aiuto a qualcuno o esco dalla scena. Meglio mille volte abbandonare il bambino che si sbatte per terra che aggredirlo con parole e minacce! In quel momento è la nostra frustrazione di genitori che ci interpella e ci rende frustrati. Abbiamo bisogno allora di ritornare in noi stessi e la cosa migliore che possiamo fare è, appunto, uscire dalla scena.
Poi, dinanzi al pensiero di esprimere una punizione o un rimprovero, domandiamoci sempre: ma
quella cosa che ha fatto o che non ha fatto è un problema? Dov’è, cioè, il problema?
Spesso sento dire: “Il problema è che lasciandolo fare non diventerà mai un ragazzo educato!”
E io controbatto: da chi e da cosa imparerà mai il bambino le virtù, i modi di comportarsi, la morale? Da chi se non da noi? Non però da ciò che gli diciamo o pretendiamo da lui, ma da ciò che facciamo e che così gli inculchiamo, perché i bambini sono proprio come delle spugne.
Se io esco di casa senza salutare e senza dire ai miei figli dove vado o cosa vado a fare, magari a che ora torno, come potrò mai pretendere che mio figlio adolescente saluti e ci dica dove va prima di chiudere dietro di sé la porta di casa?
I bambini e soprattutto i ragazzi hanno bisogno di trovare degli adulti veri, credibili, coerenti. Non cercano persone senza difetti, ma persone ricche di passione, capaci di relazione, capaci di scommettere su di loro.
E poi dobbiamo dire che talvolta, in nome del fatto che i bambini devono imparare ad aiutare, li carichiamo di pesi troppo grossi, troppo grandi rispetto alla loro età. Penso a quando li chiamiamo di continuo per farci aiutare nelle faccende domestiche:
pigliami questo, porta quella cosa lì, aiutami a spazzare la tua camera, tieni in braccio tuo fratello, apparecchia la tavola… Oh, sì certo la collaborazione come
educazione alla fatica e alla collaborazione deve esserci, ma dobbiamo anche saperla dosare perché non diventi una schiavitù e soprattutto che venga pattuita, organizzata, panificata, che abbia uno scopo.
In un mondo che esalta il benessere e assolutizza il piacere, parlare di educazione alla fatica e alla collaborazione potrebbe sembrare fuori luogo, ma nella sostanza significa porre davanti ai figli degli obiettivi realistici, sostenendoli nella volontà di raggiungerli e confermando i risultati ottenuti, trasformando le sconfitte in acquisizioni positive per aiutarli ad un sano recupero dell’insuccesso.
Non poniamoci mai sul piedistallo, ma mettiamoci sempre anche noi in gioco, perché come mi ha scritto uno di voi
“si crescono i propri figli crescendo anche come genitori”.
Raffaele D’Errico, pediatra
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