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Mentre pensavo che mi attendesse l’ormai consolidato appuntamento mensile con voi, mi sono accorto che eravamo a pochi giorni da una festa che, tra le tante, è ancora una festa veramente bella: San Valentino, la festa degli innamorati.
Un’occasione che forse dovremmo rivivere e riscoprire ogni anno nuovamente, ripartendo magari anche dall’autenticità che ci viene dai bambini, dai nostri stessi figli.
E così, mentre seguivo questo filo rosso destreggiarsi tra i meandri dei miei pensieri, mi è ritornata alla mente questa storia ormai datata quasi un anno, che sento di volervi proprio raccontare…
Quel giorno nostro figlio Simone, il più piccolo – allora sette anni - tornava da scuola tutto felice.
Mi viene vicino e mi dice con un sorriso e una gioia contagiosi:
«Guarda cosa mi ha regalato la mia fidanzata!»
Prendo quel piccolo libretto che sbandierava come un trofeo e leggo subito il titolo: “Le mie preghiere!”.
Meravigliato ed estasiato approvo e accolgo la sua gioia dicendo:
«E proprio un bel regalo, sai Simone!»
Poi, come farebbe qualunque genitore incuriosito, gli chiedo:
«Come si chiama la tua fidanzata?»
E lui, con gli occhi che brillano sempre più mi dice:
«Francesca!».
«Ma sei fidanzato da molto tempo?» - soggiungo.
«No, papà! – esclama con precisa sicurezza - Siamo fidanzati da oggi!».
«Ah… ma ti ha comprato lei questo libricino?»
«Sì, è stata proprio gentile!... Avevo dimenticato di portare i soldi, perché oggi si potevano comprare i libri a scuola, e volevo proprio questo… al che Francesca mi ha detto che poteva comprarmelo lei!».
«Wao! – esclamo con tutta l’anima – Si vede che ti vuole proprio bene!
Ma non era quella Francesca che non ti piaceva?»
«Sì… sai… non mi piaceva come si vestiva, ma… adesso…»
Mi domando: una semplice storia innocente e scontata di due piccoli bambini?
A me risuona come una sinfonia d’amore, come quelle che si sentono e si vedono sempre così poco semplicemente perché non fanno rumore, audience, ma ce ne sono, tante. Storie che nascono e crescono nel sottobosco della vita di tutti i giorni, dettate da quella Essenza presente in ciascuno di
noi.
A Simone non diceva nulla quella bambina che aveva tentato qualche approccio con lui già all’inizio dell’anno, così come ci aveva raccontato.
Quel giorno però lui desidera tanto quell’oggetto, ma non può averlo. Con le sue forze (non aveva i soldi) non lo avrebbe mai potuto avere.
Francesca, “innamorata” di lui, percepisce quel forte desiderio.
Può darsi che quel libro di “preghiere per bambini” a lei non dicesse nulla, ma percepisce che quella cosa avrebbe potuto dare felicità al suo piccolo innamorato e per lui si priva dei suoi soldini.
Cosa ha fato Francesca?
Ha dato tutto se stessa! Tutto ciò che possedeva, senza pensare all’oggetto o al fatto che Simone l’avesse sempre respinta, ma ha accolto quel suo desiderio e lo ha sfamato.
Lo ha fatto con la speranza di un “ritorno”?
Penso proprio di no! Voglio pensare che una bambina di sette anni non arrivi a elaborare che - forse - accontentandolo avrebbe potuto conquistare il suo cuore.
Lei – credo – abbia giocato tutto per amore e solo per amore.
Odo queste parole palpitanti che nascono nel cuore di chi ama. Veramente ama.
“Ti dono tutto! Ti dono tutto me stessa.
Non ti dono qualcosa, ma ti dono tutto.
Non mi aspetto un contraccambio,
ma desidero solo che la tua gioia sia piena.
Voglio il meglio per te!
Eccolo! Se è questo che vuoi,
anche se a me non dice nulla,
io te lo dono!”
L’amore apre il cuore, spalanca l’anima, eleva lo spirito, dona libertà.
Un amore donato - proprio come nella piccola e innocente storia di Francesca e Simone – diventa liberante e lascia uscire dal di dentro il meglio che c’è in noi e in chi amiamo!
Oh! Quale insegnamento per i nostri giovani adolescenti! Quale insegnamento per noi, magari sposi non più innamorati, cristallizzati, fossilizzati nelle pagine di quelle foto scattate nel giorno del nostro matrimonio.
Un amore così, come ce lo hanno proposto Francesca e Simone è un amore che feconda, che fa crescere l’altro, che lo eleva, gli dona vita, lo fa diventare al meglio di sé, portando a maturazione l’opera creatrice di Dio e dei genitori.
L’amore è vita, perché solo un amore così può evitare che un lui/una lei (pensiamo anche un figlio) rimanga fossilizzato, ibernato nella sua forma originaria senza che nessuno, battendo su quel chicco di grano, lo strasformi in spiga. Spiga matura, rigogliosa, al meglio di sé, ricca di frutti maturi e preziosi.
Nella storia poi di due Sposi-Amanti c'è un progetto di verità e di libertà ancora più grande inscritto nella natura stessa del matrimonio, che si compendia nella celebre frase
«e i due saranno una carne sola».
Dovremmo leggerla così questa frase, "i due tenderanno verso una sola carne", che è quella spinta dinamica e armoniosa simile a una danza nuziale che regola e dirige la vita intera di un uomo e di una donna che hanno deciso di… "vivere l'amore nell’Amore”.
E’ una tensione continua che fa crescere il loro stesso amore proprio come frutto della loro vita donante, un amore che lascia i due perennemente innamorati, freschi come la sistole e la diastole che regolano la vita del nostro muscolo cardiaco, infondendo forza e vitalità a tutto il corpo. Amore sistolico che prima dona, per poi aprirsi all’accoglienza nell’abbandono della diastole.
Immaginiamo solo per un momento cosi possa significare un amore così vero nella storia di una famiglia e nell’evoluzione dei nostri figli!
Ma quando si potrà mai raggiungere quella sintonia che fa palpitare all'unisono, e che di due corpi, di due anime e di due spiriti ne fa un sol Essere?
Una risposta viene da questo stralcio di giornale quasi nascosto, che ho ritrovato in un cassetto.
Leggetelo. Voi soprattutto sposi, leggetelo. E nel frattempo aprite il cuore e non lo chiudete più, perché lì, in quella storia quasi surreale, è inscritta una grande verità sull’amore.
Se vi viene da piangere fatelo! Io ho pianto! In quelle lacrime troverete un messaggio di tenerezza, di vita e di speranza inscritto nell’Amore tra un uomo e una donna.
Quell’amore che vince anche la morte
di Marco Missiroli
Cosa decide di fare la vita lo sa soltanto la vita e forse il destino, se un destino c’è.
Secondo me c’è e c’è stato soprattutto nel mezzo di un amore come quello di Marino e Lina. Un amore così potente e assoluto che lascia la pelle d’oca solo a raccontarlo.
Non so come farò, ma lo farò e penso al giorno in cui Marino e Lina si sono sposati. Finché morte non ci separi hanno detto, guardandosi quel giorno senza pensare che sarebbero stati più forti anche della morte.
Lo farò pensando a un altro giorno di molti anni dopo, e che è stato poche mattine fa.
Lui ha 82 anni, lei 74. Lui sale in macchina e va a comprare dei fiori freschi, li porta al quinto piano di un ospedale. Li porta a lei. Ma lei non può vederli, perché è in coma per un ictus che le ha lasciato il sonno più profondo, ma che non le ha tolto la percezione dell’amore.
Rimane nel suo letto, gli occhi chiusi e i tubi che le violano il naso. Rimane lì e non vede il suo Marino accanto che le lascia i fiori e prega e che poi se ne va, gli occhi umidi e il groppo che toglie il fiato.
Marino di 82 anni che sa come la fatica può smorzare appena la disperazione. Così decide di prendere il trattore e di andare a lavorare la terra del suo campo, lasciando il pensiero nella camera d’ospedale al quinto piano. Accende il suo trattore e risale il pendio di terra brulla e irregolare, rotta dalla pioggia e indurita dal freddo. Lo guida da una vita intera, conosce la collina come le sue tasche, ma non sa che il dolore vince qualsiasi talento e attenzione. E in quel viaggio come tanti, sono certo che Marino le parlava lo stesso o pregava, e comunque andava a lei, andava alla sua Lina.
Intanto che il trattore schiacciava il campo indurito, Marino chiedeva che gli occhi della sua Lina si aprissero come in un miracolo.
Chissà a cosa pensava quando il volante ha sterzato troppo e ha portato il trattore in una salita maldestra; chissà cosa pensava nell’istante in cui il trattore ha iniziato a sbilanciarsi.
Poi forse non ha pensato più a niente… la morte si porta via tutto, dice qualcuno. Altri dicono invece che ridà indietro tutto, e allora finendo di ascoltare questa storia possiamo pensare che può davvero essere così. Perché per Marino la morte non arriva subito, ma poco dopo quando viene trasportato d’urgenza e intubato nella camera vicino a quella della sua Lina.
È rimasto meno di un’ora in quella stanza, poi la fine ha fatto il suo compito. Ma l’ha fatto senza fare i conti con un amore lungo più di una vita. Perché venti minuti dopo anche lei respira per l’ultima volta e raggiunge quell’uomo che le ha lasciato dei fiori freschi poche ore prima.
Venti minuti appena, giusto il tempo per Marino di accomodarsi nell’altra parte del mondo, di sistemarsi come a dovere, per poi accogliere il suo amore come si deve.
Venti minuti in cui gli infermieri e i medici si sono accorti che il legame più forte può prendere in giro anche l’umano, anche la morte.
Così in quei corridoi d’ospedale forse qualcuno il destino l’ha visto passare, aveva la forma di un mazzo di fiori freschi che non seccheranno mai. Era un destino ammutolito da quella forza che l’ha sfidato, che diceva poche parole, sempre le stesse: finché morte non vi riunisca. Le sussurrava a chi voleva sentirle, a chi voleva crederci. Finché morte non vi riunisca.
Buon San Valentino!
Raffaele D’Errico, pediatra
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