Dr. Raffaele D'Errico                                                                              medico-chirurgo specialista in pediatria

 Lettere aperte del pediatra Raffaele D'Errico

 

Dottore, non mi mangia!


Al contrario di quanto accade nel mondo animale, l’alimentazione nell’uomo acquista un duplice aspetto, inconsciamente ben noto a ciascuno di noi: quello puramente nutrizionale e quello relazionale. Mangiare non è solo nutrirsi di cibi, ma anche di gioia, condivisione, parole dette e ascoltate, tutti profumi che sanno condire mirabilmente le nostre pietanze quando la tavola è con-divisa”.

 

 

20 gennaio 2010


Mi avete chiesto di affrontare il tema dell’alimentazione nei bambini e in particolar modo dei bambini che non mangiano, uno dei “problemi” più diffusi o comunque dei più frequenti motivi di consulto dal pediatra.

Partiamo da una premessa: i bambini come gli adulti mangiano! Tutti!

Il mangiare, come il dormire, il bere sono istinti presenti in ogni essere vivente, per cui – tranne le dovute eccezioni anche del tutto transitorie legate a malattie organiche o intercorrenti - per definizione tutti i bambini piccoli e grandi mangiano e bevono a sufficienza per assicurare all’organismo la sua stessa sopravvivenza e il suo corretto sviluppo.

Ciò nonostante non è raro che i genitori si preoccupino a tal punto da consultare il proprio pediatra comunicandogli che il proprio bambino non mangia. Talvolta sento anche dubbi sul fatto che non beva a sufficienza.

Nella maggior parte dei casi, però, andando ad analizzare dettagliatamente la storia alimentare, si riesce a dimostrare - quasi sempre - che il piccolo assume tutte le calorie e i liquidi necessari.

Classica, infatti, è la storia del genitore preoccupato che arriva allo studio dichiarando che il figlio non mangia e poi, facendogli dettagliare la sua storia alimentare si osserva che magari questi bambini mangiano solo un primo e un secondo nella giornata e poi anche fino a un litro di latte immerso in numerosi biscotti vitaminizzati.

Altre volte, ci sono bambini che affrontano periodi di grande stress psico-fisico e riducono di molto l’assunzione di cibi preparati e serviti a tavola a favore di un’alimentazione più semplice e meno “impegnativa” come il solito latte, che – diciamolo subito – è un alimento molto completo.

Ma leggiamo qualche testimonianza, per essere più concreti.

 

Caro Dottore, le scrivo per parlarle del mio bambino che certamente non mangia molto. Questo fatto non mi preoccupa particolarmente - forse lo è più mia moglie, ma le mamme, si sa! sono sempre apprensive sul mangiare! – e vedo pure - come dice lei - che cresce bene e quindi mangia quanto gli basta, ma ciò che mi preoccupa è la sua educazione alimentare.

Il bambino da mesi ormai rifiuta verdura, legumi e frutta in ogni forma; mangia poca pasta che vuole in bianco condita con olio a crudo e formaggio o - al limite - con passata di pomodoro e formaggio e abbastanza pane. Con i secondi va meglio, così come per il latte che sembra ancora gradire molto prendendone circa 300 ml al giorno con l’aggiunta di due-tre biscotti vitaminizzati. Per la verdura e i legumi abbiamo provato di tutto: proposti come antipasto, contorno o in aggiunta alla pasta, ma c'è un rifiuto totale; idem per quanto riguarda la frutta: a pezzi, frullata o omogeneizzata. Mangia solo un po' di gelato alla frutta.

Temo che l'alimentazione sia troppo sbilanciata su proteine e grassi e manchi il supporto vitaminico che proviene dalla verdura e dalla frutta.

Non vorrei arrivare a forzarlo lasciandolo digiuno se non magia ciò che gli abbiamo preparato, ma al contento ho timore di “viziarlo nel mangiare” dandogli solo ciò che gli piace o sostituendo subito la pietanza proposta che non gradisce con un'alternativa, soluzione quest’ultima che sovente viene adottata da mia moglie nel tentativo di farlo “comunque” mangiare, ma che ritengo poco utile.

Cosa ci consiglia?

 

Recente visita in ambulatorio: un’altra storia.

«Dottore siamo un po’ preoccupati perché nostro figlio di tre anni non mangia!».

Segue anamnesi dettagliata sull’assunzione dei cibi…

«Oh sì, va bene: non mi sono espressa correttamente! Volevo dire che non mangia come dovrebbe alla sua età».

«E come dovrebbe mangiare alla sua età, Signora?».

«Voglio dire che mangia di tutto, ma ancora frullato, in particolar modo i secondi, per cui abbiamo timore che non si abitui a masticare e per questo vorremmo sapere come dobbiamo fare!».

Alla mia domanda se mangia a tavola con i genitori c’è una perentoria risposta negativa. Il bambino a tre anni ha ancora il suo spazio dove mangia da solo.

 

In queste due storie c’è un comune denominatore: entrambi i genitori affermano in partenza che “il figlio non mangia”, condizione che nella realtà invece è mascherata da ben altri timori.

Nel primo caso, quello di non riuscire a veicolare gli apporti di nutrienti fondamentali a causa di una dieta ritenuta “ristretta”; nel secondo caso, il timore che quel figlio non imparerà mai a masticare (???). Ciò nonostante entrambe le storie esordiscono con l’affermazione “mio figlio non mangia!”

 

E poi c’è un terzo caso, molto più frequente. Si tratta in genere di bambini più grandicelli, in età scolare, in cui la madre è veramente preoccupata e lo si percepisce dalla forte tensione che le si palesa sul viso quando ci si addentra sul tema del mangiare.

La storia classica è quella di una mamma che entra con determinazione nell’ambulatorio esclamando con grande enfasi:

«Lui non “mi mangia”!»

Poi, rivolgendosi anche al bambino:

«Te lo avevo detto che glielo avrei riferito anche al dottore!».

 

Non mi mangia! La dice lunga sul rapporto che talvolta si stabilisce tra madre e figlio sulla questione “alimentazione”, rapporto che spesso è vissuto dal bambino in modo drammatico e coercitivo e dalla madre con dolore e frustrazione. In questi casi, infatti, quando si giunge al momento del pasto si schierano l’uno di fronte all’altro, proprio come due milizie pronte a darsi guerra, e il rifiuto è spesso inesorabile e… inevitabile. Non è raro che il piccolo si faccia venire dolori addominali e vomito o lamenti disturbi vari; l’aria è bellica, spesso molto pesante, vista dal genitore come il termometro dell’amore e la riconoscenza che il piccolo dovrebbe palesare nei suoi confronti.

Non mi mangia!, quasi a dire che mangiare o non mangiare rappresenti il premio o la punizione per la sua mamma. Il cibo diventa allora per il genitore la cartina al tornasole che esprime approvazione o disapprovazione nei suoi confronti, cosa che invece un bambino non si sognerebbe mai di pensare! La mamma non se ne accorge, ma esprimendosi con questa frase direi molto freudiana, “non mi mangia!”, va ad affermare tutta la sua sofferenza e il suo disagio per l’apparente incapacità di essere una mamma buona in grado cioè di nutrire e far crescer bene la propria creatura.

Si palesa in questi casi – non rari! – un vero e proprio mito di Demetra, la dea del grano, della terra-genitrice.

La mancanza del dovuto contraccambio (non mi mangia!), viene letta dalla mamma come mancanza di affetto e di risposta positiva verso il suo impegno genitoriale, condizione che le porterà non raramente sensi di colpa e la indurranno a reagire alla conseguente ansia e distimia con atteggiamenti di rabbia conscia o inconscia nei confronti del figlio, creando così un vortice di negatività che peggiorerà sempre più il rapporto del bambino col cibo.

Molti di questi piccoli finiscono per alimentarsi quasi esclusivamente di latte, anche se - con l’inizio della mensa scolastica - si potrà osservare con grande frequenza una corretta alimentazione e condivisione dei pasti solidi accanto ai coetanei.

 

Tutta questa disquisizione per cercare di mettere in evidenza che, al contrario di quanto accade nel mondo animale, l’alimentazione nell’uomo acquista un duplice aspetto, inconsciamente ben noto a ciascuno di noi: quello puramente nutrizionale e quello relazionale. Il problema principale, che porta talvolta a veri e propri disturbi alimentari (e non necessariamente al rifiuto del cibo, ma anche al suo opposto!), è proprio legato a quella parolina magica: “relazionale”.

 

Vediamo per un momento cosa ho risposto alle perplessità di quel padre che mi scriveva.

“Caro papà, le assicuro che la sua domanda è tra le più frequenti nella mia attività ambulatoriale: quella di un bambino che apparentemente non mangia, ma che nella realtà mangia a sufficienza, anche se non secondo gli schemi mentali dei genitori.

Questo è proprio il caso di suo figlio.

Le posso dire che ad oggi lui è un bambino sano, che mangia bene e cresce bene!

Mentre le sto scrivendo mio figlio Simone di sette anni mi viene a chiedere di tagliargli un pezzo di parmigiano (è il secondo nel giro di dieci minuti). A tavola ha mangiato poche forchettate di pasta al sugo... Era stanco, appena tornato da scuola, un po’ nervoso… L’ho assecondato. Alle sedici, però, ha chiesto una mezza tazza di latte con cereali ed ora mi chiede due pezzi di parmigiano.

Simone non ha mangiato? Se pensiamo al pasto consumato a tavola, no!, ma quello che ha preso successivamente lo ha compensato benissimo!

C’è poi da dire che il latte con i suoi derivati è un alimento molto completo anche di sali, vitamine e minerali, per cui, così come accade per il suo bambino e qualunque bambino dei nostri paesi industrializzati, nutrendosi a volontà di latte non potrà andare incontro a NESSUNA carenza! Il latte è un ottimo alimento e non una semplice bevanda!

Ovviamente a questo si aggiunge la fortuna di avere oggi un pediatra che segue il bambino e che ci potrà tranquillizzare sull'accrescimento e il suo stato di salute.

Ma in questo discorso c'è un punto molto importante da tenere presente ed è quello psico-relazionale.

Tutto ciò che è vissuto dall'uomo come costrizione produce rifiuto!

Se Gabriele vive il momento del mangiare come una sorta di battaglia o di "minaccia", magari intriso da malumore serpeggiante o chiara ansia anticipatoria, cercherà di allontanare sempre più quel momento così brutto... ma, per fortuna, la fame è fame e piluccando qua e là durante la giornata introdurrà comunque tutto ciò di cui ha bisogno. Tutto!

Allora: lasciamolo libero di sedersi a tavola con noi! Spegniamo la tv e lasciamo che, a qualunque età, il bambino possa inserirsi a pieno titolo nel contesto familiare anche a tavola, per vivere un momento di gioia e di condivisione in cui proporremo sulla mensa pietanze varie, magari anche belle da vedere con i loro colori vivaci e contrastati (anche l'occhio vuole la sua parte!). In questo modo che è libero e liberante lasceremo che sia lui a indicarci ciò che vuole mangiare, ciò che gradisce e non noi a "costringerlo"!

Sì, non ci crediamo, ma lui anche piccolissimo è in grado di gestirsi molto bene il suo cibo, anche in considerazione del fatto che il latte nella maggior parte dei bambini piccoli, rimane per molto tempo un alimento centrale e molto richiesto, per cui il resto – almeno all’inizio – è solo complementare.

Perché a tavola con la famiglia? Primo perché le appartiene a pieno titolo e poi perché mangiare non è solo nutrirsi di cibi, ma anche di gioia, condivisione, parole dette e ascoltate, tutti profumi che sanno condire mirabilmente le nostre pietanze quando la tavola è con-divisa”.

 

Ora vi chiedo: quand’è che voi mangiate con gusto e a sazietà, magari allungando anche i tempi di permanenza a tavola?

Certo! Quando sedete con persone che vi fanno stare bene!

E perché allora questa regola non dovrebbe valere anche per i nostri figli, anche per quelli di sei mesi che abbiamo appena svezzato?!

Sedersi a tavola dovrebbe essere un piacere a qualunque età e il modo migliore per coinvolgere i bambini è dare loro la possibilità di non limitarsi a mangiare da soli in spazi silenziosi e desolati, dove spesso si finisce per restare davanti ad un piatto con gli occhi puntati sulla tv o, nella migliore delle ipotesi, con quella faccia sgranata e piena di boccacce della mamma o della nonna o della babysitter che allungano cucchiai impastocchiati.

Perché invece non mettere degli aromi freschi a tavola e permettere loro di coglierli da soli, assaporarli, scambiarli in nostra compagnia?

 

Ecco! Alla luce di questa chiacchierata e della nuova esperienza che ho sviluppato quest’anno da quando ho adottato un nuovo modo di svezzare i bambini, mi viene da pensare che tutto può migliorare solo se iniziamo da subito col piede giusto.

Le esperienze di questi mesi al riguardo sono fortemente suggestive e positive.

Le mamme mi ringraziano e mi fanno notano con interesse e gratitudine quale grande differenza hanno potuto sperimentare tra il vecchio modo di svezzare e quello nuovo.

Sono convinto che non sia solo un nuovo metodo, ma la condizione più corretta e fisiologica nell’introdurre il bambino nel mondo dell’alimentazione rispettandone gli aspetti nutrizionali e relazionali.

Credo che cominciare con un’alimentazione complementare a richiesta in sostituzione al vecchio svezzamento a tappe, rappresenti il modo migliore perché svaniscano sempre di più questi pseudo-problemi alimentari dei bambini, problemi che in contesti rurali e del terzo mondo sono praticamente inesistenti.

 

Allora, dico alle mamme: non più svezzamento! Dimenticatelo, perché io non lo faccio più!

Svezzamento è proprio una brutta parola. Per di più usata impropriamente perché, in realtà, descrive l’abbandono totale dell’allattamento al seno da parte del bambino ormai grande per il quale rappresenterebbe soltanto un vezzo, un vizio.

Nel nostro caso, invece, a questa età non avviene l’abbandono di nulla, ma solo un arricchimento di esperienza che poi diventa un cambiamento molto parziale e graduale del regime dietetico. A sei mesi, allora, l’alimentazione lattea ancora eccellente andrà gradatamente ad integrare alimenti vari, secondo la scelta e i gusti del bambino.

Il tempo ideale per questo passaggio sono appunto i sei mesi, perché rappresenta il momento in cui si riuniscono le varie competenze necessarie (intestinali, motorie, psichiche), affinché il bambino possa essere in grado di cominciare a sperimentare l’introduzione di cibi solidi in tutta sicurezza.

La scienza della nutrizione è concorde nell’affermare che il bambino a questa età mangiando qualunque alimento non rischierà allergie, intolleranze, diarree, inalazioni di corpi estranei, né più né meno dei suoi colleghi di un anno. (Lucio Piermarini, Io mi svezzo da solo! Dialoghi sullo svezzamento, Bonomi Editore)

Perché non più schemi?

Perché l’alimentazione, come il parlare, l’agire e il comportarsi è frutto della propria identità, del proprio carattere e delle relazioni tra il bambino e la propria famiglia.

Il primo passaggio, quindi, è conoscere bene il proprio figlio, non rapportandolo agli altri; amarlo e accettarlo per quello che è; credere in lui e farsi amare.

La sua individualità sarà una miscela tra le sue caratteristiche genetiche e ciò che voi gli insegnerete attivamente e soprattutto passivamente.

Ecco così che anche per l’alimentazione sarà importante l’emulazione e la compartecipazione.

Vostro figlio potrebbe cominciare a mangiare subito e tutto, così come potrebbe metterci qualche mese. Dovrete solo seguirlo senza costringerlo e presentargli i cibi della vostra tavola.

L'unica differenza tra un "prima" e un "dopo" è tenere il bambino in braccio mentre mangiate voi, tutti insieme, e spegnere la televisione.

Il bambino allunga le mani per prendere quello che avete nel piatto? Accontentatelo! Ovviamente dovete tritarlo con una forchetta o un tritaprezzemolo.

Quanto? Quanto ne vuole. Cosa? Tutto. Tutto significa… tutto! Sì, anche quello che state pensando ora! Fa male solo quello che fa male anche a voi!

Se non vi chiede non date. Se chiede dategliene ancora.

Dopo continuate ad offrire il latte al solito orario: vedrete che prima o poi non lo chiederà più.

 

Sentiamo un po’ qualche testimonianza su questo tema. Mamme di miei piccoli assistiti.

 

Caro Dottore, la mia piccola Sofia tra pochi giorni compirà un anno e volendo fare un bilancio posso dire con certezza che crescere il secondo figlio è sotto certi aspetti più semplice.

Alcuni giorni fa mi sono trovata a confrontarmi con una mamma che ha un bambino di cinque mesi e mi chiedeva informazioni sullo svezzamento di Sofia.

Bella domanda!, ho subito pensato!

E allora le ho raccontato che nel mese di aprile lei mi aveva consigliato di leggere "Io mi svezzo da solo!" di Piermarini e che poi ci saremmo sentiti a giugno quando la piccola avrebbe compiuto sei mesi per fare il punto della situazione.

E così, quando ci incontrammo lei mi disse di cominciare a darle a pranzo quello che avevo preparato per la sorella maggiore frullandolo. Ebbene Sofia il primo giorno mangiò pasta e patate e nei giorni successivi pasta e fagioli, poi minestrone e anche pasta e cavolo, tutto frullato e accompagnato dallo stesso secondo piatto preparato per la più grande, con gli stessi condimenti. Tutto sembrò molto semplice e più economico se confrontato all'acquisto dei vari omogeneizzati e prodotti vari.

Sofia non ha mai mangiato brodini con cremine né pappe pronte, ma tutto quello che preparavo lo frullavo immergendovi il frullatore ad immersione; poi, dopo circa due mesi, cominciai a farla mangiare con noi senza necessità di frullare e di adoperare formati di pasta"speciale", cosicché anche al ristorante ordinavo per lei!

Davvero molto facile se si pensa che non abbia mai portato la sua pappa in giro da amici e parenti, ma ho sempre proposto il nostro stesso pasto.

Sofia ad oggi adora mangiare tutto ed io accontento fin dai primi giorni le sue curiosità alimentari.

Posso davvero dire che non ricordo come sia stato lo svezzamento della mia piccola, perché… "si è svezzata da sola!".

Grazie anche a Lei per aver reso alla mia piccola e a me tutto molto più semplice e naturale.

Cristina

 

Sono la mamma di Cecilia che oggi ha nove mesi.

Lo svezzamento che io chiamo “mangio ciò che piace a me!”, negli ultimi due mesi e mezzo è stato per me una grande e continua scoperta. Dopo i primi due figli svezzati tradizionalmente sono felice di non essere stata costretta a fare tutti i giorni brodini con verdure che devono essere consumati entro 48 ore e insignificanti cremine sbrigative e poco saporite accompagnate comunque da ansie legate a possibili allergie.

Cecilia verso i sei mesi e mezzo già deglutiva discretamente anche a pezzettini; ha provato tutto quello che c’era sulla tavola a piccole porzioni per quindici giorni, ma già a sette mesi si può dire che aveva assaggiato tutto!

La sua prima pappa è stata pasta e zucchine e di seguito pasta e lenticchie, piselli, zucca, pollo a pezzettini, orata al forno, pizza, gatou, pesce spada con contorno di pomodori all’insalata. E poi la frutta, che è il suo forte: dal melone ai fichi, passando per la pesca che la voce popolare vorrebbe allergizzante. Tutto è stato un gioco, un piacere, una scoperta dei suoi gusti.

L’unica attenzione è stata quella di cucinare in modo sano, senza troppo sale, condimento a crudo, verdure tutti i giorni.

Un’ apparente difficoltà è stata quella di non essere legata a schemi precisi.

Lo svezzamento dei miei precedenti figli, invece, ricordo di averlo affrontato con grande ansia, alternando e pensando quasi “scientificamente” ai vari alimenti che avrei dovuto introdurre di volta in volta con attenzione.

In un primo momento l’assenza di schemi è stata strana perché chiaramente il controllo del singolo pasto e dell’equilibrio settimanale non sembravano pienamente rispettati per cui, come dicevo, c’è stata una perdita del controllo che però, a ben vedere, è solo apparente, perché Cecilia pur non essendo una bimba mangiatrice di grandi pasti - anzi è sofisticata e ama mangiare poco e spesso come quando prende il seno a richiesta - è stata capace di liberarmi dal vincolo del controllo a tutti i costi.

Ho capito da subito che amava i legumi e la frutta. Credo abbia dei gusti già ben definiti.

Io dall’altra parte mi sono divertita e, dato che era il mio terzo svezzamento e l’ho vissuto d’estate, è stato veramente liberatorio farsi guidare da lei senza schemi precisi e orari che ci limitavano. Ancora adesso alcune volte prende il latte a pranzo e magari fa la pappa più tardi insieme ai fratelli perché così è più felice; parla con loro mentre mangia; si arrabbia se qualcosa non le va, ma stiamo insieme. La cosa più bella è proprio questa: lei vive quasi sempre il momento del pranzo e della cena con noi.

Gli altri due svezzamenti vissuti in modo tradizionale non mi hanno mai convinta del tutto. Da un lato non ho mai dato omogeneizzati ma solo liofilizzati (che credevo di qualità migliore); dall’altro mi è sempre sembrato ridicolo andare dal macellaio a chiedere il pezzo di coniglio “pregiato” per la bambina o dal fruttivendolo per avere l’ovetto fresco da sotto alla gallina o cercare il parmigiano invecchiato trenta mesi, facendo tutte queste ricerche solo fino al compimento di un anno per poi dare loro le stesse cose che mangiamo noi.

Non ho mai avuto paura di farle provare qualcosa di nuovo, forse anche perché gli altri due non hanno avuto mai intolleranze particolari, ma all’inizio soprattutto è stato bellissimo vedere la sua faccia e le sue espressioni cambiare ogni volta che io o i fratelli le facevamo provare un cibo nuovo. Tutto questo lei l’ha fatto senza denti! Praticamente masticava con le gengive.

Certo la difficoltà è rispettare la famosa piramide degli alimenti ed essere attenti a come si cucinano, ma questo discorso dovrebbe valere per tutta la famiglia!

E’ inutile dire che non si fa mancare niente, nel senso che è ancora legata al seno soprattutto quando deve dormire, ma io sono contenta di questo perché darle il latte mi dà e mi ha sempre dato grande serenità.

Lo svezzamento a richiesta è insomma un piccolo percorso in uno più grande che ti permette di uscire fuori dagli schemi, stimolando la curiosità e aprendo un altro canale di comunicazione attraverso il cibo.

Giorgia.

 

C’è un ultimo aspetto che rientra nel tema affrontato anche se con un respiro più ampio ed è “il cucinare”. Cucinare per i nostri ragazzi, per la famiglia, per gli amici.

Clemente Bruno è uno chef che si è formato da solo. Bruno racconta che cucinare è una storia d’amore! Cucini con cura e ci metti tutto te stesso. Non è importante che il cibo sia elaborato; se è semplice e genuino è anche buono, ma ciò che conta è l’attenzione che ci metti. E i tuoi ospiti lo apprezzeranno.

Ecco, mi sono detto: questa è una cosa che può sembrare scontata o superficiale, ma credo invece che sia molto importante.

Immaginiamo questo nell’ambito della nostra famiglia. Pensiamo come talvolta prepariamo le nostre mense e il cibo per i nostri figli, magari quelli ormai un po’ più grandi che siedono a tavola quasi fugacemente per correre alle loro cose.

Eppure io sono certo che essi percepiscono se nella preparazione dei loro pasti ci abbiamo messo il cuore, l’anima, tutta la nostra creatività.

Un conto è preparare da mangiare, un conto è dare da mangiare!

Mi viene alla mente quella parabola raccontata nel Vangelo del figliol prodigo che forse un po’ tutti sappiamo (La parabola del Padre misericordioso, Vangelo di Luca, 15,11-32). C’è un momento, nella parte più toccante del racconto, quando il figlio fuggito con tutto il patrimonio paterno e sperperato si ritrova – per assicurarsi la sopravvivenza - ad accudire i porci. Ebbene, c’è un passaggio in cui Gesù che racconta la storia dice: “…avrebbe voluto saziarsi con le carrube che mangiavano i porci, ma nessuno gliene dava”.

Capite? Non è che gli mancava l’opportunità di mangiare le carrube dei porci - gli sarebbe bastato allungare le mani come sicuramente avrà fatto - ma qualcuno che gliene dava, cioè che si facesse carico di dirgli, attraverso quel gesto: Mi occupo di te! Ti ho dedicato del tempo! Ti nutro con il mio amore e la mia disponibilità! Curo il tuo corpo e lo alimento con la bellezza e il sapore di cibi buoni e gustosi!

Ecco che allora vestire con gusto la mensa, mettere tutto ciò che serve per non alzarsi di continuo, preparare cibi semplici ma profumati e saporiti, e nei giorni di festa farlo assieme, papà e mamma, diventa un messaggio che oggi potrebbe essere scontato, ma che segnerà per sempre l’animo dei nostri figli, perché “a casa nostra le portate non si gettavo sui tavoli per un vorace e fugace pasto, ma ogni giorno c’era qualcuno ci dava da mangiare”!

 

A proposito: a me piace molto cucinare, e a voi?

 

Un caro saluto, Raffaele D’Errico, pediatra

 

 

 
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