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Mi
avete chiesto di affrontare il tema dell’alimentazione nei
bambini e in particolar modo dei bambini
che non mangiano, uno dei “problemi” più diffusi o
comunque dei più frequenti motivi di consulto dal pediatra.
Partiamo
da una premessa: i bambini come gli adulti mangiano! Tutti!
Il
mangiare, come il dormire, il bere sono istinti presenti in ogni
essere vivente, per cui – tranne le dovute eccezioni anche del
tutto transitorie legate a malattie organiche o intercorrenti -
per definizione tutti i bambini piccoli e grandi mangiano e bevono
a sufficienza per assicurare all’organismo la sua stessa
sopravvivenza e il suo corretto sviluppo.
Ciò
nonostante non è raro che i genitori si preoccupino a tal punto
da consultare il proprio pediatra comunicandogli che il proprio
bambino non mangia.
Talvolta sento anche dubbi sul fatto che non beva a sufficienza.
Nella
maggior parte dei casi, però, andando ad analizzare
dettagliatamente la storia alimentare, si riesce a dimostrare -
quasi sempre - che il piccolo assume tutte le calorie e i liquidi
necessari.
Classica,
infatti, è la storia del genitore preoccupato che arriva allo
studio dichiarando che il figlio non
mangia e poi, facendogli dettagliare la sua storia alimentare
si osserva che magari questi bambini mangiano solo un primo e un
secondo nella giornata e poi anche fino a un litro di latte
immerso in numerosi biscotti vitaminizzati.
Altre
volte, ci sono bambini che affrontano periodi di grande stress
psico-fisico e riducono di molto l’assunzione di cibi preparati
e serviti a tavola a favore di un’alimentazione più semplice e
meno “impegnativa” come il solito latte, che – diciamolo
subito – è un alimento molto completo.
Ma
leggiamo qualche testimonianza, per essere più concreti.
Caro Dottore, le scrivo
per parlarle del mio bambino che certamente non mangia molto.
Questo fatto non mi preoccupa particolarmente - forse lo è più
mia moglie, ma le mamme, si sa! sono sempre apprensive sul
mangiare! – e vedo pure - come dice lei - che cresce bene e
quindi mangia quanto gli basta, ma ciò che mi preoccupa è la sua
educazione alimentare.
Il bambino da mesi ormai
rifiuta verdura, legumi e frutta in ogni forma; mangia poca pasta
che vuole in bianco condita con olio a crudo e formaggio o - al
limite - con passata di pomodoro e formaggio e abbastanza pane.
Con i secondi va meglio, così come per il latte che sembra ancora
gradire molto prendendone circa 300 ml al giorno con l’aggiunta
di due-tre biscotti vitaminizzati. Per la verdura e i legumi
abbiamo provato di tutto: proposti come antipasto, contorno o in
aggiunta alla pasta, ma c'è un rifiuto totale; idem per quanto
riguarda la frutta: a pezzi, frullata o omogeneizzata. Mangia solo
un po' di gelato alla frutta.
Temo che l'alimentazione
sia troppo sbilanciata su proteine e grassi e manchi il supporto
vitaminico che proviene dalla verdura e dalla frutta.
Non vorrei arrivare a
forzarlo lasciandolo digiuno se non magia ciò che gli abbiamo
preparato, ma al contento ho timore di “viziarlo nel mangiare”
dandogli solo ciò che gli piace o sostituendo subito la pietanza
proposta che non gradisce con un'alternativa, soluzione
quest’ultima che sovente viene adottata da mia moglie nel
tentativo di farlo “comunque” mangiare, ma che ritengo poco
utile.
Cosa ci consiglia?
Recente
visita in ambulatorio: un’altra storia.
«Dottore siamo un po’ preoccupati
perché nostro figlio di tre anni non mangia!».
Segue
anamnesi dettagliata sull’assunzione dei cibi…
«Oh sì, va bene: non mi sono espressa
correttamente! Volevo dire che non mangia come dovrebbe alla sua
età».
«E come dovrebbe mangiare alla sua età,
Signora?».
«Voglio dire che mangia di tutto, ma
ancora frullato, in particolar modo i secondi, per cui abbiamo
timore che non si abitui a masticare e per questo vorremmo sapere
come dobbiamo fare!».
Alla
mia domanda se mangia a tavola con i genitori c’è una
perentoria risposta negativa. Il bambino a tre anni ha ancora il
suo spazio dove mangia da solo.
In
queste due storie c’è un comune denominatore: entrambi i
genitori affermano in partenza che “il figlio non mangia”,
condizione che nella realtà invece è mascherata da ben altri
timori.
Nel
primo caso, quello di non riuscire a veicolare gli apporti di
nutrienti fondamentali a causa di una dieta ritenuta
“ristretta”; nel secondo caso, il timore che quel figlio non
imparerà mai a masticare (???). Ciò nonostante entrambe le
storie esordiscono con l’affermazione “mio
figlio non mangia!”
E
poi c’è un terzo caso, molto più frequente. Si tratta in
genere di bambini più grandicelli, in età scolare, in cui la
madre è veramente preoccupata e lo si percepisce dalla forte
tensione che le si palesa sul viso quando ci si addentra sul tema
del mangiare.
La
storia classica è quella di una mamma che entra con
determinazione nell’ambulatorio esclamando con grande enfasi:
«Lui non “mi mangia”!»
Poi, rivolgendosi anche al bambino:
«Te lo avevo detto che glielo avrei
riferito anche al dottore!».
Non mi mangia! La dice
lunga sul rapporto che talvolta si stabilisce tra madre e figlio
sulla questione “alimentazione”, rapporto che spesso è
vissuto dal bambino in modo drammatico e coercitivo e dalla madre
con dolore e frustrazione. In questi casi, infatti, quando si
giunge al momento del pasto si schierano l’uno di fronte
all’altro, proprio come due milizie pronte a darsi guerra, e il
rifiuto è spesso inesorabile e… inevitabile. Non è raro che il
piccolo si faccia venire dolori addominali e vomito o lamenti
disturbi vari; l’aria è bellica, spesso molto pesante, vista
dal genitore come il termometro dell’amore e la riconoscenza che
il piccolo dovrebbe palesare nei suoi confronti.
Non mi mangia!, quasi a
dire che mangiare o non mangiare rappresenti il premio o la
punizione per la sua mamma. Il cibo diventa allora per il genitore
la cartina al tornasole che esprime approvazione o disapprovazione
nei suoi confronti, cosa che invece un bambino non si sognerebbe
mai di pensare! La mamma non se ne accorge, ma esprimendosi con
questa frase direi molto freudiana, “non
mi mangia!”, va ad affermare tutta la sua sofferenza e il
suo disagio per l’apparente incapacità di essere una
mamma buona in grado cioè di nutrire e far crescer bene la
propria creatura.
Si
palesa in questi casi – non rari! – un vero e proprio mito
di Demetra, la dea del grano, della terra-genitrice.
La
mancanza del dovuto contraccambio (non
mi mangia!), viene letta dalla mamma come mancanza di affetto
e di risposta positiva verso il suo impegno genitoriale,
condizione che le porterà non raramente sensi di colpa e la
indurranno a reagire alla conseguente ansia e distimia con
atteggiamenti di rabbia conscia o inconscia nei confronti del
figlio, creando così un vortice di negatività che peggiorerà
sempre più il rapporto del bambino col cibo.
Molti
di questi piccoli finiscono per alimentarsi quasi esclusivamente
di latte, anche se - con l’inizio della mensa scolastica - si
potrà osservare con grande frequenza una corretta alimentazione e
condivisione dei pasti solidi accanto ai coetanei.
Tutta
questa disquisizione per cercare di mettere in evidenza che, al
contrario di quanto accade nel mondo animale, l’alimentazione
nell’uomo acquista un duplice aspetto, inconsciamente ben noto a
ciascuno di noi: quello puramente nutrizionale e quello relazionale.
Il problema principale, che porta talvolta a veri e propri
disturbi alimentari (e non necessariamente al rifiuto del cibo, ma
anche al suo opposto!), è proprio legato a quella parolina
magica: “relazionale”.
Vediamo
per un momento cosa ho risposto alle perplessità di quel padre
che mi scriveva.
“Caro
papà, le assicuro che la sua domanda è tra le più frequenti
nella mia attività ambulatoriale: quella di un bambino che apparentemente
non mangia, ma che nella
realtà mangia a sufficienza, anche se non
secondo gli schemi mentali dei genitori.
Questo
è proprio il caso di suo figlio.
Le
posso dire che ad oggi lui è un bambino sano, che mangia bene e
cresce bene!
Mentre
le sto scrivendo mio figlio Simone di sette anni mi viene a
chiedere di tagliargli un pezzo di parmigiano (è il secondo nel
giro di dieci minuti). A tavola ha mangiato poche forchettate di
pasta al sugo... Era stanco, appena tornato da scuola, un po’
nervoso… L’ho assecondato. Alle sedici, però, ha chiesto una
mezza tazza di latte con cereali ed ora mi chiede due pezzi di
parmigiano.
Simone
non ha mangiato? Se pensiamo al pasto consumato a tavola, no!, ma
quello che ha preso successivamente lo ha compensato benissimo!
C’è
poi da dire che il latte con i suoi derivati è un alimento molto
completo anche di sali, vitamine e minerali, per cui, così come
accade per il suo bambino e qualunque bambino dei nostri paesi
industrializzati, nutrendosi a volontà di latte non potrà andare
incontro a NESSUNA carenza! Il
latte è un ottimo alimento e non una semplice bevanda!
Ovviamente
a questo si aggiunge la fortuna di avere oggi un pediatra che
segue il bambino e che ci potrà tranquillizzare
sull'accrescimento e il suo stato di salute.
Ma
in questo discorso c'è un punto molto importante da tenere
presente ed è quello psico-relazionale.
Tutto ciò che è
vissuto dall'uomo come costrizione produce rifiuto!
Se
Gabriele vive il momento del mangiare come una sorta di battaglia
o di "minaccia", magari intriso da malumore serpeggiante
o chiara ansia anticipatoria, cercherà di allontanare sempre più
quel momento così brutto... ma, per fortuna, la fame è fame e piluccando qua e là durante la
giornata introdurrà comunque tutto ciò di cui ha bisogno. Tutto!
Allora:
lasciamolo libero
di sedersi a tavola con noi! Spegniamo
la tv e lasciamo che, a qualunque età, il bambino
possa inserirsi a pieno titolo nel contesto familiare anche a
tavola, per vivere un momento di gioia e di condivisione in cui
proporremo sulla mensa pietanze varie, magari anche belle da
vedere con i loro colori vivaci e contrastati (anche l'occhio
vuole la sua parte!). In questo modo che è libero e liberante
lasceremo che sia lui a indicarci ciò che vuole mangiare, ciò che gradisce e non noi a
"costringerlo"!
Sì,
non ci crediamo, ma lui anche piccolissimo è
in grado di gestirsi molto bene il suo cibo, anche in
considerazione del fatto che il latte nella maggior parte dei
bambini piccoli, rimane per molto tempo un alimento centrale e
molto richiesto, per cui il resto – almeno all’inizio – è
solo complementare.
Perché a tavola con la famiglia?
Primo perché le appartiene a pieno titolo e poi perché mangiare
non è solo nutrirsi di cibi, ma anche di gioia, condivisione,
parole dette e ascoltate, tutti profumi che sanno condire
mirabilmente le nostre pietanze quando la tavola è con-divisa”.
Ora
vi chiedo: quand’è che voi mangiate con gusto e a sazietà,
magari allungando anche i tempi di permanenza a tavola?
Certo!
Quando sedete con persone che vi fanno stare bene!
E
perché allora questa regola non dovrebbe valere anche per i
nostri figli, anche per quelli di sei mesi che abbiamo appena
svezzato?!
Sedersi
a tavola dovrebbe essere un piacere a qualunque età
e il modo migliore per coinvolgere i bambini è dare loro la
possibilità di non limitarsi a mangiare da soli in spazi
silenziosi e desolati, dove spesso si finisce per restare davanti
ad un piatto con gli occhi puntati sulla tv o, nella migliore
delle ipotesi, con quella faccia sgranata e piena di boccacce
della mamma o della nonna o della babysitter che allungano
cucchiai impastocchiati.
Perché
invece non mettere degli aromi freschi a tavola e permettere loro
di coglierli da soli, assaporarli, scambiarli in nostra compagnia?
Ecco!
Alla luce di questa chiacchierata e della nuova esperienza che ho
sviluppato quest’anno da quando ho adottato un nuovo modo di
svezzare i bambini, mi viene da pensare che tutto può migliorare
solo se iniziamo da subito col piede giusto.
Le
esperienze di questi mesi al riguardo sono fortemente suggestive e
positive.
Le
mamme mi ringraziano e mi fanno notano con interesse e gratitudine
quale grande differenza hanno potuto sperimentare tra il vecchio
modo di svezzare e quello nuovo.
Sono
convinto che non sia solo un nuovo metodo, ma la condizione più
corretta e fisiologica nell’introdurre il bambino nel mondo
dell’alimentazione rispettandone gli aspetti nutrizionali e
relazionali.
Credo
che cominciare con un’alimentazione
complementare a richiesta in sostituzione al
vecchio svezzamento a tappe, rappresenti il modo migliore perché
svaniscano sempre di più questi pseudo-problemi alimentari dei
bambini, problemi che in contesti rurali e del terzo mondo sono
praticamente inesistenti.
Allora,
dico alle mamme: non
più svezzamento! Dimenticatelo, perché io non lo faccio più!
Svezzamento è proprio
una brutta parola. Per di più usata impropriamente perché, in
realtà, descrive l’abbandono totale dell’allattamento al seno
da parte del bambino ormai grande per il quale rappresenterebbe
soltanto un vezzo, un vizio.
Nel
nostro caso, invece, a questa età non avviene l’abbandono di
nulla, ma solo un arricchimento di esperienza che poi diventa un
cambiamento molto parziale e graduale del regime dietetico. A sei
mesi, allora, l’alimentazione lattea ancora eccellente andrà
gradatamente ad integrare alimenti vari, secondo la scelta e i
gusti del bambino.
Il
tempo ideale per questo passaggio sono appunto i sei mesi, perché
rappresenta il momento in cui si riuniscono le varie competenze
necessarie (intestinali, motorie, psichiche), affinché il bambino
possa essere in grado di cominciare a sperimentare
l’introduzione di cibi solidi in tutta sicurezza.
La scienza della nutrizione è concorde
nell’affermare che il bambino a questa età mangiando qualunque
alimento non rischierà allergie, intolleranze, diarree,
inalazioni di corpi estranei, né più né meno dei suoi colleghi
di un anno. (Lucio
Piermarini, Io mi svezzo da solo! Dialoghi sullo svezzamento,
Bonomi Editore)
Perché
non più schemi?
Perché
l’alimentazione, come il parlare, l’agire e il comportarsi è
frutto della propria identità, del proprio carattere e delle
relazioni tra il bambino e la propria famiglia.
Il
primo passaggio, quindi, è conoscere bene il proprio figlio, non
rapportandolo agli altri; amarlo e accettarlo per quello che è;
credere in lui e farsi amare.
La
sua individualità sarà una miscela tra le sue caratteristiche
genetiche e ciò che voi gli insegnerete attivamente e soprattutto
passivamente.
Ecco
così che anche per l’alimentazione sarà importante
l’emulazione e la compartecipazione.
Vostro
figlio potrebbe cominciare a mangiare subito e tutto, così come
potrebbe metterci qualche mese. Dovrete solo seguirlo senza
costringerlo e presentargli i cibi della vostra tavola.
L'unica
differenza tra un "prima" e un "dopo" è
tenere il bambino in braccio mentre mangiate voi, tutti insieme, e
spegnere la televisione.
Il
bambino allunga le mani per prendere quello che avete nel piatto?
Accontentatelo! Ovviamente dovete tritarlo con una forchetta o un
tritaprezzemolo.
Quanto?
Quanto ne vuole. Cosa? Tutto. Tutto significa… tutto! Sì, anche
quello che state pensando ora! Fa male solo quello che fa male
anche a voi!
Se
non vi chiede non date. Se chiede dategliene ancora.
Dopo
continuate ad offrire il latte al solito orario: vedrete che prima
o poi non lo chiederà più.
Sentiamo
un po’ qualche testimonianza su questo tema. Mamme di miei
piccoli assistiti.
Caro
Dottore, la mia piccola Sofia tra pochi giorni compirà un anno e
volendo fare un bilancio posso dire con certezza che crescere il
secondo figlio è sotto certi aspetti più semplice.
Alcuni
giorni fa mi sono trovata a confrontarmi con una mamma che ha un
bambino di cinque mesi e mi chiedeva informazioni sullo
svezzamento di Sofia.
Bella
domanda!, ho subito pensato!
E
allora le ho raccontato che nel mese di aprile lei mi aveva
consigliato di leggere "Io mi
svezzo da solo!" di
Piermarini e che poi ci saremmo sentiti a giugno quando la piccola
avrebbe compiuto sei mesi per fare il punto della situazione.
E
così, quando ci incontrammo lei mi disse di cominciare a darle a
pranzo quello che avevo preparato per la sorella maggiore
frullandolo. Ebbene Sofia il primo giorno mangiò pasta e patate e
nei giorni successivi pasta e fagioli, poi minestrone e anche
pasta e cavolo, tutto frullato e accompagnato dallo stesso secondo
piatto preparato per la più grande, con gli stessi condimenti.
Tutto sembrò molto semplice e più economico se confrontato
all'acquisto dei vari omogeneizzati e prodotti vari.
Sofia
non ha mai mangiato brodini con cremine né pappe pronte, ma tutto
quello che preparavo lo frullavo immergendovi il frullatore ad
immersione; poi, dopo circa due mesi, cominciai a farla mangiare
con noi senza necessità di frullare e di adoperare formati di
pasta"speciale", cosicché anche al ristorante ordinavo
per lei!
Davvero
molto facile se si pensa che non abbia mai portato la sua pappa in
giro da amici e parenti, ma ho sempre proposto il nostro stesso
pasto.
Sofia
ad oggi adora mangiare tutto ed io accontento fin dai primi giorni
le sue curiosità alimentari.
Posso
davvero dire che non ricordo come sia stato lo svezzamento della
mia piccola, perché… "si è svezzata da sola!".
Grazie
anche a Lei per aver reso alla mia piccola e a me tutto molto più
semplice e naturale.
Cristina
Sono la mamma di Cecilia
che oggi ha nove mesi.
Lo svezzamento che io
chiamo “mangio ciò che piace a me!”, negli ultimi due mesi e
mezzo è stato per me una grande e continua scoperta. Dopo i primi
due figli svezzati tradizionalmente sono felice di non essere
stata costretta a fare tutti i giorni brodini con verdure che
devono essere consumati entro 48 ore e insignificanti cremine
sbrigative e poco saporite accompagnate comunque da ansie legate a
possibili allergie.
Cecilia verso i sei mesi
e mezzo già deglutiva discretamente anche a pezzettini; ha
provato tutto quello che c’era sulla tavola a piccole porzioni
per quindici giorni, ma già a sette mesi si può dire che aveva
assaggiato tutto!
La sua prima pappa è
stata pasta e zucchine e di seguito pasta e lenticchie, piselli,
zucca, pollo a pezzettini, orata al forno, pizza, gatou, pesce
spada con contorno di pomodori all’insalata. E poi la frutta,
che è il suo forte: dal melone ai fichi, passando per la pesca
che la voce popolare vorrebbe allergizzante. Tutto è stato un
gioco, un piacere, una scoperta dei suoi gusti.
L’unica attenzione è
stata quella di cucinare in modo sano, senza troppo sale,
condimento a crudo, verdure tutti i giorni.
Un’ apparente difficoltà
è stata quella di non essere legata a schemi precisi.
Lo svezzamento dei miei
precedenti figli, invece, ricordo di averlo affrontato con grande
ansia, alternando e pensando quasi “scientificamente” ai vari
alimenti che avrei dovuto introdurre di volta in volta con
attenzione.
In un primo momento
l’assenza di schemi è stata strana perché chiaramente il
controllo del singolo pasto e dell’equilibrio settimanale non
sembravano pienamente rispettati per cui, come dicevo, c’è
stata una perdita del controllo che però, a ben vedere, è solo
apparente, perché Cecilia pur non essendo una bimba mangiatrice
di grandi pasti - anzi è sofisticata e ama mangiare poco e spesso
come quando prende il seno a richiesta - è stata capace di
liberarmi dal vincolo del controllo a tutti i costi.
Ho capito da subito che
amava i legumi e la frutta. Credo abbia dei gusti già ben
definiti.
Io dall’altra parte mi
sono divertita e, dato che era il mio terzo svezzamento e l’ho
vissuto d’estate, è stato veramente liberatorio farsi guidare
da lei senza schemi precisi e orari che ci limitavano. Ancora
adesso alcune volte prende il latte a pranzo e magari fa la pappa
più tardi insieme ai fratelli perché così è più felice; parla
con loro mentre mangia; si arrabbia se qualcosa non le va, ma
stiamo insieme. La cosa più bella è proprio questa: lei vive
quasi sempre il momento del pranzo e della cena con noi.
Gli altri due svezzamenti
vissuti in modo tradizionale non mi hanno mai convinta del tutto.
Da un lato non ho mai dato omogeneizzati ma solo liofilizzati (che
credevo di qualità migliore); dall’altro mi è sempre sembrato
ridicolo andare dal macellaio a chiedere il pezzo di coniglio
“pregiato” per la bambina o dal fruttivendolo per avere
l’ovetto fresco da sotto alla gallina o cercare il parmigiano
invecchiato trenta mesi, facendo tutte queste ricerche solo fino
al compimento di un anno per poi dare loro le stesse cose che
mangiamo noi.
Non ho mai avuto paura di
farle provare qualcosa di nuovo, forse anche perché gli altri due
non hanno avuto mai intolleranze particolari, ma all’inizio
soprattutto è stato bellissimo vedere la sua faccia e le sue
espressioni cambiare ogni volta che io o i fratelli le facevamo
provare un cibo nuovo. Tutto questo lei l’ha fatto senza denti!
Praticamente masticava con le gengive.
Certo la difficoltà è
rispettare la famosa piramide degli alimenti ed essere attenti a
come si cucinano, ma questo discorso dovrebbe valere per tutta la
famiglia!
E’ inutile dire che non
si fa mancare niente, nel senso che è ancora legata al seno
soprattutto quando deve dormire, ma io sono contenta di questo
perché darle il latte mi dà e mi ha sempre dato grande serenità.
Lo svezzamento a
richiesta è insomma un piccolo percorso in uno più grande che ti
permette di uscire fuori dagli schemi, stimolando la curiosità e
aprendo un altro canale di comunicazione attraverso il cibo.
Giorgia.
C’è
un ultimo aspetto che rientra nel tema affrontato anche se con un
respiro più ampio ed è “il cucinare”. Cucinare per i nostri
ragazzi, per la famiglia, per gli amici.
Clemente
Bruno è uno chef che si è formato da solo. Bruno racconta che cucinare è una storia d’amore! Cucini con cura
e ci metti tutto te stesso. Non è importante che il cibo sia
elaborato; se è semplice e genuino è anche buono, ma ciò che
conta è l’attenzione che ci metti. E i tuoi ospiti lo
apprezzeranno.
Ecco,
mi sono detto: questa è una cosa che può sembrare scontata o
superficiale, ma credo invece che sia molto importante.
Immaginiamo
questo nell’ambito della nostra famiglia. Pensiamo come talvolta
prepariamo le nostre mense e il cibo per i nostri figli, magari
quelli ormai un po’ più grandi che siedono a tavola quasi
fugacemente per correre alle loro cose.
Eppure
io sono certo che essi percepiscono se nella preparazione dei loro
pasti ci abbiamo messo il cuore, l’anima, tutta la nostra
creatività.
Un
conto è preparare da mangiare, un conto è dare da mangiare!
Mi
viene alla mente quella parabola raccontata nel Vangelo del figliol prodigo che forse un po’ tutti sappiamo (La parabola del Padre misericordioso, Vangelo di Luca, 15,11-32).
C’è un momento, nella parte più toccante del racconto, quando
il figlio fuggito con tutto il patrimonio paterno e sperperato si
ritrova – per assicurarsi la sopravvivenza - ad accudire i
porci. Ebbene, c’è un passaggio in cui Gesù che racconta la
storia dice: “…avrebbe
voluto saziarsi con le carrube che mangiavano i porci, ma nessuno
gliene dava”.
Capite?
Non è che gli mancava l’opportunità di mangiare le carrube dei
porci - gli sarebbe bastato allungare le mani come sicuramente avrà
fatto - ma qualcuno che
gliene dava, cioè che si facesse carico di dirgli, attraverso
quel gesto: Mi occupo di te! Ti ho dedicato del tempo! Ti nutro
con il mio amore e la mia disponibilità! Curo il tuo corpo e lo
alimento con la bellezza e il sapore di cibi buoni e gustosi!
Ecco
che allora vestire con gusto la mensa, mettere tutto ciò che
serve per non alzarsi di continuo, preparare cibi semplici ma
profumati e saporiti, e nei giorni di festa farlo assieme, papà e
mamma, diventa un messaggio che oggi potrebbe essere scontato, ma
che segnerà per sempre l’animo dei nostri figli, perché “a
casa nostra le portate non si gettavo sui tavoli per un vorace e
fugace pasto, ma ogni giorno c’era qualcuno ci
dava da mangiare”!
A
proposito: a me piace molto cucinare, e a voi?
Un caro saluto, Raffaele D’Errico, pediatra
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