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“In questi giorni sono alle prese con la compilazione della domanda di trasferimento per ottenere la mia sede definitiva come insegnante di sostegno, ruolo che ho ottenuto dal 1° settembre 2008 dopo 25 anni di precariato… E mentre mi preoccupo di valutare dove vorrei andare e medito dove potrebbero mandarmi, ripenso a questo mio primo anno di insegnamento non più come docente di musica su una classe, ma
di sostegno su un alunno diversamente abile e nello specifico autistico.
L'inizio è stato duro! Non sapevo veramente dove mettere le mani. Non mi sentivo all'altezza del compito che mi era stato affidato dal Dirigente scolastico e soprattutto avevo paura di commettere errori che avrebbero potuto pregiudicare il futuro del mio alunno.
Ho cominciato a lavorare in punta di piedi.
Ho chiesto consiglio a chi aveva maggiore esperienza di me, accettando tutto e cercando di farlo passare attraverso l’esperienza di tanti anni, ma soprattutto mettendomi in discussione in ogni momento.
Per la maggior parte delle persone la parola autismo trasmette ancora un’immagine ben definita e terribile: un bambino muto che si dondola avanti e indietro grida, inaccessibile, tagliato fuori dal contatto umano…
Si tende quasi sempre a parlare di bambini autistici ma non di adulti autistici, come se questi bambini non crescessero mai o misteriosamente si allontanassero ad un certo punto dal nostro pianeta estraniandosi dalla società. Oppure pensiamo a una strana creatura con manierismi e stereotipie bizzarri, anch'essa tagliata fuori dalla vita normale, ma con prodigiosi poteri di calcolo, memoria, disegno o che altro, proprio come il protagonista di
Rain man.
Queste rappresentazioni non sono interamente false, tuttavia non riconoscono di fatto che esistono forme di autismo che, sebbene comportino modalità di pensiero e di percezione molto diverse dal "normale", non rendono inabili allo stesso modo, ma - soprattutto se ci sono livelli elevati di intelligenza, comprensione ed educazione - possono permettere loro di vivere una vita piena di avvenimenti e risultati, oltre che fornirgli una speciale intuizione e un coraggio invidiabili.
Osservando un bambino o un adulto autistico ci si rende conto di quanto la sua vita sia a volte sia difficile. Noi "normali" non ci rendiamo conto di quanta sofferenza possiamo procurargli se non ci poniamo in ascolto del loro mondo interiore nel quale è sì difficile entrare, ma dove una volta entrati si riceve tanto.
La prima e a volte più evidente problematica di un autistico è la difficoltà di relazionarsi con il mondo esterno, con le persone e anche con le cose. Le parole sono come una seconda lingua per loro (Temple Grandin in
Pensare in immagini). Le parole sia pronunciate sia scritte vengono da loro tradotte in filmati a colori completi di suono che scorrono come una videocassetta nella mente.
Lavorando con il mio bambino ho imparato pian piano a capire le sue richieste, i suoi rifiuti, i suoi momenti no, la sua gioia, la sua sofferenza, la sua aggressività.
Camminando insieme abbiamo fatto tanti progressi e oggi i suoi compagni gli vogliono bene e lo aiutano sempre: gli hanno donato amore e ne ricevono anche da lui.
Ogni giorno al suo fianco imparo sempre qualcosa di nuovo; ogni giorno faccio un piccolo passo verso il suo mondo nel quale mi sento accolta con amore.
Ecco la parola magica a cui bisogna ricorrere per andare oltre ogni barriera.
L'amore annulla ogni differenza e rende l'uomo capace di riuscire in ogni impresa.
Voglio concludere questa mia lettera con una frase che un mio alunno mi dice sempre, facendomi sentire piccola piccola, ma anche tanto fortunata:
«Professoressa Maria: D. ha bisogno di un abbraccio!».
Questa lettera più che inviatami da questa amica insegnante direi che mi è stata donata. Maria ha voluto condividere con me questo pezzo del suo cuore.
Bella! Bella perché viene dal di dentro ed esprime la ricerca sua e dell'uomo a cogliere quell'anelito di Vita presente nell'io più profondo di ciascuno di noi.
«Professoressa, lui ha bisogno di un abbraccio!»
E' questa la frase che nasconde l'emozione più grande di ciò che lei ha raccontato e che l'uomo ricerca; quello stesso uomo che troppo spesso risponde con complesse e articolate parole e azioni senza senso.
Un abbraccio! Un abbraccio e null'altro.
Ma quanto è difficile far pensare ad un genitore o a un'insegnante, a un educatore, che spesso ciò che può far grande il nostro gesto educativo è anche un "semplice", gratuito ABBRACCIO!
Mi viene da pensare alla valanga di
cinque in condotta che i nostri ragazzi italiani hanno ricevuto alla fine del primo quadrimestre dello scorso anno, così come riportato sui rotocalchi di quel periodo.
Un "5 in condotta" equivale ad uno schiaffo... e poi?
Semmai uno schiaffo fosse un deterrente, un mezzo educativo - semmai!!! - cosa fa seguito al gesto?
Ti metto 5 e poi però… "ti amo"! Mi faccio carico di te! T'incontro! Ti ascolto! Ti abbraccio! “I care!”.
Ma accadono queste cose? Abbiamo mai sentito di un professore che dall'alto della sua cattedra abbia abbracciato un suo alunno? Oh, sì, ce ne sono! Ne ho sentite di queste storie, ma quanto sono rare!
Magari invece si abbraccia e si premia in pubblico il migliore, quello più intelligente, più diligente, più "educato", rispettoso... e gli altri? Quelli scarsi, fastidiosi, irruenti, "scostumati", sempre impreparati... “sempre loro”?
Ne parlavo proprio lo scorso anno con mia moglie quando fummo invitati dal Preside del Liceo che frequenta nostro figlio a partecipare alla sua premiazione e di altri studenti “distintisi per l’ottimo ed encomiabile profitto”, il tutto scandito da una gran bella cerimonia con tanto di medaglia d’oro!
«Che soddisfazione!» direste tutti voi.
Nostro figlio, invece, dal basso dei suoi 17 anni, disse:
«Tutta una buffonata!».
Oh, sia ben chiaro, per carità… grazie! Grazie per aver voluto sottolineare e premiare, con nostra e vostra soddisfazione, il suo impegno e la sua innata bravura, ma… proprio niente per quelli che sono rimasti a casa?
Ancora una volta messi in disparte, magari dalla natura che non li ha dotati, dalle condizioni in cui sono costretti a vivere, dalle pressioni che i loro cari devono affrontare tutti i giorni e magari da quelle difficoltà intrinseche di cui sono affetti tanti bambini e ragazzi e che apparentemente non emergono.
Già sento i soffusi commenti: “Altro che premio: meriterebbero più botte!".
Spesso questi genitori vengono chiamati continuamente a rapporto e dinanzi ai figli gli vengono sciorinate tutte le proprie frustrazioni di insegnate, come se la colpa fosse tutta ed esclusiva di quello studente ingrato e dei suoi disattenti genitori! Non ti chiedono neppure «Come state?», ma - registro alla mano - si dichiara il fallimento di un ragazzo e della sua famiglia citando numeri o
dandoli i numeri, numeri che troppo spesso contano quanto il pulviscolo sulla bilancia!
Oh, sì! Sono arrabbiato! Sono arrabbiato perché vedo la sofferenza di certe famiglie piene di problemi e dei loro figli e la scuola che si erge a giudice insindacabile dall'alto della propria cattedra, senza neanche la possibilità di “rimandarli a giudizio”!
Oh, sia ben chiaro, insegnanti come Maria ce ne sono e poi non compete a me giudicare proprio nessuno, anche perché probabilmente - anzi senza “probabilmente” - sarei anche io da giudicare nel mio ambito lavorativo, umano e sociale.
Ma mi domando: potrei mai dire ad un insegnante:
«Professore, lui ha bisogno di un abbraccio!»?
Lo potrei dire dal basso della mia incompetenza di pediatra o della mia incompetenza di genitore o semplicemente della mia incompetenza di uomo? Lo potrei dire?
Non mi aspetto risposta - già la conosco! - ma lo dico lo stesso e lo faccio per tutti quei bambini che sono anche i mie bambini e che curo e vedo crescere negli anni. I miei piccoli pazienti che non hanno voce, quelli che
vanno male a scuola, quelli che hanno dei grandi genitori ma anche con grandi problemi e di cui nessuno se ne importa, di cui nessuno se ne fa carico e che poi a scuola vengono "bastonati" appresso ai loro stessi figli:
«PROFESSORE, LUI (E UN PO' ANCHE I LORO GENITORI) AVREBBERO BISOGNO PROPRIO… DI UN ABBRACCIO!»
Un caro saluto, Raffaele D’Errico, pediatra
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