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In
questi giorni sto meditando su un pensiero che definirei un
po’ ambiguo, che odo farsi breccia in vari contesti e recita
così: “Anche quest’anno
sta arrivando il Natale! E con esso le sue solite cose da fare e
da pensare!”. Quasi che questa festa - ormai un po’
strana, perché non si capisce più cosa sia! – rappresenti
l’ormai solita ondata di luci e regali da comprare; auguri
inutili da fare e inviare a tutti i numeri che abbiamo
memorizzato sul telefonino; pranzi e cene “scontati”. Tutto
come da copione, compreso il solito parente di turno che si lamenta della
puzza del capitone e dell’assurdo costo delle vongole veraci
che “devono” accompagnare la cena di Natale.
Tutto
da copione, se non
fosse… per questi bambini!
Te
ne accorgi da come loro ti chiedono del Natale; da come loro
rimangono affascinati dinanzi alle lucernarie di un negozio
addobbato a festa o ad un grande albero di Natale o immersi nel
buio luccicante di un presepe che attende la nascita di “quel
bambino”.
E
questo loro essere così
infantili – inutile negarlo! – ti sommerge, ti lascia
riaffiorare dentro tutta la nostalgia che ci portiamo di questa
grande festa.
E
allora, quando cominciamo ad avvertire queste sensazioni (parlo
per me!) spesso finiamo per negare di sentirci
come loro; evitiamo di farci prendere da quell’aria
strana che ci inebria il cuore, e pensiamo che… non
possiamo essere così, perché quelle sono cose
da bambini!
Così
facendo non ci accorgiamo che stiamo allontanando da noi quella
pedagogia che solo loro sanno insegnare, perché la vivono, e
che vorrebbero trasmetterci: la
pedagogia dell’inconscio!
Scrollarsi
di dosso tutto quel mantello di false accezioni, maschere
ipocrite e convenevoli superficiali e grotteschi. Diventare
proprio come loro o meglio proprio come ciascuno di noi già è
nel suo Io più profondo, per lasciar emergere la verità,
quella che troppo spesso nascondiamo a noi stessi, diventando altro da ciò che realmente siamo.
Finiamo
per convincerci che quel modo
infantile di vedere la vita, libero da convenzioni e
condizionamenti, è roba
da bambini e che un adulto diventa tale solo se vive come
tutti gli altri adulti. Si diventa così dei commedianti,
ipocriti a noi stessi e verso chi ci circonda, finendo per
pensare che quel modus
vivendi sia quello più corretto, quello che dobbiamo
insegnare o pretendere talvolta dai nostri figli in nome della giusta
educazione.
Alcune
volte vedo genitori che si agitano perché il bambino esce senza
salutarmi o continua a parlarmi mentre loro stanno conversando
con me o che, senza “riguardi”, torna a chiedermi una
caramella. «Non si fa
questo!». «Non si chiede!». «Si
saluta sempre!».
Ma
loro sono così: così limpidi, così semplici, così belli! Così
come sono! Non sanno ancora indossare le maschere della
convenienza.
Dimostrazione
che l’amore si riceve quando si dona è che molti dei mie
bambini, che pur non sempre salutano, dopo le prime caramelle
donate anche se “non meritate”, tornano contenti, mi
cercano, si fanno visitare e poi danno il bacetto.
Un
dono gratuito cambia il cuore!
E
allora, ti viene da pensare, proprio in questi giorni di
convenevoli, che loro, i nostri bambini, sono in grado di
regalarci le gioie più belle di un Natale sempre nuovo: la
gioia di scoprire quella pedagogia che – udite udite! – ci
viene insegnata proprio da loro!
Sì!
I figli possono insegnare! I figli ci fanno crescere!
Apparentemente
siamo noi che diamo loro, ma nella verità più profonda sono
loro che ci trasformano, ci fanno diventare adulti, ci
fortificano, ci insegnano a sopportare, a non pensare solo a noi
stessi; a saper apprezzare anche quelle piccole cose che prima
erano fin troppo scontate.
E
quando abbiamo imparato tutto questo, i figli ci aiutano anche a
scoprire o a riscoprire il meglio che c’è in noi stessi; ci
aiutano ad allontanare l’Io per far emergere l’anima,
l’inconscio, quella parte più vera che tanto spesso, nella
prima parte della nostra vita, siamo portati ad allontanare.
E’ la coscienza, l’anima, che emerge sul nostro Io
incosciente.
I
bambini, in periodi forti come quello che stiamo vivendo, ci
aiutano a far emergere quella parte più profonda di noi e
allora avvertiamo la nostalgia delle cose belle, delle cose
semplici, della verità, quella Verità inscritta nel cuore di
ogni uomo.
Questi
piccoli assaggi, quelli che ho chiamato pedagogia
dei bambini, ci permettono di percepire la nostalgia
dell’anima e di conoscerla. Solo più tardi, quando
sopraggiungerà la crisi della mezza età, questi ricordi suscitati potrebbero
aiutarci in quel passaggio così importante e fondamentale in
cui l’Io s’incontra con l’inconscio (l’anima) e dal cui
abbraccio sincero nascerà il Sé.
Sarà la vera maturità dell’uomo, ciò che Jung
definisce come il
passaggio alla «totalità psichica»
(A. Grun, 40 anni età di crisi o tempo di grazia? – Edizioni Messaggero, pag.55).
E’
questo il primo dono che ci fa il Natale attraverso i piccoli!
Il
dono. Se c’è una cosa che caratterizza il Natale in tutto il
mondo è proprio quel tradizionale scambio di doni che rende
veramente un po’ speciale questa grande festa.
Ma
sorge una domanda: è veramente così? E’ veramente ancora
oggi così bello cercare e regalare doni a Natale? Bisogna
veramente fare regali a tutti a Natale?
Ripensando
agli affanni degli anni trascorsi, alle ansie degli ultimi
giorni quando ci si diceva sconcertati «dobbiamo
ancora comprare i regali per tutti!», mi chiedo oggi:
esiste ancora il Natale? O è ormai solo puro consumismo, come
qualcuno - usando una frase ormai logora - dice quasi
rassegnato? O è solo una grande festa per spendere tutta la
tredicesima e poi tornare nella povertà di tutti i giorni?
Una
risposta a queste domande e perplessità è venuta proprio nel
mio ambulatorio.
Due
neo-genitori mi portano la loro bellissima bambina al bilancio
di salute dei 12 mesi. E mentre ci sediamo a trarre le
conclusioni della visita, ad ascoltare le domande di rito e dare
anche le risposte che non sono mai scontate e pedisseque, mi
accorgo che mi era sfuggita la data di nascita della piccola: 25
dicembre! Felicemente sorpreso esulto di gioia nel costatare che
era una data proprio bella per venire in questo mondo e loro mi
seguono su questa scia di entusiasmo esclamando: «E’
stato proprio un gran ben dono!».
E
non credo che sia un caso che due genitori, anche un po’
stanchi per una bimba che ha mostrato tante piccole difficoltà
in questi dodici mesi, dall’alimentazione al sonno
perennemente disturbato, ciò nonostante, abbiano avuto la gioia
di affermare “è stato
proprio un grande dono!”.
Ci
vuole solo la forza, la gioia e l’anima di un papà e una
mamma per dire che quella piccola creatura, con tutti i difetti
e le difficoltà che hanno generato in loro tanta stanchezza,
sia stato “un dono”!
Ma
cos’è «il dono»? Un dono è qualcosa di molto bello,
pensato con grande attenzione da parte di chi ci ama, che prima
di donarcelo ci ha scrutato, ha investigato i nostri gesti e i
nostri gusti, per poi donarci la cosa più giusta e più bella
per noi.
A
tal riguardo mi viene alla mente una bellissima frase scritta da
una bambina di scuole elementari, donatami da un amico che dice:
«Caro Gesù, grazie per
avermi dato una famiglia. Ma hai scelto subito questa per me o
prima ne hai provate delle altre?».
Il
dono non è un regalo qualunque, comprato all’ultimo momento,
seguendo i nostri gusti, magari assieme a tanti altri in
copia. E’ un qualcosa di prezioso che io ho pensato per te
e solo per te.
Ed
è un dare molto particolare, perché non prevede alcuna
restituzione.
Aristotele
diceva che il dono era una irredibilis
datio, cioè una consegna irrevocabile e non restituibile,
quindi un gesto che non ha molto da dividere con un prestito o
un dare per avere o con uno scambio, un po’ come – forse? –
avviene proprio nei nostri Natali.
Il
vero dono, così come hanno spontaneamente dichiarato questi due
giovani genitori, è un qualcosa che si riceve gratuitamente,
senza attese di contraccambio, che dura per sempre e che non
attende riscontro. E questo i genitori lo sanno molto bene oggi,
ma lo scopriranno ancor più domani, quando la porta di casa si
chiuderà dietro quel dono che apparentemente si perde! Perché,
benché per un figlio si faccia tanto e ci si doni
incondizionatamente non possiamo attenderci nulla in
contraccambio. Esso è tale solo perché è già un dono! Un
dono per-sempre che non si restituisce, ma che può evolvere, può
cambiare o addirittura può cambiarci.
Non
a caso, allora, quando parliamo di nascita affermiamo più o
meno consapevolmente che essa è un dono. Il “dono della
vita”!
E
un figlio lo è veramente sempre, anche quando costa, quando fa
soffrire, perché non sempre i doni sono chiari ed evidenti sin
dall’inizio! Ricordo un maglione di lana pesantissimo
regalatomi. Dissi fra me: “Quando mai lo userò!? A che mi
serve?”. Eppure venne il momento in cui il grande freddo mi
lasciò rispolverare quel prezioso dono e allora ne gustai
profondamente la fragranza e la bellezza. L’avrei potuto
regalare – come talvolta si è tentati a fare con i doni non
graditi – ma nel momento del bisogno non lo avrei più avuto!
Ed è così anche con i figli.
Scrivendo
mi viene a mente una poesia bellissima di Kahlil
Gibran che ho letto tempo fa in quel suo mirabile poema,
“Il profeta”:
I
vostri figli non sono vostri figli.
Sono
figli e figlie del desiderio ardente
che
la Vita ha per se stessa.
Essi
vengono per mezzo di voi,
ma
non da voi.
E
benché siano con voi,
non
vi appartengono.
Potete
dar loro il vostro amore
ma
non i vostri pensieri,
poiché
essi hanno i loro pensieri.
Potete
dar alloggio ai loro corpi,
ma
non alle loro anime,
poiché
le anime
dimorano
nella casa del domani,
che
voi non potete visitare
nemmeno
nei vostri sogni.
Potete
sforzarvi di essere come loro:
non
cercate di renderli come voi.
La
vita, infatti, non torna indietro
né
indugia sul passato.
Voi
siete gli archi
dai
quali i vostri figli
come
frecce viventi son lanciati.
L’Arciere
vede il bersaglio
sul
sentiero dell’infinito
e
vi piega con la sua potenza
perché
le sue frecce
volino
veloci e lontane.
Lasciatevi
piegare con gioia
dalla
mano dell’Arciere;
poiché
come egli ama la freccia che vola
così
ama pure l’arco che è ben saldo.
Un
dono è bello in quanto tale, per cui può anche essere avvolto in
una carta povera, in un ambiente freddo e gelido, magari poco
accolto da parte nostra, ma è pur sempre un dono!
E
questo lo comprendono bene proprio i nostri bambini, che dinanzi
ad un presepe che si erge sulla loro piccola statura, riescono a
intravedere, nel mistero che li circonda e col cuore ancora così
libero, ciò che i nostri occhi non riescono più a percepire: un
piccolo bambino che in una fredda e gelida notte d’inverno, a
cui gli è stato rinnegato anche un posto più decente, nasce lì,
in una mangiatoia, per parlarci a chiare lettere di cos’è
l’amore. Chi riesce a tradurre il significato di quel
presepio può scoprire ancora oggi il gesto di un dono: gratuito,
per sempre, che non chiede nulla in cambio!
Ma
c’è qualcosa ancora che i nostri bambini ci lasciano scoprire
dinanzi ad un dono che si disvela: la meraviglia!
I
bambini anche in questo sono per noi un grande dono, perché
riescono ancora a meravigliarsi e, talvolta, anche a
meravigliarci.
Penso
alla gioia e alla meraviglia nata l’altra sera nel mio
ambulatorio quando due mie piccoli bambini entrarono in
processione come re magi. Il loro viso era raggiante, pieno di
gioia e tutto lasciava presagire la bellezza di quanto si sarebbe
svelato lì a poco. La loro gioia era centrata sul dono che
avevano deciso di portarmi. Erano raggianti! Lui più grande, 8
anni, padroneggiava la carovana e lei 4 anni gioiosamente lo
imitava e lo seguiva.
«Raffaele!
Ti abbiamo portato un regalo… per Natale!».
La
piccola fa eco, come per non sentirsi da meno e, sorridendo di una
gioia infinita, mi porgono prima un simpatico bigliettino sonoro
poi il regalo.
Mi
mostro felicemente sorpreso.
Nel
bigliettino Dario aveva scritto di suo pugno:
“Natale
è più vicino e il mondo è un po’ bambino. Tanti auguri”.
Sotto
la firma di Manuela con un grande geroglifico difficilmente
decifrabile.
«Che
cosa c’è scritto qui sotto Manuela?».
E
lei, felice:
«C’è
scritto… caro Raffele… ti voglio tanto bene… tu sei il
dottore più bello e anche… il più buono!».
Difficile
descrivere la loro meraviglia e la loro gioia di donare! Di
bene-dire!
Impossibile
descrivere quello che posso aver provato io dinanzi ad un dono così
bello! Un dono che apre il cuore perché ti dice “grazie!” e
ti dona se stesso!
Questi
sono i nostri bambini! Loro riescono a vedere oltre! Noi non lo
sappiamo, ma scrutano e comprendono bene anche il nostro cuore!
Cosa
donare, allora, quest’anno ai nostri bambini? Ma anche a nostra
moglie, nostro marito?
Donerei
un pezzetto di cuore!
Proverei cioè a donare un po’ di me stesso!
C’è
solo una difficoltà: richiede del tempo! E il tempo, oggi, si sa!
è qualcosa che costa più dell’oro, perché “di tempo” non
ne abbiamo mai a sufficienza!
Domani,
allora, mi presenterò a scuola di mio figlio per prenderlo prima
del termine delle lezioni e sceglierò di farmi con lui una gran
bella passeggiata, magari mangiando una pizza assieme e poi, perché
no!, comprargli quella cosa che gli aveva fatto luccicare gli
occhi.
O,
ancora, tornerò presto una delle prossime sere con una
baby-sitter e inviterò mia moglie ad un tet
a tet, magari per un per-dono lasciato sospeso già da troppo
tempo, accompagnato ad una frase che, pressappoco,
potrebbe recitarsi così: “Se
mi guardi e mi vedi sorridere, questo sorriso è per te”.
Poi
potrei decidere di andare finalmente a trovare quell’anziana zia
o quei genitori sempre così soli.
Ecco!
Questi potrebbero essere veramente dei bei doni, dei doni veri,
doni che generano sorpresa per chi li riceve, gioia in chi li ha
donati.
Sì,
perché un dono non è mai solo per l’altro! Un vero dono genera
gioia anche in chi li fa! Così come ho visto quando Manuela e
Dario mi hanno portato il loro regalo.
Ma
c’è una parolina magica che accompagna un vero dono: la
meraviglia.
Chi
si meraviglia gode di ogni cosa, anche delle più piccole. E’
colui che, proprio come accade nei nostri bambini, sa godere degli
attimi e delle piccolezze. Ed è per questo che il Natale è una
festa dei bambini, ma per “fare Grandi i grandi”…
Mi
viene a mente un’immagine recente che si è fermata nella mia
mente.
Ero
in un piccolo campo di calcio assieme a tanti bambini di varie età
e li osservavo. Secondo loro stavano giocando al pallone ma,
considerate le età differenti, era più una rincorsa alla palla.
Tra loro c’era il più piccolo, Antonio. Avrà avuto 4 anni. Lui
correva per tutto il campo, avanti e indietro. Nessuno gli passava
il pallone, ma lui era felice di poter correre e nella sua mente
chiaramente convinto che stava giocando con tutti. La sua
meraviglia era legata alla sua stessa esistenza, alla sua vita,
alla gioia di poterci essere, di sapere che qualcuno lo aveva
invitato a stare con lui. Non aveva importanza che gli altri lo
consideravano protagonista perché lui era protagonista!
Ecco!
Meravigliarsi di essere! Di esistere! Di poter respirare, gioire,
stare in mezzo alla folla e sentirsi amati!
E
allora: cosa regaleremo questo Natale?
Io
vi regalo questo tema che mi è stato donato in questi giorni da
un ragazzo, oggi diciassettenne, che ho seguito sin dalla nascita.
E’ stato proprio un gran bel dono, anche perchè ha pensato di
portarmelo. E’ intitolato La mia città ideale.
E’
bello ed è facile sognare.
E’
bello e facile chiudere gli occhi e immaginarsi in un luogo
bellissimo, abitato solo da gente simpatica ed educata.
Un
luogo dove splende sempre il sole (ma non faccia troppo caldo,
preferibilmente!); dove si mangi bene (e gratis!); dove desiderare
e ottenere sia la stessa cosa.
“Vorrei
abitare in un’isola sperduta con 10 persone scelte da me!”.
Quante volte ho già ascoltato questa frase!
La
gente si lamenta e desidera altro; tanto è facile: basta chiudere
gli occhi!
E’
bello ed è facile sognare.
Difficile
è invece tenerli aperti gli occhi, incrociare gli sguardi
stanchi, talvolta arrabbiati, di quel ragazzo antipatico che tutte
le mattine prende il pullman con me.
E’
difficile ed è triste tornare a casa, dopo una giornata di
lavoro, dopo il “tradizionale” traffico delle 17; dopo la
pioggia fitta che ti entra nelle scarpe e ti bagna i capelli; dopo
il solito litigio con il portiere e, tornato finalmente a casa,
sederti sul divano e accendere la TV per ascoltare che
l’immondizia ricopre le strade e che un tizio, ubriaco, ha
investito Carlo, studente ventunenne della “Federico II”.
E’
facile immaginare un futuro lontano “da qui”, un futuro felice
con le persone amate a “FELICITAPOLI” (il biglietto è di sola
andata!), ma ritengo che non sia azzardato dire che è giunta
l’ora, ed è questa, di farci testimoni della speranza,
ambasciatori operosi e fiduciosi dell’Amore, che non è facile e
non è bello, ma che sa sopportare tutto e, sopportando
pazientemente trasforma e rigenera.
Ritengo
che ci si può affannare a scrivere trattati politici, a
pianificare le manovre fiscali, ad invocare l’intervento
dell’esercito per debellare la criminalità, ma se non cambiano
i cuori, cosa cambierà? Germoglierà forse la serenità nei campi
delle nostre città dopo la riforma della giustizia? La Pace
intonerà forse il suo canto di gioia dopo l’invio
dell’esercito in ogni periferia?
Perdonatemi
quanto segue, ma ne sono persuaso: è facile sognare la città dei
sogni, è apprezzabile, ma vano tentare di mutare le sorti di una
città con astute manovre politiche.
Io
ritengo però che ci sia Uno che sa cambiare i cuori. Lui sì,
potrà concederci il giorno in cui, aprendo gli occhi,
osserveremo, colmi di meraviglia, “i cieli nuovi e la terra
nuova”.
Lui,
che si chiama Amore (qualcuno lo chiama Dio) può trasfigurare.
Solo Lui.
Allora,
Verità e Pace si incontreranno, allora Serenità e Gioia si
baceranno…
Perdonatemi
la fede, ma questa non è un’ utopia.
Bella
vero? Anche questo è un dono, che va ridonato!
Dimenticavo
di dirvi che questo bel ragazzo è… mio figlio Davide!
Auguri
di buon Natale! Quello vero!
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