Dr. Raffaele D'Errico                                                                              medico-chirurgo specialista in pediatria

 Lettere aperte del pediatra Raffaele D'Errico

 

Se non fosse per questi bambini!


E allora, ti viene da pensare, proprio in questi giorni di convenevoli, che loro, i nostri bambini, sono in grado di regalarci le gioie più belle di un Natale sempre nuovo: la gioia di scoprire quella pedagogia che – udite udite! – ci viene insegnata proprio da loro!

 

 

10 dicembre 2008


In questi giorni sto meditando su un pensiero che definirei un po’ ambiguo, che odo farsi breccia in vari contesti e recita così: “Anche quest’anno sta arrivando il Natale! E con esso le sue solite cose da fare e da pensare!”. Quasi che questa festa - ormai un po’ strana, perché non si capisce più cosa sia! – rappresenti l’ormai solita ondata di luci e regali da comprare; auguri inutili da fare e inviare a tutti i numeri che abbiamo memorizzato sul telefonino; pranzi e cene “scontati”. Tutto come da copione, compreso il solito parente di turno che si lamenta della puzza del capitone e dell’assurdo costo delle vongole veraci che “devono” accompagnare la cena di Natale.

Tutto da copione, se non fosse… per questi bambini!

Te ne accorgi da come loro ti chiedono del Natale; da come loro rimangono affascinati dinanzi alle lucernarie di un negozio addobbato a festa o ad un grande albero di Natale o immersi nel buio luccicante di un presepe che attende la nascita di “quel bambino”.

E questo loro essere così infantili – inutile negarlo! – ti sommerge, ti lascia riaffiorare dentro tutta la nostalgia che ci portiamo di questa grande festa.

E allora, quando cominciamo ad avvertire queste sensazioni (parlo per me!) spesso finiamo per negare di sentirci come loro; evitiamo di farci prendere da quell’aria strana che ci inebria il cuore, e pensiamo che… non possiamo essere così, perché quelle sono cose da bambini!

Così facendo non ci accorgiamo che stiamo allontanando da noi quella pedagogia che solo loro sanno insegnare, perché la vivono, e che vorrebbero trasmetterci: la pedagogia dell’inconscio!

Scrollarsi di dosso tutto quel mantello di false accezioni, maschere ipocrite e convenevoli superficiali e grotteschi. Diventare proprio come loro o meglio proprio come ciascuno di noi già è nel suo Io più profondo, per lasciar emergere la verità, quella che troppo spesso nascondiamo a noi stessi, diventando altro da ciò che realmente siamo.

Finiamo per convincerci che quel modo infantile di vedere la vita, libero da convenzioni e condizionamenti, è roba da bambini e che un adulto diventa tale solo se vive come tutti gli altri adulti. Si diventa così dei commedianti, ipocriti a noi stessi e verso chi ci circonda, finendo per pensare che quel modus vivendi sia quello più corretto, quello che dobbiamo insegnare o pretendere talvolta dai nostri figli in nome della giusta educazione.

Alcune volte vedo genitori che si agitano perché il bambino esce senza salutarmi o continua a parlarmi mentre loro stanno conversando con me o che, senza “riguardi”, torna a chiedermi una caramella. «Non si fa questo!». «Non si chiede!». «Si saluta sempre!».

Ma loro sono così: così limpidi, così semplici, così belli! Così come sono! Non sanno ancora indossare le maschere della convenienza.

Dimostrazione che l’amore si riceve quando si dona è che molti dei mie bambini, che pur non sempre salutano, dopo le prime caramelle donate anche se “non meritate”, tornano contenti, mi cercano, si fanno visitare e poi danno il bacetto.

Un dono gratuito cambia il cuore!

 

E allora, ti viene da pensare, proprio in questi giorni di convenevoli, che loro, i nostri bambini, sono in grado di regalarci le gioie più belle di un Natale sempre nuovo: la gioia di scoprire quella pedagogia che – udite udite! – ci viene insegnata proprio da loro!

 

Sì! I figli possono insegnare! I figli ci fanno crescere!

Apparentemente siamo noi che diamo loro, ma nella verità più profonda sono loro che ci trasformano, ci fanno diventare adulti, ci fortificano, ci insegnano a sopportare, a non pensare solo a noi stessi; a saper apprezzare anche quelle piccole cose che prima erano fin troppo scontate.

E quando abbiamo imparato tutto questo, i figli ci aiutano anche a scoprire o a riscoprire il meglio che c’è in noi stessi; ci aiutano ad allontanare l’Io per far emergere l’anima, l’inconscio, quella parte più vera che tanto spesso, nella prima parte della nostra vita, siamo portati ad allontanare. E’ la coscienza, l’anima, che emerge sul nostro Io incosciente.

 

I bambini, in periodi forti come quello che stiamo vivendo, ci aiutano a far emergere quella parte più profonda di noi e allora avvertiamo la nostalgia delle cose belle, delle cose semplici, della verità, quella Verità inscritta nel cuore di ogni uomo.

Questi piccoli assaggi, quelli che ho chiamato pedagogia dei bambini, ci permettono di percepire la nostalgia dell’anima e di conoscerla. Solo più tardi, quando sopraggiungerà la crisi della mezza età, questi ricordi suscitati potrebbero aiutarci in quel passaggio così importante e fondamentale in cui l’Io s’incontra con l’inconscio (l’anima) e dal cui abbraccio sincero nascerà il . Sarà la vera maturità dell’uomo, ciò che Jung definisce come il passaggio alla «totalità psichica» (A. Grun, 40 anni età di crisi o tempo di grazia? – Edizioni Messaggero, pag.55).

E’ questo il primo dono che ci fa il Natale attraverso i piccoli!

Il dono. Se c’è una cosa che caratterizza il Natale in tutto il mondo è proprio quel tradizionale scambio di doni che rende veramente un po’ speciale questa grande festa.

Ma sorge una domanda: è veramente così? E’ veramente ancora oggi così bello cercare e regalare doni a Natale? Bisogna veramente fare regali a tutti a Natale?

Ripensando agli affanni degli anni trascorsi, alle ansie degli ultimi giorni quando ci si diceva sconcertati «dobbiamo ancora comprare i regali per tutti!», mi chiedo oggi: esiste ancora il Natale? O è ormai solo puro consumismo, come qualcuno - usando una frase ormai logora - dice quasi rassegnato? O è solo una grande festa per spendere tutta la tredicesima e poi tornare nella povertà di tutti i giorni?

 

Una risposta a queste domande e perplessità è venuta proprio nel mio ambulatorio.

Due neo-genitori mi portano la loro bellissima bambina al bilancio di salute dei 12 mesi. E mentre ci sediamo a trarre le conclusioni della visita, ad ascoltare le domande di rito e dare anche le risposte che non sono mai scontate e pedisseque, mi accorgo che mi era sfuggita la data di nascita della piccola: 25 dicembre! Felicemente sorpreso esulto di gioia nel costatare che era una data proprio bella per venire in questo mondo e loro mi seguono su questa scia di entusiasmo esclamando: «E’ stato proprio un gran ben dono!».

E non credo che sia un caso che due genitori, anche un po’ stanchi per una bimba che ha mostrato tante piccole difficoltà in questi dodici mesi, dall’alimentazione al sonno perennemente disturbato, ciò nonostante, abbiano avuto la gioia di affermare “è stato proprio un grande dono!”.

Ci vuole solo la forza, la gioia e l’anima di un papà e una mamma per dire che quella piccola creatura, con tutti i difetti e le difficoltà che hanno generato in loro tanta stanchezza, sia stato “un dono”!

 

Ma cos’è «il dono»? Un dono è qualcosa di molto bello, pensato con grande attenzione da parte di chi ci ama, che prima di donarcelo ci ha scrutato, ha investigato i nostri gesti e i nostri gusti, per poi donarci la cosa più giusta e più bella per noi.

A tal riguardo mi viene alla mente una bellissima frase scritta da una bambina di scuole elementari, donatami da un amico che dice: «Caro Gesù, grazie per avermi dato una famiglia. Ma hai scelto subito questa per me o prima ne hai provate delle altre?».

 

Il dono non è un regalo qualunque, comprato all’ultimo momento, seguendo i nostri gusti, magari assieme a tanti altri in copia. E’ un qualcosa di prezioso che io ho pensato per te e solo per te.

Ed è un dare molto particolare, perché non prevede alcuna restituzione.

Aristotele diceva che il dono era una irredibilis datio, cioè una consegna irrevocabile e non restituibile, quindi un gesto che non ha molto da dividere con un prestito o un dare per avere o con uno scambio, un po’ come – forse? – avviene proprio nei nostri Natali.

Il vero dono, così come hanno spontaneamente dichiarato questi due giovani genitori, è un qualcosa che si riceve gratuitamente, senza attese di contraccambio, che dura per sempre e che non attende riscontro. E questo i genitori lo sanno molto bene oggi, ma lo scopriranno ancor più domani, quando la porta di casa si chiuderà dietro quel dono che apparentemente si perde! Perché, benché per un figlio si faccia tanto e ci si doni incondizionatamente non possiamo attenderci nulla in contraccambio. Esso è tale solo perché è già un dono! Un dono per-sempre che non si restituisce, ma che può evolvere, può cambiare o addirittura può cambiarci.

Non a caso, allora, quando parliamo di nascita affermiamo più o meno consapevolmente che essa è un dono. Il “dono della vita”!

E un figlio lo è veramente sempre, anche quando costa, quando fa soffrire, perché non sempre i doni sono chiari ed evidenti sin dall’inizio! Ricordo un maglione di lana pesantissimo regalatomi. Dissi fra me: “Quando mai lo userò!? A che mi serve?”. Eppure venne il momento in cui il grande freddo mi lasciò rispolverare quel prezioso dono e allora ne gustai profondamente la fragranza e la bellezza. L’avrei potuto regalare – come talvolta si è tentati a fare con i doni non graditi – ma nel momento del bisogno non lo avrei più avuto! Ed è così anche con i figli.

 

Scrivendo mi viene a mente una poesia bellissima di Kahlil Gibran che ho letto tempo fa in quel suo mirabile poema, “Il profeta”:

 

I vostri figli non sono vostri figli.

Sono figli e figlie del desiderio ardente

che la Vita ha per se stessa.

Essi vengono per mezzo di voi,

ma non da voi.

E benché siano con voi,

non vi appartengono.

 

Potete dar loro il vostro amore

ma non i vostri pensieri,

poiché essi hanno i loro pensieri.

Potete dar alloggio ai loro corpi,

ma non alle loro anime,

poiché le anime

dimorano nella casa del domani,

che voi non potete visitare

nemmeno nei vostri sogni.

 

Potete sforzarvi di essere come loro:

non cercate di renderli come voi.

La vita, infatti, non torna indietro

né indugia sul passato.

 

Voi siete gli archi

dai quali i vostri figli

come frecce viventi son lanciati.

L’Arciere vede il bersaglio

sul sentiero dell’infinito

e vi piega con la sua potenza

perché le sue frecce

volino veloci e lontane.

 

Lasciatevi piegare con gioia

dalla mano dell’Arciere;

poiché come egli ama la freccia che vola

così ama pure l’arco che è ben saldo.


Un dono è bello in quanto tale, per cui può anche essere avvolto in una carta povera, in un ambiente freddo e gelido, magari poco accolto da parte nostra, ma è pur sempre un dono!

E questo lo comprendono bene proprio i nostri bambini, che dinanzi ad un presepe che si erge sulla loro piccola statura, riescono a intravedere, nel mistero che li circonda e col cuore ancora così libero, ciò che i nostri occhi non riescono più a percepire: un piccolo bambino che in una fredda e gelida notte d’inverno, a cui gli è stato rinnegato anche un posto più decente, nasce lì, in una mangiatoia, per parlarci a chiare lettere di cos’è l’amore. Chi riesce a tradurre il significato di quel presepio può scoprire ancora oggi il gesto di un dono: gratuito, per sempre, che non chiede nulla in cambio!

 

Ma c’è qualcosa ancora che i nostri bambini ci lasciano scoprire dinanzi ad un dono che si disvela: la meraviglia!

I bambini anche in questo sono per noi un grande dono, perché riescono ancora a meravigliarsi e, talvolta, anche a meravigliarci.

Penso alla gioia e alla meraviglia nata l’altra sera nel mio ambulatorio quando due mie piccoli bambini entrarono in processione come re magi. Il loro viso era raggiante, pieno di gioia e tutto lasciava presagire la bellezza di quanto si sarebbe svelato lì a poco. La loro gioia era centrata sul dono che avevano deciso di portarmi. Erano raggianti! Lui più grande, 8 anni, padroneggiava la carovana e lei 4 anni gioiosamente lo imitava e lo seguiva.

«Raffaele! Ti abbiamo portato un regalo… per Natale!».

La piccola fa eco, come per non sentirsi da meno e, sorridendo di una gioia infinita, mi porgono prima un simpatico bigliettino sonoro poi il regalo.

Mi mostro felicemente sorpreso.

Nel bigliettino Dario aveva scritto di suo pugno:

“Natale è più vicino e il mondo è un po’ bambino. Tanti auguri”.

Sotto la firma di Manuela con un grande geroglifico difficilmente decifrabile.

«Che cosa c’è scritto qui sotto Manuela?».

E lei, felice:

«C’è scritto… caro Raffele… ti voglio tanto bene… tu sei il dottore più bello e anche… il più buono!».

Difficile descrivere la loro meraviglia e la loro gioia di donare! Di bene-dire!

Impossibile descrivere quello che posso aver provato io dinanzi ad un dono così bello! Un dono che apre il cuore perché ti dice “grazie!” e ti dona se stesso!

Questi sono i nostri bambini! Loro riescono a vedere oltre! Noi non lo sappiamo, ma scrutano e comprendono bene anche il nostro cuore!

 

Cosa donare, allora, quest’anno ai nostri bambini? Ma anche a nostra moglie, nostro marito?

Donerei un pezzetto di cuore! Proverei cioè a donare un po’ di me stesso!

C’è solo una difficoltà: richiede del tempo! E il tempo, oggi, si sa! è qualcosa che costa più dell’oro, perché “di tempo” non ne abbiamo mai a sufficienza!

Domani, allora, mi presenterò a scuola di mio figlio per prenderlo prima del termine delle lezioni e sceglierò di farmi con lui una gran bella passeggiata, magari mangiando una pizza assieme e poi, perché no!, comprargli quella cosa che gli aveva fatto luccicare gli occhi.

O, ancora, tornerò presto una delle prossime sere con una baby-sitter e inviterò mia moglie ad un tet a tet, magari per un per-dono lasciato sospeso già da troppo tempo, accompagnato ad una frase che, pressappoco,  potrebbe recitarsi così: “Se mi guardi e mi vedi sorridere, questo sorriso è per te”.

Poi potrei decidere di andare finalmente a trovare quell’anziana zia o quei genitori sempre così soli.

Ecco! Questi potrebbero essere veramente dei bei doni, dei doni veri, doni che generano sorpresa per chi li riceve, gioia in chi li ha donati.

Sì, perché un dono non è mai solo per l’altro! Un vero dono genera gioia anche in chi li fa! Così come ho visto quando Manuela e Dario mi hanno portato il loro regalo.

 

Ma c’è una parolina magica che accompagna un vero dono: la meraviglia.

Chi si meraviglia gode di ogni cosa, anche delle più piccole. E’ colui che, proprio come accade nei nostri bambini, sa godere degli attimi e delle piccolezze. Ed è per questo che il Natale è una festa dei bambini, ma per “fare Grandi i grandi”…

 

Mi viene a mente un’immagine recente che si è fermata nella mia mente.

Ero in un piccolo campo di calcio assieme a tanti bambini di varie età e li osservavo. Secondo loro stavano giocando al pallone ma, considerate le età differenti, era più una rincorsa alla palla. Tra loro c’era il più piccolo, Antonio. Avrà avuto 4 anni. Lui correva per tutto il campo, avanti e indietro. Nessuno gli passava il pallone, ma lui era felice di poter correre e nella sua mente chiaramente convinto che stava giocando con tutti. La sua meraviglia era legata alla sua stessa esistenza, alla sua vita, alla gioia di poterci essere, di sapere che qualcuno lo aveva invitato a stare con lui. Non aveva importanza che gli altri lo consideravano protagonista perché lui era protagonista!

Ecco! Meravigliarsi di essere! Di esistere! Di poter respirare, gioire, stare in mezzo alla folla e sentirsi amati!

 

E allora: cosa regaleremo questo Natale?

 

Io vi regalo questo tema che mi è stato donato in questi giorni da un ragazzo, oggi diciassettenne, che ho seguito sin dalla nascita. E’ stato proprio un gran bel dono, anche perchè ha pensato di portarmelo. E’ intitolato La mia città ideale.

 

E’ bello ed è facile sognare.

E’ bello e facile chiudere gli occhi e immaginarsi in un luogo bellissimo, abitato solo da gente simpatica ed educata.

Un luogo dove splende sempre il sole (ma non faccia troppo caldo, preferibilmente!); dove si mangi bene (e gratis!); dove desiderare e ottenere sia la stessa cosa.

“Vorrei abitare in un’isola sperduta con 10 persone scelte da me!”. Quante volte ho già ascoltato questa frase!

La gente si lamenta e desidera altro; tanto è facile: basta chiudere gli occhi!

E’ bello ed è facile sognare.

Difficile è invece tenerli aperti gli occhi, incrociare gli sguardi stanchi, talvolta arrabbiati, di quel ragazzo antipatico che tutte le mattine prende il pullman con me.

E’ difficile ed è triste tornare a casa, dopo una giornata di lavoro, dopo il “tradizionale” traffico delle 17; dopo la pioggia fitta che ti entra nelle scarpe e ti bagna i capelli; dopo il solito litigio con il portiere e, tornato finalmente a casa, sederti sul divano e accendere la TV per ascoltare che l’immondizia ricopre le strade e che un tizio, ubriaco, ha investito Carlo, studente ventunenne della “Federico II”.

E’ facile immaginare un futuro lontano “da qui”, un futuro felice con le persone amate a “FELICITAPOLI” (il biglietto è di sola andata!), ma ritengo che non sia azzardato dire che è giunta l’ora, ed è questa, di farci testimoni della speranza, ambasciatori operosi e fiduciosi dell’Amore, che non è facile e non è bello, ma che sa sopportare tutto e, sopportando pazientemente trasforma e rigenera.

Ritengo che ci si può affannare a scrivere trattati politici, a pianificare le manovre fiscali, ad invocare l’intervento dell’esercito per debellare la criminalità, ma se non cambiano i cuori, cosa cambierà? Germoglierà forse la serenità nei campi delle nostre città dopo la riforma della giustizia? La Pace intonerà forse il suo canto di gioia dopo l’invio dell’esercito in ogni periferia?

Perdonatemi quanto segue, ma ne sono persuaso: è facile sognare la città dei sogni, è apprezzabile, ma vano tentare di mutare le sorti di una città con astute manovre politiche.

Io ritengo però che ci sia Uno che sa cambiare i cuori. Lui sì, potrà concederci il giorno in cui, aprendo gli occhi, osserveremo, colmi di meraviglia, “i cieli nuovi e la terra nuova”.

Lui, che si chiama Amore (qualcuno lo chiama Dio) può trasfigurare. Solo Lui.

Allora, Verità e Pace si incontreranno, allora Serenità e Gioia si baceranno…

Perdonatemi la fede, ma questa non è un’ utopia.  

 

Bella vero? Anche questo è un dono, che va ridonato!

Dimenticavo di dirvi che questo bel ragazzo è… mio figlio Davide!

 

Auguri di buon Natale! Quello vero!

 

 

 
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