|
«Mazze
e panelle fanno ‘e figlie belle. Panelle senza mazze fanno ‘e
figlie pazze».
E’
un vecchio detto napoletano che più o meno potremmo tradurre così:
“I figli bisogna nutrirli bene ma, se
è necessario, saperli anche punire altrimenti cresceranno
male”!
Quale
adulto non confermerebbe l’importanza di questo difficile
equilibrio educativo?!
Sembrerà
strano, detto poi da un pediatra, ma esistono delle eccezioni a
questa regola o meglio più che eccezioni delle condizioni
così misconosciute da portare l’educatore a usare
le cattive con decisione e convinzione nei confronti del
piccolo ma ingiustamente.
Una
di queste condizioni emerge prepotentemente proprio durante
l’andamento scolastico dei nostri figli, quando andiamo a
valutare quello che comunemente definiamo il rendimento.
Anche
quest’anno al termine degli scrutini di fine anno abbiamo letto
sui nostri rotocalchi, attraverso titoli altisonanti, i resoconti
dell’impegno degli alunni italiani e dell’istituzione
scolastica. E quasi a voler sbandierare un recupero della nostra
supervisione di adulti-attenti sugli alunni
di oggi, così apparentemente diversi da ieri, i giornalisti
in quei giorni hanno confermato sulle loro pagine il
“ritorno della severità” come un grande trionfo dinanzi
all’impegno sempre più scadente dei nostri ragazzi sui banchi
di scuola.
Leggiamo
sull’Avvenire di
martedì 17 giugno 2008:
«Debiti scolastici: severità confermata»!
E
poi sotto:
«I primi dati ribadiscono le percentuali
degli scorsi anni:
né valanga di bocciati, né promozioni
regalate.
Gli studenti con il giudizio sospeso
variano tra il 25% e il 40%, con punte più
elevate
negli istituti tecnici e in quelli
professionali».
E
giù poi la ricerca superficiale e intrigata sui perchè
di questi somari, sui
programmi di recupero da adottare, mentre onori e allori vengono
sbandierati ai veri protagonisti: i professori e gli istituti che
gareggiando inneggiano agli impegni e alle strategie con le quali
sono riusciti ad ottenere, rispetto ad altre scuole, il numero di
bocciati e rimandati più basso.
Più o meno le statistiche
parlano di un 55% di promossi, un 30% con giudizio sospeso (adesso
si dice così!) e un 15% di bocciati. Il che, poi non è un dato
così tranquillizzante!
Com’è
possibile che quasi la metà dei nostri ragazzi ha problemi così
seri nello studio?
Sarebbe
interessante scandagliare questo mondo sommerso, ma nessuno ne
parla o – a mio giudizio! – ne parla solo superficialmente al
fine di trovare il solito e immutato capro espiatorio, quello che metterà tranquille le nostre
coscienze.
Ma
che problemi ha questo 45% di “somari” che girano nelle nostre
scuole? Di chi è la colpa?
Il
capro espiatorio è subito trovato.
“Sono ragazzi sfaticati!”
“Non hanno voglia di impegnarsi!”
“E’ colpa delle loro famiglie sempre
più allo sfascio!”
“I genitori dovrebbero vigilare di più
su di loro!”
“Sono fannulloni nati!”.
“E’ in quinta elementare e ancora
legge così male! Per forza non capisce quello che legge!
Dovrebbe leggere di più, ma
evidentemente…”
“E’ così disordinato!”
“E’ nato proprio storto!”
E
talvolta, i richiami al loro dovere che non torna si riversano
come un boomerang dai genitori sui figli.
“Dovrebbe imitare un po’ di più la
sorella, quello sfaticato!”
“E’ sempre in punizione, ma non
cambia in nessun modo!”
“Lo costringo a stare seduto finché
non termina i compiti, ma… è una battaglia senza fine!”.
“E’ la pecora nera della
famiglia!”.
Durante
i bilanci di salute che faccio nei bambini in età scolare non
manca mai la fatidica frase «Come
va a scuola?». Non ci sono risposte di mezzo. O sento
affermare con boriosa esultanza frasi come: «Va
benissimo! E’ bravissimo! Non mi da nessun “problema”!»,
oppure è come aver toccato una ferita aperta e giù a sciorinare
le drammatiche storie di un pinocchio
senza vie d’uscita, d’un somaro-nato
e giunto proprio in quella casa come una punizione divina per
chissà quali mali da scontare!
Certo,
perché - a furor di popolo! - il dramma del somaro non è del
ragazzo ma della sua famiglia bombardata da continui richiami dei
professori a prendere i dovuti rimedi e poi messa di fronte a soluzioni che
spesso non ci sono!
Non
è raro in queste circostanze, alla presenza di altri fratelli o
sorelle, la classica comparazione: «Non
vuol far niente, mentre il fratello…!».
«Dillo al dottore che mi fai disperare
sui libri... mentre tua sorella!».
«Vi devo far vedere la sua pagella e
quella del fratello alla sua età!».
Un
giorno un bambino di questo rango mi disse con una tristezza
infinita negli occhi: «Sai, dottore… io sono cattivo!».
Qualcuno
afferma che l’incidenza di somarelli
è superiore ai tempi andati, quando si puniva a scuola anche
fisicamente l’alunno gianburrasca o quando, per insegnargli il decoro e
l’impegno gli si mettevano due orecchie da ciuchino e un
cartello appeso al collo con la scritta “Sono
un asino”, e poi via per tutta la scuola, a testimoniare che
è vero che mazze e panelle
fanno ‘e figlie belle!
Personalmente,
invece, sono convinto che di somarelli ce ne sono sempre stati, ma che la società di un tempo
concedeva a questi disgraziati delle immediate e valide
alternative. Magari diventavano bravi carpentieri, operai,
imparavano presto un mestiere o andavano ad aiutare i padri nella
campagna. Oggi, invece, lo studio è prioritario e nella peggiore
delle ipotesi bisogna arrivare a prendere almeno un diploma! Ed è
così che questi somarelli-nati
rimpinzano apparentemente di più le
aule delle nostre moderne scuole facendo impazzire docenti,
presidi e genitori, talvolta per troppi anni.
Ma perché tutto
questo? Possibile che quasi la metà dei nostri ragazzi abbia
“deciso” di disprezzare l’impegno prioritario necessario per
costruire il proprio futuro, lasciando gli adulti a cercare
affannosamente rimedi pedagogici e scolastici spesso infruttuosi?
Nel
mentre questi pensieri girovagavano nella mia mente, pensando che
l’argomento sarebbe stato un ottimo tema per la mia Lettera
aperta prima delle vacanze estive, mi sono ritrovato tra le
mani un recentissimo libro edito da Feltrinelli di Daniel
Pennac dal titolo Diario
di scuola, una delle più intense, travolgenti e severe
riflessioni sulla scuola, condotta da uno scrittore che (udite
bene!) ha “militato” su entrambe le barricate. Insomma un
somaro di professione che diventa professore!
Leggo
subito la prefazione. Diario
di scuola affronta il grande tema della scuola dal punto di vista
degli alunni. In verità dicendo “alunni” si dice qualcosa di
troppo vago: qui è in gioco il punto di vista degli
“sfaticati”, dei “fannulloni”, degli “scavezzacollo”,
dei “cattivi soggetti”, insomma di quelli che vanno male a
scuola. Pennac, ex somaro lui stesso, studia questa figura
popolare e ampiamente diffusa dandogli nobiltà, restituendogli
anche il peso d’angoscia e di dolore che gli appartiene. Il
libro mescola ricordi autobiografici e riflessioni sulla
pedagogia, sulle universali disfunzioni dell’istituto
scolastico, sul ruolo dei genitori e della famiglia, sulla
devastazione introdotta dal giovanilismo, sul ruolo della
televisione e di tutte le declinazioni dei media contemporanei. E
da questo rovistare nel “mal di scuola” che attraversa con
vitalissima continuità i vagabondaggi narrativi di Pennac vediamo
anche spuntare una non mai sedata sete di sapere e d’imparare
che contrariamente ai più triti luoghi comuni, anima – secondo
Pennac – i giovani di oggi come quelli di ieri.
Alla
luce di questa lettura le mie riflessioni-convinzioni si sono
andate rinforzando e ogni pagina le ha arricchite con le storie
personali dell’autore terminate con una vittoria che lascia però
l’amaro in bocca. Ci tiene a sottolineare senza rancori, il
somaro diventato professore, ciò che va sempre più prendendo
piene nella mia mente:
«La paura fu
proprio la costante di tutta la mia carriera scolastica: il suo
chiavistello. E quando divenni insegnante la mia priorità fu
alleviare la paura dei miei allievi peggiori per far saltare quel
chiavistello, affinché il sapere avesse una possibilità di
passare».
E
mentre noi ci rigiriamo nei meandri della sociologia e della
pedagogia Daniel Pennac grida
forte la verità più grande: «Ho sempre pensato che la scuola fosse fatta prima di tutto dagli
insegnanti. In fondo, chi mi ha salvato dalla scuola se non tre o
quattro insegnanti?».
Ai
miei tempi sentivo spesso citare questa frase: “Ciuccio
e presuntuoso”, come a dire che quell’atteggiamento del
somaro spesso spavaldo, attaccabrighe, di colui che invece di
restare con due piedi in una
scarpa si permette il lusso di comportarsi anche male in aula,
fosse il coronamento del ciuccio
doc, senza pensare invece – come sottolinea l’autore del
libro – che quell’atteggiamento è solo una difesa e una
ricerca di attenzione e di amore.
Nessun avvenire.
Bambini che non diventeranno.
Bambini che fanno cadere le braccia.
Alle elementari, alle medie, poi al
liceo, ci credevo anch’io, vero come l’oro, a questa esistenza
senza avvenire.
E’ addirittura la prima cosa di cui si
convince il ragazzo che va male a scuola.
“Con dei voti del genere, cosa puoi
sperare?”
“Credi di poter andare in prima media?
(in seconda, in terza, in primo liceo…)
“Quante probabilità hai secondo te di
essere promosso alla maturità, fammi un favore, calcola tu stesso
le probabilità, su cento, quante?”.
Ecco, sarebbe lungo
continuare sugli aspetti psicologi di questi somari-nati,
ma una cosa è certa: essi soffrono! Soffrono tanto ed io lo vedo.
Li osservo. Li scruto. Soffro per loro e per i loro genitori,
vittime anch’essi e poi giustizieri per dovere!
Una
volta una mamma mi disse: «Io
so che lui non lo fa apposta, ma i professori mi dicono che è
solo un grande sfaticato! Allora lo punisco, ma il mio cuore dice
che sbaglio…».
Sì,
ma allora perché questi asini? Eppure sono così intelligenti
“quando vogliono”?
Per
rispondere devo fare il medico, così come mi hanno insegnato
all’Università. Per cui esco dalla psicologia ed entro nel
mondo della letteratura scientifica dove contano le ricerche e i
numeri. E mi domando: Asini
per professione o asini-nati?
Per
abbozzare una risposta riporto alcuni dati accessibili a tutti sul
Dossier pubblicato dall’Organizzazione Mondiale della Sanità
nel 2005 con il titolo “Child
and Adolescent Mental Health Policies and Plans”, tradotto
in lingua italiana, che chiunque potrà leggere per esteso a
questo link.
«Studi su
base comunitaria hanno evidenziato che la prevalenza generale dei
disturbi psichiatrici in età evolutiva è del 20% circa in vari
contesti nazionali e culturali (Bird, 1996; Verhulst, 1995)».
Il che significa, tradotto terra terra, che 2 alunni su 10 sono affetti da disturbi mentali: 4
alunni per ogni aula di 20 studenti.
Impossibile?!
Dove sono?! Mai visti?!
Una
ricerca del 2002 condotta in Italia su pre-adolescenti tra 10 e 14
anni (Progetto Prisma,
Progetto Italiano sulla Salute Mentale degli Adolescenti), ha
messo in luce e ribadito dati internazionali già noti agli
addetti ai lavori e cioè che il 9,1% di
questi nostri ragazzi (detto campione
dello studio) è affetto da un disturbo psichico, cioè da
almeno uno di quei disturbi che rientrano nella classificazione
del Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali. In
particolare, oltre il 7% soffriva di ansia, il 5% aveva un
disturbo ossessivo-compulsivo, il 12% un disturbo post traumatico
da stress, il 9,1% agorafobia (la paura degli ambienti ampi), il
9,5% "fobie
sociali" e meno dell’1% soffriva di disturbo depressivo;
meno del 2% di ADHD (Sindrome da Deficit di Attenzione e
Iperattività); circa l’1% di un disturbo della condotta.
Ma
la cosa più sorprendente è che secondo altri studi presenti nell'ultimo
rapporto Eurispes-Telefono Azzurro (fine 2007), il rischio di sviluppare un problema psichiatrico secondario è molto
elevato tra i minori con disabilità persistenti (fino all´80%). Questo significa due cose: che la presenza di un
disturbo predispone alla possibilità di svilupparne un altro, ma
anche che il mancato riconoscimento di un disturbo psichico, anche
se lieve, comporta un alto rischio di sviluppare una disabilità
secondaria come conseguenza del disturbo primario e dei suoi
risvolti psicologici, relazionali, cognitivi e di apprendimento.
Studi recenti - continua il report dell’OMS - hanno evidenziato che molti
disturbi mentali dell´età adulta sono stati preceduti da
disturbi dell´età evolutiva-adolescenziale oscillando tra il
30 e il 70% la percentuale di coloro che, manifestando un disturbo
psichiatrico da adulti, ha già avuto un problema
neuropsichiatrico in età evolutiva.
Ora
è importate sottolineare che quando parliamo di disturbi
psichiatrici ci riferiamo ad una gamma notevole di disturbi che non
sempre sono palesemente chiari ed evidenti come può essere la
schizofrenia o il ritardo mentale grave o l’autismo, mentre
quello che vediamo spesso è solo la conseguenza psicologica,
comportamentale di una difficoltà misconosciuta.
Mi
spiego. Se io non posso correre perché ho un arto fratturato e
nessuno se ne accorge e mi tormentano dalla mattina alla sera
dicendomi che devo
impegnarmi di più, che non
è possibile che tutti i miei coetanei corrano e che io non faccia
niente per fare lo stesso, che sono
una persona sana e intelligente per cui non c’è nessun motivo
per cui non debba saper correre, alla lunga sarò
attanagliato
da quelle continue frustrate psicologiche che mi convinceranno che
sono proprio marcio, che
non valgo nulla. La mia autostima sarà sempre più a terra e il mio
comportamento sempre più aggressivo o alternativo per la rabbia
che covo dentro.
Ecco!
Tutto questo per dire la mia convinzione: una buona fetta di asini-nati
è rappresentata da bambini/ragazzi/adolescenti affetti da
disturbi di vario ordine e grado tali da compromettere
l’apprendimento e relegarli nel grande mondo degli sfaticati,
degli asini-doc.
Cesare Cornoldi
è uno dei maggiori esperti italiani nel campo dei
disturbi specifici dell’apprendimento (DAS). L’ho conosciuto
alcuni anni fa quando mi occupavo del Disturbo da Deficit di
Attenzione/Iperattività (ADHD).
Sono
certo che se il genitore o l’insegnante di un asino-doc
aprisse un suo testo rimarrebbe di sasso! Provate solo con questo
assaggio...
Il
4% dei bambini in età evolutiva ha un disturbo significativo
dell’attenzione/ memorizzazione. Il 3% è dislessico. Poi ci sono
i disgrafici, i
discalculi, i
disortografici. Se mettiamo che il
40% di questi ha associato almeno un altro disturbo (ansia,
depressione, fobia, ritardo mentale lieve, della condotta,
oppositivo/provocatorio), rimarremmo esterrefatti dinanzi a questi
somari che vogliono correre ma non ce la fanno e non hanno nessuna
colpa!
E’
sorprendente osservare che i giornali abbiamo riportato
un’incidenza nazionale di bocciati del 15%. Se confrontiamo
questo dato con l’incidenza OMS di disturbi mentali in età
evolutiva (20%) dovremmo rimanere per lo meno interdetti e aprire
una riflessione più seria e ampia su questo capitolo.
Ho
anche una risposta del perché siano proprio gli studenti degli
istituti professionali quelli ad andare peggio a scuola. Ai miei
tempi sentivo affermare che in questi istituti si dirigevano gli
alunni che non avevano
voglia di studiare! Oggi dico che lì sono costretti
a dirigersi quelli che noi definiamo asini
di professione e che invece, in buona percentuale, potrebbero
essere affetti da disturbi misconosciuti che non vediamo, non
riconosciamo.
Se
a tutti attanaglia e contrae il cuore leggere articoli che di
tanto in tanto ci raccontano la tragedia di alunni suicidatisi
dopo aver letto i risultati negativi dei loro scrutini,
personalmente sento un dolore ancora più grande perché rimango
fermamente convinto che questi asini-nati
e non di professione non hanno colpe e nelle conseguenze della loro
deriva umana e spirituale dovremmo interpellarci tutti con molta
molta più attenzione.
Questi
asini-nati avrebbero bisogno di essere veramente aiutati, sostenuti,
amati, curati proprio secondo gli insegnamenti di Don Lorenzo
Milani che ogni mattina quando entrava nella sua scuola di
Barbiana ricordava a se stesso il motto della sua vita «I
Care», “mi prendo cura di te”!
Racconta
Pennac nel suo Diario di
scuola: «Ero negato a scuola e non era mai stato altro che questo.
Il tempo sarebbe passato, certo, e poi la crescita, certo, e i
casi delle vita, certo, ma io avrei attraversato l’esistenza
senza giungere ad alcun risultato. Era ben più di una certezza, ero io. Di ciò alcuni bambini si
convincono molto presto e se non trovano nessuno che li faccia
ricredere, siccome non si può vivere senza passione, in mancanza
di meglio sviluppano la passione del fallimento».
Non
per tutti questi asini-nati
ci sarà allora una svolta come per lui,
“asino a scuola professore nella vita”; per tanti di essi
e per le loro famiglie spesso resterà solo l’amarezza
dell’incomprensione, la rassegnazione e, talvolta - ahimé! - la
disperazione.
|