Dr. Raffaele D'Errico                                                                              medico-chirurgo specialista in pediatria

 Lettere aperte del pediatra Raffaele D'Errico

 

«Mazze e panelle fanno ‘e figli belle…». Ma è sempre vero?


Com’è possibile che quasi la metà dei nostri ragazzi ha problemi così seri nello studio? Perché tutto questo? Asini per professione o asini-nati? La mia convinzione è che una buona parte di asini-nati è rappresentata da bambini/ragazzi/adolescenti affetti da disturbi di vario ordine e grado tali da compromettere l’apprendimento e relegarli nel grande mondo degli sfaticati, degli asini-doc. Una cosa è certa: essi soffrono! Soffrono tanto ed io lo vedo. Li osservo. Li scruto. Soffro per loro e per i loro genitori vittime anch’essi e poi giustizieri per dovere.

 

 

18 luglio 2008


«Mazze e panelle fanno ‘e figlie belle. Panelle senza mazze fanno ‘e figlie pazze».

E’ un vecchio detto napoletano che più o meno potremmo tradurre così: 

“I figli bisogna nutrirli bene ma, se è necessario, saperli anche punire altrimenti cresceranno male”!

Quale adulto non confermerebbe l’importanza di questo difficile equilibrio educativo?!

 

Sembrerà strano, detto poi da un pediatra, ma esistono delle eccezioni a questa regola o meglio più che eccezioni delle condizioni così misconosciute da portare l’educatore a usare le cattive con decisione e convinzione nei confronti del piccolo ma ingiustamente.

Una di queste condizioni emerge prepotentemente proprio durante l’andamento scolastico dei nostri figli, quando andiamo a valutare quello che comunemente definiamo il rendimento.

Anche quest’anno al termine degli scrutini di fine anno abbiamo letto sui nostri rotocalchi, attraverso titoli altisonanti, i resoconti dell’impegno degli alunni italiani e dell’istituzione scolastica. E quasi a voler sbandierare un recupero della nostra supervisione di adulti-attenti sugli alunni di oggi, così apparentemente diversi da ieri, i giornalisti in quei giorni hanno confermato sulle loro pagine il “ritorno della severità” come un grande trionfo dinanzi all’impegno sempre più scadente dei nostri ragazzi sui banchi di scuola.

Leggiamo sull’Avvenire di martedì 17 giugno 2008:

«Debiti scolastici: severità confermata»!

E poi sotto:

«I primi dati ribadiscono le percentuali degli scorsi anni:

né valanga di bocciati, né promozioni regalate.

Gli studenti con il giudizio sospeso

variano tra il 25% e il 40%, con punte più elevate

negli istituti tecnici e in quelli professionali».

E giù poi la ricerca superficiale e intrigata sui perchè di questi somari, sui programmi di recupero da adottare, mentre onori e allori vengono sbandierati ai veri protagonisti: i professori e gli istituti che gareggiando inneggiano agli impegni e alle strategie con le quali sono riusciti ad ottenere, rispetto ad altre scuole, il numero di bocciati e rimandati più basso.

 

Più o meno le statistiche parlano di un 55% di promossi, un 30% con giudizio sospeso (adesso si dice così!) e un 15% di bocciati. Il che, poi non è un dato così tranquillizzante!

 

Com’è possibile che quasi la metà dei nostri ragazzi ha problemi così seri nello studio?

Sarebbe interessante scandagliare questo mondo sommerso, ma nessuno ne parla o – a mio giudizio! – ne parla solo superficialmente al fine di trovare il solito e immutato capro espiatorio, quello che metterà tranquille le nostre coscienze.

 

Ma che problemi ha questo 45% di “somari” che girano nelle nostre scuole? Di chi è la colpa?

Il capro espiatorio è subito trovato.

“Sono ragazzi sfaticati!”

“Non hanno voglia di impegnarsi!”

“E’ colpa delle loro famiglie sempre più allo sfascio!”

“I genitori dovrebbero vigilare di più su di loro!”

“Sono fannulloni nati!”.

“E’ in quinta elementare e ancora legge così male! Per forza non capisce quello che legge!

Dovrebbe leggere di più, ma evidentemente…”

“E’ così disordinato!”

“E’ nato proprio storto!”

 

E talvolta, i richiami al loro dovere che non torna si riversano come un boomerang dai genitori sui figli.

“Dovrebbe imitare un po’ di più la sorella, quello sfaticato!”

“E’ sempre in punizione, ma non cambia in nessun modo!”

“Lo costringo a stare seduto finché non termina i compiti, ma… è una battaglia senza fine!”.

“E’ la pecora nera della famiglia!”.

 

Durante i bilanci di salute che faccio nei bambini in età scolare non manca mai la fatidica frase «Come va a scuola?». Non ci sono risposte di mezzo. O sento affermare con boriosa esultanza frasi come: «Va benissimo! E’ bravissimo! Non mi da nessun “problema”!», oppure è come aver toccato una ferita aperta e giù a sciorinare le drammatiche storie di un pinocchio senza vie d’uscita, d’un somaro-nato e giunto proprio in quella casa come una punizione divina per chissà quali mali da scontare!

Certo, perché - a furor di popolo! - il dramma del somaro non è del ragazzo ma della sua famiglia bombardata da continui richiami dei professori a prendere i dovuti rimedi e poi messa di fronte a soluzioni che spesso non ci sono!

Non è raro in queste circostanze, alla presenza di altri fratelli o sorelle, la classica comparazione: «Non vuol far niente, mentre il fratello…!».

«Dillo al dottore che mi fai disperare sui libri... mentre tua sorella!».

«Vi devo far vedere la sua pagella e quella del fratello alla sua età!».

 

Un giorno un bambino di questo rango mi disse con una tristezza infinita negli occhi: «Sai, dottore… io sono cattivo!».

 

Qualcuno afferma che l’incidenza di somarelli è superiore ai tempi andati, quando si puniva a scuola anche fisicamente l’alunno gianburrasca o quando, per insegnargli il decoro e l’impegno gli si mettevano due orecchie da ciuchino e un cartello appeso al collo con la scritta “Sono un asino”, e poi via per tutta la scuola, a testimoniare che è vero che mazze e panelle fanno ‘e figlie belle!

Personalmente, invece, sono convinto che di somarelli ce ne sono sempre stati, ma che la società di un tempo concedeva a questi disgraziati delle immediate e valide alternative. Magari diventavano bravi carpentieri, operai, imparavano presto un mestiere o andavano ad aiutare i padri nella campagna. Oggi, invece, lo studio è prioritario e nella peggiore delle ipotesi bisogna arrivare a prendere almeno un diploma! Ed è così che questi somarelli-nati rimpinzano apparentemente di più le aule delle nostre moderne scuole facendo impazzire docenti, presidi e genitori, talvolta per troppi anni.

 

Ma perché tutto questo? Possibile che quasi la metà dei nostri ragazzi abbia “deciso” di disprezzare l’impegno prioritario necessario per costruire il proprio futuro, lasciando gli adulti a cercare affannosamente rimedi pedagogici e scolastici spesso infruttuosi?

 

Nel mentre questi pensieri girovagavano nella mia mente, pensando che l’argomento sarebbe stato un ottimo tema per la mia Lettera aperta prima delle vacanze estive, mi sono ritrovato tra le mani un recentissimo libro edito da Feltrinelli di Daniel Pennac dal titolo Diario di scuola, una delle più intense, travolgenti e severe riflessioni sulla scuola, condotta da uno scrittore che (udite bene!) ha “militato” su entrambe le barricate. Insomma un somaro di professione che diventa professore!

 

Leggo subito la prefazione. Diario di scuola affronta il grande tema della scuola dal punto di vista degli alunni. In verità dicendo “alunni” si dice qualcosa di troppo vago: qui è in gioco il punto di vista degli “sfaticati”, dei “fannulloni”, degli “scavezzacollo”, dei “cattivi soggetti”, insomma di quelli che vanno male a scuola. Pennac, ex somaro lui stesso, studia questa figura popolare e ampiamente diffusa dandogli nobiltà, restituendogli anche il peso d’angoscia e di dolore che gli appartiene. Il libro mescola ricordi autobiografici e riflessioni sulla pedagogia, sulle universali disfunzioni dell’istituto scolastico, sul ruolo dei genitori e della famiglia, sulla devastazione introdotta dal giovanilismo, sul ruolo della televisione e di tutte le declinazioni dei media contemporanei. E da questo rovistare nel “mal di scuola” che attraversa con vitalissima continuità i vagabondaggi narrativi di Pennac vediamo anche spuntare una non mai sedata sete di sapere e d’imparare che contrariamente ai più triti luoghi comuni, anima – secondo Pennac – i giovani di oggi come quelli di ieri.

 

Alla luce di questa lettura le mie riflessioni-convinzioni si sono andate rinforzando e ogni pagina le ha arricchite con le storie personali dell’autore terminate con una vittoria che lascia però l’amaro in bocca. Ci tiene a sottolineare senza rancori, il somaro diventato professore, ciò che va sempre più prendendo piene nella mia mente:

«La paura fu proprio la costante di tutta la mia carriera scolastica: il suo chiavistello. E quando divenni insegnante la mia priorità fu alleviare la paura dei miei allievi peggiori per far saltare quel chiavistello, affinché il sapere avesse una possibilità di passare».

 

E mentre noi ci rigiriamo nei meandri della sociologia e della pedagogia Daniel Pennac grida forte la verità più grande: «Ho sempre pensato che la scuola fosse fatta prima di tutto dagli insegnanti. In fondo, chi mi ha salvato dalla scuola se non tre o quattro insegnanti?».

 

Ai miei tempi sentivo spesso citare questa frase: “Ciuccio e presuntuoso”, come a dire che quell’atteggiamento del somaro spesso spavaldo, attaccabrighe, di colui che invece di restare con due piedi in una scarpa si permette il lusso di comportarsi anche male in aula, fosse il coronamento del ciuccio doc, senza pensare invece – come sottolinea l’autore del libro – che quell’atteggiamento è solo una difesa e una ricerca di attenzione e di amore.

 

Nessun avvenire.

Bambini che non diventeranno.

Bambini che fanno cadere le braccia.

Alle elementari, alle medie, poi al liceo, ci credevo anch’io, vero come l’oro, a questa esistenza senza avvenire.

E’ addirittura la prima cosa di cui si convince il ragazzo che va male a scuola.

“Con dei voti del genere, cosa puoi sperare?”

“Credi di poter andare in prima media? (in seconda, in terza, in primo liceo…)

“Quante probabilità hai secondo te di essere promosso alla maturità, fammi un favore, calcola tu stesso le probabilità, su cento, quante?”.

Ecco, sarebbe lungo continuare sugli aspetti psicologi di questi somari-nati, ma una cosa è certa: essi soffrono! Soffrono tanto ed io lo vedo. Li osservo. Li scruto. Soffro per loro e per i loro genitori, vittime anch’essi e poi giustizieri per dovere!

 

Una volta una mamma mi disse: «Io so che lui non lo fa apposta, ma i professori mi dicono che è solo un grande sfaticato! Allora lo punisco, ma il mio cuore dice che sbaglio…».

 

Sì, ma allora perché questi asini? Eppure sono così intelligenti “quando vogliono”?

Per rispondere devo fare il medico, così come mi hanno insegnato all’Università. Per cui esco dalla psicologia ed entro nel mondo della letteratura scientifica dove contano le ricerche e i numeri. E mi domando: Asini per professione o asini-nati?

 

Per abbozzare una risposta riporto alcuni dati accessibili a tutti sul Dossier pubblicato dall’Organizzazione Mondiale della Sanità nel 2005 con il titolo “Child and Adolescent Mental Health Policies and Plans”, tradotto in lingua italiana, che chiunque potrà leggere per esteso a questo link.

 

«Studi su base comunitaria hanno evidenziato che la prevalenza generale dei disturbi psichiatrici in età evolutiva è del 20% circa in vari contesti nazionali e culturali (Bird, 1996; Verhulst, 1995)». Il che significa, tradotto terra terra, che 2 alunni su 10 sono affetti da disturbi mentali: 4 alunni per ogni aula di 20 studenti.

Impossibile?! Dove sono?! Mai visti?!

 

Una ricerca del 2002 condotta in Italia su pre-adolescenti tra 10 e 14 anni (Progetto Prisma, Progetto Italiano sulla Salute Mentale degli Adolescenti), ha messo in luce e ribadito dati internazionali già noti agli addetti ai lavori e cioè che il 9,1% di questi nostri ragazzi (detto campione dello studio) è affetto da un disturbo psichico, cioè da almeno uno di quei disturbi che rientrano nella classificazione del Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali. In particolare, oltre il 7% soffriva di ansia, il 5% aveva un disturbo ossessivo-compulsivo, il 12% un disturbo post traumatico da stress, il 9,1% agorafobia (la paura degli ambienti ampi), il 9,5%  "fobie sociali" e meno dell’1% soffriva di disturbo depressivo; meno del 2% di ADHD (Sindrome da Deficit di Attenzione e Iperattività); circa l’1% di un disturbo della condotta.

Ma la cosa più sorprendente è che secondo altri studi presenti nell'ultimo rapporto Eurispes-Telefono Azzurro (fine 2007), il rischio di sviluppare un problema psichiatrico secondario è molto elevato tra i minori con disabilità persistenti (fino all´80%). Questo significa due cose: che la presenza di un disturbo predispone alla possibilità di svilupparne un altro, ma anche che il mancato riconoscimento di un disturbo psichico, anche se lieve, comporta un alto rischio di sviluppare una disabilità secondaria come conseguenza del disturbo primario e dei suoi risvolti psicologici, relazionali, cognitivi e di apprendimento.

 

Studi recenti - continua il report dell’OMS - hanno evidenziato che molti disturbi mentali dell´età adulta sono stati preceduti da disturbi dell´età evolutiva-adolescenziale oscillando tra il 30 e il 70% la percentuale di coloro che, manifestando un disturbo psichiatrico da adulti, ha già avuto un problema neuropsichiatrico in età evolutiva.

 

Ora è importate sottolineare che quando parliamo di disturbi psichiatrici ci riferiamo ad una gamma notevole di disturbi che non sempre sono palesemente chiari ed evidenti come può essere la schizofrenia o il ritardo mentale grave o l’autismo, mentre quello che vediamo spesso è solo la conseguenza psicologica, comportamentale di una difficoltà misconosciuta.

 

Mi spiego. Se io non posso correre perché ho un arto fratturato e nessuno se ne accorge e mi tormentano dalla mattina alla sera dicendomi che devo impegnarmi di più, che non è possibile che tutti i miei coetanei corrano e che io non faccia niente per fare lo stesso, che sono una persona sana e intelligente per cui non c’è nessun motivo per cui non debba saper correre, alla lunga sarò attanagliato da quelle continue frustrate psicologiche che mi convinceranno che sono proprio marcio, che non valgo nulla. La mia autostima sarà sempre più a terra e il mio comportamento sempre più aggressivo o alternativo per la rabbia che covo dentro.

 

Ecco! Tutto questo per dire la mia convinzione: una buona fetta di asini-nati è rappresentata da bambini/ragazzi/adolescenti affetti da disturbi di vario ordine e grado tali da compromettere l’apprendimento e relegarli nel grande mondo degli sfaticati, degli asini-doc.

 

Cesare Cornoldi è uno dei maggiori esperti italiani nel campo dei disturbi specifici dell’apprendimento (DAS). L’ho conosciuto alcuni anni fa quando mi occupavo del Disturbo da Deficit di Attenzione/Iperattività (ADHD).

Sono certo che se il genitore o l’insegnante di un asino-doc aprisse un suo testo rimarrebbe di sasso! Provate solo con questo assaggio...

Il 4% dei bambini in età evolutiva ha un disturbo significativo dell’attenzione/ memorizzazione. Il 3% è dislessico. Poi ci sono i disgrafici, i discalculi, i disortografici. Se mettiamo che il 40% di questi ha associato almeno un altro disturbo (ansia, depressione, fobia, ritardo mentale lieve, della condotta, oppositivo/provocatorio), rimarremmo esterrefatti dinanzi a questi somari che vogliono correre ma non ce la fanno e non hanno nessuna colpa!

 

E’ sorprendente osservare che i giornali abbiamo riportato un’incidenza nazionale di bocciati del 15%. Se confrontiamo questo dato con l’incidenza OMS di disturbi mentali in età evolutiva (20%) dovremmo rimanere per lo meno interdetti e aprire una riflessione più seria e ampia su questo capitolo.

 

Ho anche una risposta del perché siano proprio gli studenti degli istituti professionali quelli ad andare peggio a scuola. Ai miei tempi sentivo affermare che in questi istituti si dirigevano gli alunni che non avevano voglia di studiare! Oggi dico che lì sono costretti a dirigersi quelli che noi definiamo asini di professione e che invece, in buona percentuale, potrebbero essere affetti da disturbi misconosciuti che non vediamo, non riconosciamo.

 

Se a tutti attanaglia e contrae il cuore leggere articoli che di tanto in tanto ci raccontano la tragedia di alunni suicidatisi dopo aver letto i risultati negativi dei loro scrutini, personalmente sento un dolore ancora più grande perché rimango fermamente convinto che questi asini-nati e non di professione non hanno colpe e nelle conseguenze della loro deriva umana e spirituale dovremmo interpellarci tutti con molta molta più attenzione.

Questi asini-nati avrebbero bisogno di essere veramente aiutati, sostenuti, amati, curati proprio secondo gli insegnamenti di Don Lorenzo Milani che ogni mattina quando entrava nella sua scuola di Barbiana ricordava a se stesso il motto della sua vita «I Care», “mi prendo cura di te”!

 

Racconta Pennac nel suo Diario di scuola: «Ero negato a scuola e non era mai stato altro che questo. Il tempo sarebbe passato, certo, e poi la crescita, certo, e i casi delle vita, certo, ma io avrei attraversato l’esistenza senza giungere ad alcun risultato. Era ben più di una certezza, ero io. Di ciò alcuni bambini si convincono molto presto e se non trovano nessuno che li faccia ricredere, siccome non si può vivere senza passione, in mancanza di meglio sviluppano la passione del fallimento».

Non per tutti questi asini-nati ci sarà allora una svolta come per lui,asino a scuola professore nella vita”; per tanti di essi e per le loro famiglie spesso resterà solo l’amarezza dell’incomprensione, la rassegnazione e, talvolta - ahimé! - la disperazione.

 

 
 
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