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Il
14 maggio scorso annunciavo con un messaggio a tutti i genitori
dei miei piccoli pazienti che li avrei lasciati una
settimana per partecipare ad un’esperienza di volontariato
nel cuore della Croazia, in quel Castello che nel 1600 fu dei
nobili Oršic, oggi trasformato in un ospedale pediatrico per
malattie croniche gravissime. Un cottolengo in cui dal 1962 ad
oggi sono finiti bambini deformi e affetti da gravi patologie
neurologiche, genetiche, tumorali. Molti abbandonati.
Al
mio ritorno alcuni tra voi mi hanno chiesto di raccontare questa
esperienza e dopo aver ripreso un po’ anche le forze psichiche,
mi appresto a dedicare a questo tema la mia lettera aperta di
questo mese.
Intanto
dovrei rispondere alla domanda “perché ci sono
andato?”.
Per
dire la verità me lo sono chiesto sin dal primo momento quando,
leggendo quella
pagina di giornale, rimasi così profondamente colpito nel
cuore e nell’anima da rimanere turbato per un bel po’ di
tempo, anzi direi che da quel giorno non mi sono più ripreso.
In quel momento pensai una sola cosa: devo andare anche io!
Ma
le vere motivazioni dovetti ricercarle attentamente nei mesi che
seguirono.
In
realtà, ancora prossimo alla partenza non sapevo bene perché
andavo, ma sentivo di rispondere ad una "chiamata".
Sembrerà strano pensare che un medico così
“abituato” al dolore e alla sofferenza (semmai ci si
abituasse!) volesse fare un’esperienza di volontariato nel cuore
della sofferenza più sconvolgente e di quella miseria a cui noi
tutti, qui nel nostro mondo evoluto, siamo così poco
abituati.
Ma
una frase più di tutte colpì il mio cuore: «Venite a Gornja
e non portate giochi o vestiti, portate voi stessi».
Prima
di partire scrissi a mia moglie: «Avverto l’incertezza di
una partenza che vorrei fosse la Risposta a Qualcosa e a Qualcuno,
ma ho timore che tutto questo possa essere solo una risposta e una
ricerca di me stesso…». La sua serenità nel confermarmi in
questo viaggio mi confortò.
Cosa
ho trovato in quel castello-ospedale? Oltre cento “bambini”
gravemente malati. Tetraplegici, down, malformati, oncologici. Ho
visto cose impensabili e inimmaginabili. Il personale è troppo
poco per accudire quei bambini e quei piccoli uomini mai
cresciuti, per cui molti sono legati ai propri letti, piccoli
“Cristi in croce”, o alimentati per sondino, perché di mani
materne che si allungano per imboccare o insegnare a mangiare lì
non ce ne sono. Bambini, ragazzi e piccoli adulti che
necessiterebbero ognuno di un intervento personale. Ognuno di loro
avrebbe bisogno di una persona accanto!
Il
vero impatto con quella realtà fu quando entrai nella stanza 6.
Fui trascinato involontariamente da Maria, una vispa e attivissima
volontaria di sett’anni. Vedevo Down gravemente malati. Chi si
dondolava all’impazzata come una campana sbattuta dal vento...
Chi restava sdraiato con lo sguardo nel vuoto… Chi mugugnava e
strillava… Uno di loro mi afferrò la mano e la portò alle sue
spalle per chiedermi, senza voce, di essere slegato da quella
cinghia che lo imprigionava.
E
poi Nina. Ottanta centimetri di donna. Ventuno anni. Più testa
che corpo. Attraverso le sbarre del suo letto/carcere, mi afferrò
e mi chiese di conoscere il mio nome. Cominciò poi con quella
voce stridula e acuta a chiamarmi di continuo, come una sirena,
finché… crollai!
Il
tanfo, quella voce insistente e stridula, quel miscuglio di
bambini e uomini mai cresciuti, rimasti piccoli in quei corpi
straziati e quelle menti mai carezzate dalle parole dolci e
tranquillizzanti di una madre e di un padre... Non ce la feci e...
scappai!
Quella
stessa sera si realizzerà quello che il mio amico Paolo mi aveva
augurato prima della partenza: «Che tu possa piangere senza
fine!».
Arriviamo
a Gornja Bistra con un sole che ci abbraccia e ci sorride
inondandoci della sua luce. L’impatto fu in un posto fisicamente
bello!
Appena
sceso dall'auto, ancora con la borsa sulle spalle, fui
“rapito”! Spronati da Maria, ancora prima di sistemarci,
entrammo nella prima stanza del piano terra. Tutti ragazzi grandi.
Apparve subito la loro chiara e grossa compromissione neurologica.
Il
primo come ci vide balzò dal letto. Cercammo di frenarlo. Si
divincolò ergendosi sulle punte dei piedi per un grave equinismo.
Sembrava un trampoliere. Traballò. Mi bloccò e fece forza sulle
mie spalle. Poi mi trascinò fuori facendomi intuire che voleva
uscire. Non capii niente! Ero confuso! Tirò a se la prima sedia a
rotelle che trovò e si gettò sopra. Poi portò le mie mani sulla
spalliera e cominciò a tirare le ruote. Mi ritrovai con lui nel
giardino. Ero sgomento! Avvertivo la sua fame d’aria, di sole…
Lo accompagnai, finché ci fermammo dinanzi ad un cespuglio. Prese
la mia mano e m’indicò quelle foglie. Strappai un rametto e
glielo donai. Lui lo portò vicino agli occhi semichiusi. Lo scrutò
girandolo nelle mani. Lo odorò. Carezzò le foglie. Sembrava
quasi estasiato come un bambino dinanzi al giocattolo più bello!
Mi
balzò il primo pensiero: a Gornja non siamo noi che scegliamo, ma
sono loro che ci scelgono!
La
successiva esperienza non sarà così dura come le altre, anzi
piena di una dolcezza senza fine! E, ancora una volta, sarà lui a
scegliermi!
Era
lì. Fermo, dinanzi all’infermeria. Nel suo lettuccio. Mi rapì
con lo sguardo! Poi mi trafisse! Solo due carezze in cambio di un
sorriso senza fine che sprizzava gioia infinita. I suoi occhi nei
miei occhi. I suoi: lucenti, brillanti, chiari, limpidi, senza
tristezza. Era lì che attendeva.
In
quegli occhi per un momento ho visto l’Infinito… e allora i
miei, miopi, furono solcati da lacrime che li oscurarono per
alcuni momenti.
E
lì ho visto Dio! Lui, l’umile Dio, che si fa piccolo, si fa
carne, si fa “mendicante dell’amore”. Lui era lì. Mi
guardava e non mi chiedeva nulla... Attendeva il gesto più
piccolo e semplice come una carezza. L’attendeva per svelarsi e
amarmi.
Non
ero stato io a dare qualcosa a lui, perché una carezza è un
nulla dinanzi a quella sofferenza, ma era stato lui a donarmi
qualcosa. Ma cosa? Aveva illuminato la mia anima rattrappita; si
era fatto specchio per lasciarmi intravedere tutte le cose più
belle che io avevo e che lui apparentemente non possedeva. Ma non
mi aveva messo in suggestione. Mi aveva interrogato senza
parlarmi. Spronato senza toccarmi. Liberato senza rimproverarmi.
Solo il suo sguardo.
Anche
il giorno dopo non scelsi io. Fu lei a scegliere me!
Nell’attesa
di capire cosa dovevo e potevo fare cominciai a girare per quella
stanza. Bambini molto piccoli, sempre con serie compromissioni
neurologiche. Finché quel corpicino informe e accartocciato rapì
le mie mani per farmi capire che voleva essere sollevato da quel
letto.
Poi
sarà il turno di Jelena. Jelena è una ragazza chiaramente
grande, chiaramente cieca, chiaramente compromessa
neurologicamente. Maria mi presenta a lei e, anche questa volta,
è lei a “rapirmi”.
Una
carezza e parte la ricompensa: un grande sorriso pieno di
euforia, a bocca spalancata, impacciato dalle smorfie contratte
dei suoi muscoli spastici… Poi mi donerà un bacio, sulle dita
della mano… Canteremo assieme un vecchio ritornello in lingua
italiana. Poi faremo silenzio, mentre incalzerà una sinfonia
d’amore, fatta di mani che si intrecciano, carezze che si
poggiano reciprocamente sui nostri visi…
Torno
a fare il giro per qualche stanza e avverto un senso di inutilità
e di impotenza. Quella sensazione così aspra mi blocca il respiro
fino ad avvelenare il mio sangue. Sono in ipossia! Avverto una
forte fame d’aria. Decido di tornare nella casetta dei volontari
e nel cammino penso a quelle infermiere e quei medici che
avrebbero vissuto almeno metà della loro vita lì. Ogni giorno. E
allora, pensi, che quando sei dentro ad esperienze come queste o
comunque quando hai provato cosa significa vivere una certa
condizione è più facile giustificare anche qualche apparente
disattenzione o gesto che chiunque al di fuori potrebbe giudicare poco
caritatevole. Ecco perché - dissi a me stesso - non dobbiamo
mai giudicare! Solo Dio può conoscere il cuore dell’uomo, di
ogni uomo.
Questa
giornata mi pose di fronte alla mia piccolezza, ma al contempo ha
permesso di comprendere che questo vuoto che continua ad
aumentare in me è forse quel passaggio che il mio essere deve
compiere nella sua interezza per fare spazio alle cose più
importanti della vita, della nostra esistenza. Spogliarsi delle
proprie incrostate ed umane ricchezze che non ci sono state
donate, per lasciare spazio al dono totale di sé, è l’unico
senso vero dell’uomo. Penso ancora oggi che solo quando riuscirò
ad apparire nell’essenza povero e disarmato, proprio come queste
piccole e sofferenti creature, potrò comprendere l'Essenza vera
dell'uomo.
Anche
la terza mattina fui scelto io da loro. Percorrevo il corridoio
del primo piano alla ricerca di qualcuno da accudire, quando quel
pianto stridulo calamitò la mia attenzione. Era piccolo, forse
neanche due anni, con gli occhi chiusi, fermo nel suo passeggino,
con tante lacrime che gli solcavano le gote. Non ce la feci!
Cominciai ad accarezzarlo, finché crollai anch'io e... piangemmo
in due. Poi piano piano si calmò. I suoi occhi azzurri impastati
di secrezione congiuntivale per una forte rinite si dipanarono e
mi accorsi che era cieco. Gli rimasi accanto per almeno mezz'ora.
Passai dalle carezze ai bacetti... Poi poggiai la mia testa sulla
sua e cominciai a sussurrargli delle soffuse nenie e lui si
tranquillizzò.
Mi
chiamarono per partecipare alla festa di due compleanni. Potete
immaginare. Due sedie a rotelle dinanzi ad una torta. Urla, grida,
strilli, pianti. Sorrisi. Candeline che si spensero com'è
capitato al primo compleanno dei nostri figli.
Ma
il mio pensiero era lì. Quando risalii lui si era addormentato,
ma non la mia anima ancora tanto turbata. Era lì. Solo.
Addormentato nel suo passeggino.
Pensavo
a come sarebbe stato trattato un bambino in quelle condizioni con
dei genitori e quante telefonate avrei ricevuto come pediatra.
Quella
mattina una delle responsabili mi disse che se fossi stato
interessato agli aspetti clinici dei bambini, mi avrebbe fatto
parlare con i colleghi medici o comunque si sarebbe resa
disponibile. Lasciai cadere la cosa, anche se apprezzai molto la
sua disponibilità e sensibilità! Sarebbe stato difficile
spiegarle che non ero lì per questo, ma alla ricerca di Altro. Ma
soprattutto volevo sentirmi ed essere trattato come tutti i
volontari. Volevo fare quello che avrebbero fatto loro!
Nel
pomeriggio lungo il corridoio incontrai per la prima volta un
medico. Mi passò al fianco senza neanche guardarmi. Nessuna
possibilità di contatto! Comunicazione chiusa. Non scrivo questo
per criticare, perchè avrà avuto mille buone ragioni per tirare
avanti, ma ho visto spesso tante persone, non solo medici,
camminare impettiti e scivolare tra la folla come se gli altri non
esistessero.
Credo
che non esistano uomini di seria A e di serie B, mentre noi medici
(parlo per me!) guardiamo troppo spesso gli altri e i nostri
pazienti dall'alto in basso, come se fossimo esseri superiori,
senza pensare che lo siamo ontologicamente, perchè al SERVIZIO
della vita nella carità, ma in quanto tali dovremmo avere la
competenza, l'umiltà e la grazia di saperci abbassare dinanzi a
coloro che, nella malattia e nella sofferenza, ci permettono di
essere quelle Mani, quelle Labbra, quel Cuore che solo sa guarire,
riscaldare, curare il corpo come l'anima.
Ripensandoci
bene, credo che tutti i medici dovrebbero fare queste esperienze,
questi "tirocini". Già lo immagino. Sesto anno di
laurea in medicina e chirurgia: 3 mesi di frequenza obbligatoria
nei "reparti del dolore". Nessuno strumento appresso.
Nessun appunto da prendere. Nessun organo da palpare. "Aprite
il cuore: siete a lezione di amore"!
E'
l'ultimo giorno a Gornja Bistra e finalmente il sole fa capolino
dopo giorni umidi. Abbiamo portato i bambini fuori, all'aperto,
sotto un bellissimo sole. Vedo i loro polmoni espandersi e quei
visi pallidi distendersi. Ormai molti ci conoscono, ci cercano, ci
chiamano per nome. E' una gioia donargli queste piccole cose, così
comuni e scontate per i nostri bambini sani, ma per loro un dono
che dà senso alla loro piccola vita.
Finalmente
non sono più “il dottore”, ma Raffaele!
Ci
sono dei miei piccoli pazienti che mi chiamano per nome. Talvolta
i loro genitori li rimproverano, ma io l’invito a lasciarmi
chiamare così. Mi sento loro amico. A volte mi raccontano che al pronto
soccorso strillano chiedendo di essere visitati dal “loro
dottore”.
Torno
a pensare a questa esperienza e mi convinco sempre più che
Qualcuno ci ha voluto lì, proprio in quel deserto, per parlare al
nostro cuore.
Mi
viene subito alla mente come avrei potuto mai “affrontare”
questa esperienza senza gli amici che mi hanno accompagnato. E’
stato un balsamo ritrovarsi durante le “scorribande” nei
corridoi del castello-ospedale o nelle stanze. Li guardavo e
vedevo anche nei loro occhi la tristezza e il dubbio che li
sovrastavano di tanto in tanto. Però vedevo anche la gioia del
donarsi o forse del ricevere?
Si
dona o si riceve a Gornja Bistra? Non lo so!
Comunemente
sento dire che in questi posti o in queste esperienze così forti,
si riceve molto più di quanto si dona. Ma cosa si riceve? La
gioia che viene dal sapere di aver fatto qualcosa di bello? La
gioia di aver ricevuto un sorriso in cambio di una carezza? Ma
questo non dovrebbe accadere ogni giorno nel nostro quotidiano?
No!
Credo che a Gornja Bistra, come in tutte quelle storie di
sofferenza in cui ci si dona, si riceve perchè ci si svuota per
riempirsi della Verità, dell'Essenzialità, della Vita vera. In
occasioni come queste si scopre la nostra vocazione, ma
soprattutto quella di chi vive la sofferenza. Oserei dire che
queste persone hanno ricevuto da Dio una grande vocazione: quella
di farci comprendere ed amare l'essenzialità della vita stessa.
Penso che loro sono qui in mezzo a noi per dirci qualcosa...
Essi sono quello specchio che mette a nudo la nostra anima per
lasciarci percepire il valore della vita e la mission
dell'uomo, chiamato dall'Amore all'amore.
Alla
fine di questa esperienza raccontata così com'è
"scesa" dal cuore nella penna, nessuna pretesa, nessun
applauso.
L'applauso
va a loro e forse anche a chi ha avuto il coraggio di dargli la
vita nonostante la loro esistenza sembrasse tutto tranne
"vita".
"Esseri
inutili" agli occhi di noi "comuni sani".
"Uomini
speciali" ai miei occhi dopo questa esperienza.
Provate
a incrociare gli sguardi di quei genitori che hanno figli
gravemente malati e capirete che quello che ho scoperto a Gornja
Bistra non è pura fantasia. Queste creature sono in grado di
tirare il meglio che c'è in ognuno di noi, di farci gioire delle
piccolezze.
In
questi anni di professione medica
ho
visto famiglie con figli fortemente disabili, sorridere, gioire,
amarsi.
Ho
visto famiglie con figli sanissimi e forti, tristi, piangere,
separarsi.
La
sofferenza? Un mistero che accompagna l’uomo per trasfigurarlo.
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