Dr. Raffaele D'Errico                                                                              medico-chirurgo specialista in pediatria

 Lettere aperte del pediatra Raffaele D'Errico

 

La sofferenza? Un mistero che accompagna l’uomo per trasfigurarlo


Comunemente sento dire che in questi posti o in queste esperienze così forti, si riceve molto più di quanto si dona. Ma cosa si riceve? Credo che in tutte quelle storie di sofferenza in cui ci si dona, si riceve perchè ci si svuota per riempirsi della Verità, dell'Essenzialità, della Vita vera.

 

 

12 giugno 2008


Il 14 maggio scorso annunciavo con un messaggio a tutti i genitori dei miei piccoli pazienti che li avrei lasciati una settimana per partecipare ad un’esperienza di volontariato nel cuore della Croazia, in quel Castello che nel 1600 fu dei nobili Oršic, oggi trasformato in un ospedale pediatrico per malattie croniche gravissime. Un cottolengo in cui dal 1962 ad oggi sono finiti bambini deformi e affetti da gravi patologie neurologiche, genetiche, tumorali. Molti abbandonati.

 

Al mio ritorno alcuni tra voi mi hanno chiesto di raccontare questa esperienza e dopo aver ripreso un po’ anche le forze psichiche, mi appresto a dedicare a questo tema la mia lettera aperta di questo mese.

 

Intanto dovrei rispondere alla domanda “perché ci sono andato?”. 

Per dire la verità me lo sono chiesto sin dal primo momento quando, leggendo quella pagina di giornale, rimasi così profondamente colpito nel cuore e nell’anima da rimanere turbato per un bel po’ di tempo, anzi direi che da quel giorno non mi sono più ripreso. In quel momento pensai una sola cosa: devo andare anche io!

Ma le vere motivazioni dovetti ricercarle attentamente nei mesi che seguirono.

In realtà, ancora prossimo alla partenza non sapevo bene perché andavo, ma sentivo di rispondere ad una "chiamata". Sembrerà strano pensare che un medico così “abituato” al dolore e alla sofferenza (semmai ci si abituasse!) volesse fare un’esperienza di volontariato nel cuore della sofferenza più sconvolgente e di quella miseria a cui noi tutti, qui nel nostro mondo evoluto, siamo così poco abituati.

Ma una frase più di tutte colpì il mio cuore: «Venite a Gornja e non portate giochi o vestiti, portate voi stessi».

 

Prima di partire scrissi a mia moglie: «Avverto l’incertezza di una partenza che vorrei fosse la Risposta a Qualcosa e a Qualcuno, ma ho timore che tutto questo possa essere solo una risposta e una ricerca di me stesso…». La sua serenità nel confermarmi in questo viaggio mi confortò.

 

Cosa ho trovato in quel castello-ospedale? Oltre cento “bambini” gravemente malati. Tetraplegici, down, malformati, oncologici. Ho visto cose impensabili e inimmaginabili. Il personale è troppo poco per accudire quei bambini e quei piccoli uomini mai cresciuti, per cui molti sono legati ai propri letti, piccoli “Cristi in croce”, o alimentati per sondino, perché di mani materne che si allungano per imboccare o insegnare a mangiare lì non ce ne sono. Bambini, ragazzi e piccoli adulti che necessiterebbero ognuno di un intervento personale. Ognuno di loro avrebbe bisogno di una persona accanto!

 

Il vero impatto con quella realtà fu quando entrai nella stanza 6. Fui trascinato involontariamente da Maria, una vispa e attivissima volontaria di sett’anni. Vedevo Down gravemente malati. Chi si dondolava all’impazzata come una campana sbattuta dal vento... Chi restava sdraiato con lo sguardo nel vuoto… Chi mugugnava e strillava… Uno di loro mi afferrò la mano e la portò alle sue spalle per chiedermi, senza voce, di essere slegato da quella cinghia che lo imprigionava.

E poi Nina. Ottanta centimetri di donna. Ventuno anni. Più testa che corpo. Attraverso le sbarre del suo letto/carcere, mi afferrò e mi chiese di conoscere il mio nome. Cominciò poi con quella voce stridula e acuta a chiamarmi di continuo, come una sirena, finché… crollai!

Il tanfo, quella voce insistente e stridula, quel miscuglio di bambini e uomini mai cresciuti, rimasti piccoli in quei corpi straziati e quelle menti mai carezzate dalle parole dolci e tranquillizzanti di una madre e di un padre... Non ce la feci e... scappai!

Quella stessa sera si realizzerà quello che il mio amico Paolo mi aveva augurato prima della partenza: «Che tu possa piangere senza fine!».

 

Arriviamo a Gornja Bistra con un sole che ci abbraccia e ci sorride inondandoci della sua luce. L’impatto fu in un posto fisicamente bello!

Appena sceso dall'auto, ancora con la borsa sulle spalle, fui “rapito”! Spronati da Maria, ancora prima di sistemarci, entrammo nella prima stanza del piano terra. Tutti ragazzi grandi. Apparve subito la loro chiara e grossa compromissione neurologica.

Il primo come ci vide balzò dal letto. Cercammo di frenarlo. Si divincolò ergendosi sulle punte dei piedi per un grave equinismo. Sembrava un trampoliere. Traballò. Mi bloccò e fece forza sulle mie spalle. Poi mi trascinò fuori facendomi intuire che voleva uscire. Non capii niente! Ero confuso! Tirò a se la prima sedia a rotelle che trovò e si gettò sopra. Poi portò le mie mani sulla spalliera e cominciò a tirare le ruote. Mi ritrovai con lui nel giardino. Ero sgomento! Avvertivo la sua fame d’aria, di sole… Lo accompagnai, finché ci fermammo dinanzi ad un cespuglio. Prese la mia mano e m’indicò quelle foglie. Strappai un rametto e glielo donai. Lui lo portò vicino agli occhi semichiusi. Lo scrutò girandolo nelle mani. Lo odorò. Carezzò le foglie. Sembrava quasi estasiato come un bambino dinanzi al giocattolo più bello!

Mi balzò il primo pensiero: a Gornja non siamo noi che scegliamo, ma sono loro che ci scelgono!

 

La successiva esperienza non sarà così dura come le altre, anzi piena di una dolcezza senza fine! E, ancora una volta, sarà lui a scegliermi!

Era lì. Fermo, dinanzi all’infermeria. Nel suo lettuccio. Mi rapì con lo sguardo! Poi mi trafisse! Solo due carezze in cambio di un sorriso senza fine che sprizzava gioia infinita. I suoi occhi nei miei occhi. I suoi: lucenti, brillanti, chiari, limpidi, senza tristezza. Era lì che attendeva.

In quegli occhi per un momento ho visto l’Infinito… e allora i miei, miopi, furono solcati da lacrime che li oscurarono per alcuni momenti.

E lì ho visto Dio! Lui, l’umile Dio, che si fa piccolo, si fa carne, si fa “mendicante dell’amore”. Lui era lì. Mi guardava e non mi chiedeva nulla... Attendeva il gesto più piccolo e semplice come una carezza. L’attendeva per svelarsi e amarmi.

Non ero stato io a dare qualcosa a lui, perché una carezza è un nulla dinanzi a quella sofferenza, ma era stato lui a donarmi qualcosa. Ma cosa? Aveva illuminato la mia anima rattrappita; si era fatto specchio per lasciarmi intravedere tutte le cose più belle che io avevo e che lui apparentemente non possedeva. Ma non mi aveva messo in suggestione. Mi aveva interrogato senza parlarmi. Spronato senza toccarmi. Liberato senza rimproverarmi. Solo il suo sguardo.

 

Anche il giorno dopo non scelsi io. Fu lei a scegliere me!

Nell’attesa di capire cosa dovevo e potevo fare cominciai a girare per quella stanza. Bambini molto piccoli, sempre con serie compromissioni neurologiche. Finché quel corpicino informe e accartocciato rapì le mie mani per farmi capire che voleva essere sollevato da quel letto.

Poi sarà il turno di Jelena. Jelena è una ragazza chiaramente grande, chiaramente cieca, chiaramente compromessa neurologicamente. Maria mi presenta a lei e, anche questa volta, è lei a “rapirmi”.

Una carezza e parte la ricompensa: un grande sorriso pieno di euforia, a bocca spalancata, impacciato dalle smorfie contratte dei suoi muscoli spastici… Poi mi donerà un bacio, sulle dita della mano… Canteremo assieme un vecchio ritornello in lingua italiana. Poi faremo silenzio, mentre incalzerà una sinfonia d’amore, fatta di mani che si intrecciano, carezze che si poggiano reciprocamente sui nostri visi…

 

Torno a fare il giro per qualche stanza e avverto un senso di inutilità e di impotenza. Quella sensazione così aspra mi blocca il respiro fino ad avvelenare il mio sangue. Sono in ipossia! Avverto una forte fame d’aria. Decido di tornare nella casetta dei volontari e nel cammino penso a quelle infermiere e quei medici che avrebbero vissuto almeno metà della loro vita lì. Ogni giorno. E allora, pensi, che quando sei dentro ad esperienze come queste o comunque quando hai provato cosa significa vivere una certa condizione è più facile giustificare anche qualche apparente disattenzione o gesto che chiunque al di fuori potrebbe giudicare poco caritatevole. Ecco perché - dissi a me stesso - non dobbiamo mai giudicare! Solo Dio può conoscere il cuore dell’uomo, di ogni uomo.

Questa giornata mi pose di fronte alla mia piccolezza, ma al contempo ha permesso di comprendere che questo vuoto che continua ad aumentare in me è forse quel passaggio che il mio essere deve compiere nella sua interezza per fare spazio alle cose più importanti della vita, della nostra esistenza. Spogliarsi delle proprie incrostate ed umane ricchezze che non ci sono state donate, per lasciare spazio al dono totale di sé, è l’unico senso vero dell’uomo. Penso ancora oggi che solo quando riuscirò ad apparire nell’essenza povero e disarmato, proprio come queste piccole e sofferenti creature, potrò comprendere l'Essenza vera dell'uomo.

 

Anche la terza mattina fui scelto io da loro. Percorrevo il corridoio del primo piano alla ricerca di qualcuno da accudire, quando quel pianto stridulo calamitò la mia attenzione. Era piccolo, forse neanche due anni, con gli occhi chiusi, fermo nel suo passeggino, con tante lacrime che gli solcavano le gote. Non ce la feci! Cominciai ad accarezzarlo, finché crollai anch'io e... piangemmo in due. Poi piano piano si calmò. I suoi occhi azzurri impastati di secrezione congiuntivale per una forte rinite si dipanarono e mi accorsi che era cieco. Gli rimasi accanto per almeno mezz'ora. Passai dalle carezze ai bacetti... Poi poggiai la mia testa sulla sua e cominciai a sussurrargli delle soffuse nenie e lui si tranquillizzò.

Mi chiamarono per partecipare alla festa di due compleanni. Potete immaginare. Due sedie a rotelle dinanzi ad una torta. Urla, grida, strilli, pianti. Sorrisi. Candeline che si spensero com'è capitato al primo compleanno dei nostri figli.

Ma il mio pensiero era lì. Quando risalii lui si era addormentato, ma non la mia anima ancora tanto turbata. Era lì. Solo. Addormentato nel suo passeggino.

Pensavo a come sarebbe stato trattato un bambino in quelle condizioni con dei genitori e quante telefonate avrei ricevuto come pediatra.

 

Quella mattina una delle responsabili mi disse che se fossi stato interessato agli aspetti clinici dei bambini, mi avrebbe fatto parlare con i colleghi medici o comunque si sarebbe resa disponibile. Lasciai cadere la cosa, anche se apprezzai molto la sua disponibilità e sensibilità! Sarebbe stato difficile spiegarle che non ero lì per questo, ma alla ricerca di Altro. Ma soprattutto volevo sentirmi ed essere trattato come tutti i volontari. Volevo fare quello che avrebbero fatto loro!

Nel pomeriggio lungo il corridoio incontrai per la prima volta un medico. Mi passò al fianco senza neanche guardarmi. Nessuna possibilità di contatto! Comunicazione chiusa. Non scrivo questo per criticare, perchè avrà avuto mille buone ragioni per tirare avanti, ma ho visto spesso tante persone, non solo medici, camminare impettiti e scivolare tra la folla come se gli altri non esistessero.

Credo che non esistano uomini di seria A e di serie B, mentre noi medici (parlo per me!) guardiamo troppo spesso gli altri e i nostri pazienti dall'alto in basso, come se fossimo esseri superiori, senza pensare che lo siamo ontologicamente, perchè al SERVIZIO della vita nella carità, ma in quanto tali dovremmo avere la competenza, l'umiltà e la grazia di saperci abbassare dinanzi a coloro che, nella malattia e nella sofferenza, ci permettono di essere quelle Mani, quelle Labbra, quel Cuore che solo sa guarire, riscaldare, curare il corpo come l'anima.

Ripensandoci bene, credo che tutti i medici dovrebbero fare queste esperienze, questi "tirocini". Già lo immagino. Sesto anno di laurea in medicina e chirurgia: 3 mesi di frequenza obbligatoria nei "reparti del dolore". Nessuno strumento appresso. Nessun appunto da prendere. Nessun organo da palpare. "Aprite il cuore: siete a lezione di amore"!

 

E' l'ultimo giorno a Gornja Bistra e finalmente il sole fa capolino dopo giorni umidi. Abbiamo portato i bambini fuori, all'aperto, sotto un bellissimo sole. Vedo i loro polmoni espandersi e quei visi pallidi distendersi. Ormai molti ci conoscono, ci cercano, ci chiamano per nome. E' una gioia donargli queste piccole cose, così comuni e scontate per i nostri bambini sani, ma per loro un dono che dà senso alla loro piccola vita.

Finalmente non sono più “il dottore”, ma Raffaele!

Ci sono dei miei piccoli pazienti che mi chiamano per nome. Talvolta i loro genitori li rimproverano, ma io l’invito a lasciarmi chiamare così. Mi sento loro amico. A volte mi raccontano che al pronto soccorso strillano chiedendo di essere visitati dal “loro dottore”.

 

Torno a pensare a questa esperienza e mi convinco sempre più che Qualcuno ci ha voluto lì, proprio in quel deserto, per parlare al nostro cuore.

Mi viene subito alla mente come avrei potuto mai “affrontare” questa esperienza senza gli amici che mi hanno accompagnato. E’ stato un balsamo ritrovarsi durante le “scorribande” nei corridoi del castello-ospedale o nelle stanze. Li guardavo e vedevo anche nei loro occhi la tristezza e il dubbio che li sovrastavano di tanto in tanto. Però vedevo anche la gioia del donarsi o forse del ricevere?

Si dona o si riceve a Gornja Bistra? Non lo so!

Comunemente sento dire che in questi posti o in queste esperienze così forti, si riceve molto più di quanto si dona. Ma cosa si riceve? La gioia che viene dal sapere di aver fatto qualcosa di bello? La gioia di aver ricevuto un sorriso in cambio di una carezza? Ma questo non dovrebbe accadere ogni giorno nel nostro quotidiano?

No! Credo che a Gornja Bistra, come in tutte quelle storie di sofferenza in cui ci si dona, si riceve perchè ci si svuota per riempirsi della Verità, dell'Essenzialità, della Vita vera. In occasioni come queste si scopre la nostra vocazione, ma soprattutto quella di chi vive la sofferenza. Oserei dire che queste persone hanno ricevuto da Dio una grande vocazione: quella di farci comprendere ed amare l'essenzialità della vita stessa. Penso che loro sono qui in mezzo a noi per dirci qualcosa... Essi sono quello specchio che mette a nudo la nostra anima per lasciarci percepire il valore della vita e la mission dell'uomo, chiamato dall'Amore all'amore.

 

Alla fine di questa esperienza raccontata così com'è "scesa" dal cuore nella penna, nessuna pretesa, nessun applauso.

L'applauso va a loro e forse anche a chi ha avuto il coraggio di dargli la vita nonostante la loro esistenza sembrasse tutto tranne "vita".

"Esseri inutili" agli occhi di noi "comuni sani".

"Uomini speciali" ai miei occhi dopo questa esperienza.

 

Provate a incrociare gli sguardi di quei genitori che hanno figli gravemente malati e capirete che quello che ho scoperto a Gornja Bistra non è pura fantasia. Queste creature sono in grado di tirare il meglio che c'è in ognuno di noi, di farci gioire delle piccolezze.

 

In questi anni di professione medica

ho visto famiglie con figli fortemente disabili, sorridere, gioire, amarsi.

Ho visto famiglie con figli sanissimi e forti, tristi, piangere, separarsi.

 

La sofferenza? Un mistero che accompagna l’uomo per trasfigurarlo.

 

 

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