Cari Genitori,
domenica scorsa si è celebrato nel nostro Paese la “Giornata per la vita”, un appuntamento che ricorre ormai da 30 anni, ancora valido e originale, utile per lasciarci riflettere su quel dono così prezioso che è la vita, dal suo nascere al suo tramonto.
Vorrei cogliere allora l’occasione di questo grande tema, così vicino alle vostre storie e alla mia professione, per una nuova riflessione:
la vita donata ai figli. Se è vero che concepire un figlio è un atto tanto semplice, dare la vita ad un figlio è un passaggio molto più grande e non sempre così scontato. Sì, perché è un atto semplice generare e far nascere un bambino, ma ciò che è più difficile e complesso è “farlo diventare figlio” e poi “far crescere quel figlio”.
Nella mia vita di genitore e di pediatra ho avuto modo di osservare che ci sono genitori che danno veramente tutta la loro vita per i figli, ma che non sono in grado di farli crescere. Talvolta, nell’accezione comune,
“dare la vita per i figli” significa
annullarsi per loro, non fargli mancare niente, vestirli sempre bene, portarli continuamente a visita dal
pediatra, magari insistere perché pratichino esami del sangue e visite specialistiche per assicurargli la certezza piena (?) del loro benessere fisico,
lasciare che pratichino di tutto, dagli sport alla musica, e
che portino il cellulare in tasca già dalla prima elementare, con il pretesto di poterli seguire ovunque.
“Dare la vita”, per chi la pensa così, significa spesso anche
annullare o relegare in un piano del tutto secondario la vita di relazione
coniugale, ritenendo che l’impegno primario della crescita e dell’educazione dei figli debba superare la dimensione della coppia. Poi, dopo che si è dato tutto questo, gli si chiede un’educazione “di facciata”: che sappiano salutare, mangiare in modo composto, rispettare le regole che noi dettiamo, senza però preoccuparci, troppo spesso, di
“farli crescere” questi figli! Ma cosa significa “farli crescere”? Significa
dare loro la vita, non la nostra vita, ma la loro
vita. Talvolta, anche senza accorgercene, proiettiamo sui figli tutte le nostre aspettative e i nostri progetti, i nostri desideri. E’ classico sentire:
«Devono avere quello che io non ho avuto!». Abbiamo ben presto chiara nella nostra mente, magari inconsciamente, quello che loro dovranno essere, che dovranno diventare, ma soprattutto quello che devono o dovranno fare. Poi, ci scontriamo con degli Esseri che, anche possedendo parte dei nostri cromosomi, sono totalmente diversi da noi, spessissimo diversi anche tra fratelli. E, allora, i nostri gusti non sono i loro, i nostri progetti non corrispondono ai loro, e… lì inizia la disputa. Si entra in antitesi, perché noi pensiamo che per loro quella cosa lì sarebbe il meglio, mentre loro guardano da un’altra parte. Nascono i conflitti, prima tra figlio e genitore, poi tra genitori, perché ognuno vuole dire la propria e crede di avere la verità assoluta. Il bambino comincia ad opporsi, il genitore risponde con la repressione: è il momento della sfida. Il discorso si farebbe lungo e vi prometto di ritornaci, perché entriamo nel complesso discorso educativo, ma in questo momento mi preme sottolineare questi due pensieri.
Dare la vita ad un figlio, significa “far emergere in lui quando di più bello e originale è scritto nella sua anima e nei suoi cromosomi”; scoprire i suoi talenti e farglieli mettere a frutto.
Il lavoro più difficile, quindi, per un genitore è proprio impegnarsi in questa ricerca, che è anche atto educativo, perché dovrà pur sempre indirizzare e indicare il sentiero più giusto per realizzare quel progetto originale che è nel figlio.
Qui - dico spesso ai genitori che vengono a colloquio - bisogna essere come degli esperti addestratori di rari e bellissimi cavalli di razza, selvaggi. Il cavallo non va mai stretto nelle morse dal primo attimo; bisogna dargli agio di sentirsi libero e allo stesso tempo guidato. Il compito del suo istruttore sarà di strigliarlo nel momento
giusto per riportarlo sulla strada, non necessariamente quella che avevamo noi in mente, ma anche quella alternativa che lui imbocca, ma sempre lì, pronti, a rimetterlo in carreggiata.
Capirete bene, allora (e parlo per primo a me stesso!), che fare i genitori è un
lavoro, non è una roba che si fa così, perché tanto i bambini crescono da
soli. E’ un lavoro, perché dobbiamo scrutarli e non opprimerli, seguirli ma non legarli, consigliarli ma non
obbligarli, e soprattutto – ed è il lavoro più grande! –
dobbiamo essere per loro degli esempi.
Lawrence Kohlberg, noto educatore e scienziato, è colui che ci ha insegnato quasi tutto quello che sappiamo oggi
sull’educazione morale del bambino . A conferma di quanto abbiamo appena affermato,
Kohlberg ha evidenziato in modo profondo un argomento fondamentale nella pedagogia: che
il bambino “impara” i valori morali - potremmo dire impara a diventare uomo - a partire da quello che gli adulti fanno e non da quello che
dicono, evidenziando così la forza dell’esempio a fronte dell’inconsistenza delle
parole. Ora, facciamo un esempio concreto. Prendiamo nostro figlio Emanuele, 12 anni, e supponiamo che mia moglie ed io decidiamo che sia giunto il momento di insegnargli il valore dell’onestà. Lunedì sera ci sediamo accanto a lui e gli raccontiamo un episodio della vita di Abramo Lincoln che, dopo aver preso a prestito un libro ed averlo accidentalmente bagnato, sentì la necessità di dover lavorare per ripagarlo al proprietario. Martedì sera gli parliamo di un episodio della vita di George Washington che dopo aver tagliato un albero di ciliegie ebbe poi il coraggio di confessare la verità. Mercoledì ci impegniamo a leggergli tutti i passi della Bibbia sull’onestà; giovedì proseguiamo con passi tratti da altri libri sull’onestà; venerdì sera, addirittura, ci inventiamo un’ora di gioco sull’onestà. Ora, si può immaginare che un genitore attento e un educatore scrupoloso possano fare di più? Più di sei ore di corso intensivo con relativi ammonimenti! Poi, sabato sera, finalmente, decidiamo di portarlo al cinema, quando, davanti al botteghino, mi piego su Emanuele e gli sussurro:
«Dì che hai dieci anni!». Non solo, ma supponiamo che quando usciamo dal cinema, passando dinanzi ad un grande magazzino, Emanuele mi chieda con insistenza di comprargli l’ultimo DVD del film del suo attore preferito ed io gli dica:
«Dai! Lo prendiamo domani dal negoziante che li copia!». Ahimé! Dobbiamo riconoscere che Emanuele avrà imparato il valore dell’onestà (si fa per dire!) molto di più in queste poche ore, che non in tutte quelle sei ore di lezione!
Ecco, quindi, un esempio per dimostrare che i bambini imparano la morale, direi imparano a diventare uomini e donne, sulla base di ciò che vedono fare, non sulla base di ciò che diciamo loro, fossero anche gli episodi più edificanti o gli argomenti più convincenti. Per rafforzare quello che sono andato affermando, vi invito a prendere visione di un significativo video, che ho linkato proprio in questi giorni sul sito, dall’eloquente titolo
“I bambini imparano da noi” .
Perché, allora, tutta questa lunga disamina nel giorno dedicato alla vita? Perché credo che
tutti noi genitori meritiamo di essere aiutati e sostenuti dall’intesa società civile, non perché mettiamo al mondo uno o cinque figli, ma perché offriamo un servizio alla
vita, quindi al mondo; un servizio che ci fa unici, in un impegno che diventa lavoro, per donare frutti preziosi alla società civile, all’umanità, al pari di tutti gli impegni lavorativi che ad esso si affiancano, necessari e utili per favorire il progresso economico e sociale. Un riconoscimento che dovrebbe concretizzarsi in politiche per la famiglia e per il lavoro dei genitori, che lascino il tempo, lo spazio e le risorse economiche, per dedicarsi al grande compito dell’educazione dei figli e alla crescita della famiglia.
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