Dr. Raffaele D'Errico                                                                      medico-chirurgo specialista in pediatria

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BAMBINI E SPORT

 

17/05/2013

Il judo, l'arte di educare (anche) i bambini

 

 
 
10 maggio 2013

Lo sport, un evento importante per il bambino

La pratica dello sport nel bambino rappresenta un evento molto importante, soprattutto se visto come fonte di divertimento e benessere psico-fisico.

Nelle nostre odierne città claustrofobiche lo sport, oggi più che mai, rappresenta un impegno significativo per favorire lo sviluppo armonico dell'organismo dei bambini e della coordinazione, con effetti benefici sulla circolazione del sangue, sulla respirazione, sullo sviluppo psico-fisico e sociale.

 

Lo sport per i nostri bambini (e non solo) rappresenta anche un'ottima occasione per uscire dalle caverne dove ogni giorno trascorrono assieme a noi gran parte dello loro esistenza molto strutturata. 

 

Ciò nonostante è importante sottolineare che non bisogna mai costringere un bambino a praticare uno sport e, peggio ancora, lo sport che noi abbiamo deciso per lui. E' naturale che un genitore sportivo desideri, in cuor suo, che il proprio figlio si avvii verso la pratica dello sport che lui ama o ha tanto amato, ma... non costringiamolo se non lo desidera!

Non costringiamolo mai, neanche se fosse un medico ad avergli consigliato uno sport: la decisione finale non deve mai by-passare la volontà e i desideri del bambino.

 

Nella scelta del tipo di sport da praticare un'attenzione particolare andrà riservata alla personalità del bambino. Sarebbe auspicabile, infatti, uno sport di squadra per ragazzi timidi, introversi, ansiosi e con difficoltà a stabilire rapporti interumani o anche per quei bambini onnipotenti o leader.

Un bambino molto vivace o aggressivo, invece, dovrebbe essere indirizzato verso un'attività sportiva che comporti un alto dispendio di energie ma che, nello stesso tempo,  suggerisca regole da rispettare in gruppo, come il calcio, il rugby, la pallacanestro, in modo da finalizzare l'eccessiva esuberanza.

 

In tutti questi casi, fra le tante attività sportive, le discipline orientali, come il judo e il karate, sono fortemente consigliate, perché favoriscono una costante ricerca di equilibrio e di perfezione nei movimenti e grande rispetto di sé e dell'altro.

 

Il judo è uno strumento per cambiare il mondo!


La mia personale esperienza sul campo, da pediatra e cintura nera di Judo, mi porta a credere che  esso rappresenti non solo uno sport adatto sicuramente a tutti i bambini, ma una filosofia per insegnare a vivere e scoprire o riscoprire se stessi.

 

Un mio collega pediatra, ben più noto di me, cintura nera di judo 3° dan, Marcello Bernardi, affermava che il judo è uno strumento per cambiare il mondo, ed io sostengo e appoggio questa sua tesi, perché il mondo deve essere cambiato.

 

L'uomo - diceva Bernardi - ha percorso, da sempre, la strada dell'avidità, dell'idolatria del denaro. Da quando l'umanità ha scelto il vitello d'oro, la parola d'ordine è "badare al sodo", all'imitazione di padroni e campioni, a far conti, a rafforzare la propria immagine, a guadagnare e a prendere.

Il nostro corpo è diventato merce, la nostra mente si è trasformata in un registratore di cassa, il nostra cuore è stato imbavagliato. E il prezzo da pagare è la paura. Abbiamo paura di tutto: della sofferenza, della malattia, della morte, della povertà, della solitudine, del mondo.

 

Per dirlo con le parole del Maestro Cesare Barioli:

Il cuore è lo spirito, l'anima, il centro di coscienza che può essere seppellito da un'educazione tendenziosa. La mente è un magazzino/strumento che archivia immagini; dovrebbe essere al servizio del cuore, ma in realtà è spesso influenzata dal corpo. Quest'ultimo è una comunità di cellule sotto il controllo del cuore. Nel judo, cuore, mente e corpo si unificano, cioè si concentrano su un principio morale che si sintetizza nel "migliore impiego delle energie".

 

Il Judo, uno strumento per educare


L'idea fondamentale alla base del judo, secondo il suo fondatore e ripreso da alcuni grandi Maestri come Barioli e Bernardi, è arrivare a dare incondizionatamente senza nulla in cambio. "Tutti insieme per progredire", affermava il suo fondatore Jigoro Kano. Perché facendo judo miglioro me stesso per essere utile agli altri. Il judo è una strada per arrivare a questo, perché permette di conquistare il vuoto della mente e quindi di entrare in sintonia con il cuore.

Dopo anni di parcellizzazione del bambino e della pediatria - affermava Bernardi - la nuova generazione di pediatri sta recuperando il senso clinico, cioè l'impiego della ragione. Sta recuperando la visione di insieme del suo piccolo paziente. E in questo, quindi, anche i giovani pediatri sarebbero facilitati dalla pratica del judo.

 

Ho trovato in Rete una bellissima Lettera scritta dal Maestro di Judo Franco Degli Espositi e rivolta ai genitori dei suoi allievi. Penso che questa lettera riassuma tutta la bellezza e la profondità di un'attività che è sì uno sport, ma nella pratica molto molto di più. Eccola riportata.

 

Moltissimi sono convinti che il Judo sia uno sport. E' vero: lo è: ci sono le gare, i campionati a tutti i livelli, dalle gare locali alle olimpiadi, ma il Judo non è solo questo.

Alcuni credono che sia essenzialmente una tecnica di difesa, uno strumento di autocontrollo fisico e psicologico, insomma un'arma. Il Judo è anche un'arma, ma il suo spirito và ben oltre questo aspetto superficiale. Infatti, chi possiede quest'arma tanto meglio la conosce tanto più è portato a non usarla.
Altri credono che il Judo sia un'arte. Certamente a determinati livelli si può creare col proprio corpo qualcosa di piacevole, paragonabile al linguaggio della danza o a quello figurativo esprimendo così fantasia, creatività, sensibilità, personalità. Certamente il Judo è anche arte, ma non solo.
 

Il Judo è molto di più di tutto questo.

Il Judo è la via per ricondurre l'uomo a se stesso ossia recuperare quelle qualità umane che si sono perdute in questa società, spesso priva di ideali spirituali.
Un esempio è l'Umiltà. Occorre accostarsi al Judo senza presunzione, disposti ad essere quello che si è senza arroccarsi dietro maschere di posizioni sociali. Il professore, il dottore, l'operaio sono tutti sullo stesso piano, tutti uomini uniti nello sforzo di migliorare se stessi e gli altri.
E poi c'è la Sincerità. Sulla materassina non serve fingere, non serve voler sembrare più bravi di un altro, bisogna fare e basta. Fare quello che si può col massimo impegno. Insomma, bisogna essere sinceri con se stessi e saper guardare dentro di sé.
Non è certamente facile per un adulto, ma per un bambino sì. Basterà indicargli LA VIA.
Si può riuscire anche con gli adulti, se si rendono disponibili a rifiutare qualsiasi rivalità e rancore. Se si aprono ad  amare l'altro, il diverso e a non vederlo come un avversario ma un compagno di viaggio.
Il Dojo è il luogo della serenità, dell'amicizia della mutua prosperità, dove tutto questo può realizzarsi.

Inoltre, occorre amore per il Judo. Non si fa Judo per essere più forti, per denaro, per imparare a difendersi o per ambizione sociale. Il judo si pratica perché lo si ama. In caso contrario faremo della buona ginnastica, mai del buon Judo.
 

Il Judo che si insegna ai bambini


Veniamo ora al judo per i bambini.

Il Judo, fisicamente basato sulla completa efficienza di tutti i gruppi muscolari, necessita, prima che venga iniziata la parte specifica vera e propria, sia per i bambini sia per gli adulti, che l'organismo venga messo nelle condizioni ideali per la massima efficienza e, per questo fine, alla base del Judo vi è una preparazione fisica scrupolosamente studiata che, attraverso tutta una serie di esercizi graduali, tenderà a rendere armonicamente efficienti tutti i gruppi muscolari.
Ai bambini bisognerà presentare il Judo come un gioco, un passatempo, che li tenga occupati e li interessi il più possibile, facendo pensare loro che per alcune azioni possano fare più di quanto in realtà sia vero.
Non deve prevalere il principio della superiorità degli uni sugli altri, ma uno spirito emulativo di abilità che porti tutti allo stesso livello di bravura dimostrativa, prima di cominciare, con i più grandicelli, con la bravura competitiva.

I genitori dovranno collaborare perché il frequentare e praticare il Judo sia considerato dal bambino un premio per la sua attività scolastica e domestica. Il beneficio sarà allora duplice: si avranno migliori risultati nello studio, più mansuetudine nella vita casalinga, maggiore attaccamento allo sport-Judo così che nel tempo si potranno raccogliere benefici educativi e sportivi, formando ottimi cittadini e persone buone.

 

Questo, in definitiva, è il fine del significato dell'ideogramma JU-DO, così come ce lo ha insegnato il suo fondatore, il Professor Jigoro Kano.
JU-DO significa "Via della cedevolezza", dove JU sta ad indicare la facoltà di adattamento.
Ciò significa che ogni ostacolo che troviamo sul cammino va rimosso in base alla sua struttura ed al modo nel quale si presenta.
Non possiamo conoscere la forza di chi ci si oppone, ma possiamo sentire la direzione e, agevolando la sua strada, lo allontaniamo dalla nostra.
Se ti spingono, facilita l'azione tirando, se ti tirano spingi. Questa è la massima che riassume il JUDO.
Incanalare le forze ostili nella direzione a cui tendono, seguirle un po', quindi lasciarle procedere da sole. Questo è il vero JUDO.

 

"Nella mia vita ho imparato metà dai bambini e metà dal Judo"


Questa è una frase del pediatra Marcello Bernardi, e prosegue dicendo:

Il bello è che ho imparato le stesse cose da entrambe le parti. É vero. Da quando ho iniziato a fare il pediatra, cinquant'anni fa, avrò visto venti, trentamila bambini. Ho cercato di osservarli, di capire la loro realtà, la profondità del loro dolore, la loro benevolenza. Ho visto un bambino rincorrere uno scorpione per accarezzarlo e un altro (era maggio del '45 in un paesino di rifugiati prima dell'arrivo degli americani) dare del pane ad un cane delle SS addestrato ad uccidere.

I bambini sono leali, sinceri, generosi, non hanno paura, non conoscono la viltà; siamo noi che con la pretesa di "educarli", insegniamo loro ad aver paura, ad essere vili, a diventare furbi. 

Dal judo ho appreso la sincerità, l'armonia, la decisione, il coraggio, il rispetto.

Pensiamo al senso del colore della cintura: non è un grado, una gerarchia, ma un segnale di rispetto, un avvertimento sulla preparazione di chi la indossa. Di fronte ad una cintura gialla o marrone, so come comportarmi, cosa posso o non posso fare. Il judo insegna la generosità, elimina l'astio, il rancore, l'ansia di vincere.

 

E' bello pensare che il Maestro sul Dojo insegna a tutti la stessa cosa, ma in ognuno cerca la cosa che sa fare meglio. E' la vera arte dell'educazione che solo un vero Maestro sa compiere: tirare dall'allievo il meglio che c'è dentro di sé. Nascono così le tecniche speciali sulle quali il Maestro andrà lavorando, giorno dopo giorno, senza fretta, perché quel juodoista possa riconoscere le sue doti e metterle umilmente a servizio di sé e degli altri.

E' anche molto bello vedere come non c'è bisogno che il Maestro parli troppo sulla materassina. Il Maestro per insegnare parla poco, ma fa vedere. Compie dei gesti, mostra come ci si comporta, come si parla, come ci si muove. Mostra rispetto per tutti, anche per l'ultimo arrivato. E' così che un educatore può incidere sulla crescita e sull'Essere di un bambino, di un ragazzo.

 

Il bambino prima di tutto, il bambino al centro


È questa la grande svolta della pediatria di cui Marcello Bernardi è stato promotore. Quarant'anni fa - raccontava ai genitori, nei convegni e nei sui libri - il bambino era un oggetto.

Lo è ancora oggi - diceva con forza - ma c'è una differenza: è cambiata la collocazione. Prima era un oggetto da tutelare e far crescere uguale agli altri, omologandolo; ora è esattamente la stessa cosa, ma è stato messo su un piedistallo come un feticcio. Il bambino di oggi è uno status symbol: per lui si vogliono i migliori vestiti e le migliori scuole; deve essere il più nutrito, il più bello. Si può essere disposti a dare la vita per lui, ma rimane pur sempre un oggetto. L'idea che sia una persona con diritti più grandi di quelli degli adulti e con doveri irrilevanti (perché ha pochi strumenti a disposizione), non ci sfiora.

I genitori dimenticano troppo spesso di essere solo la "freccia che lancia i propri figli verso case future che neppure in sogno potranno visitare". Dimenticano che il mestiere del bambino è andare verso il mondo e il loro è aiutarlo ad andarsene.

 

Il judo potrebbe insegnare anche ai genitori?


Come svolgerlo, allora, questo difficile mestiere?

Fare i genitori significa uscire da se stessi per andare verso il figlio. Abbiamo dato vita ad un nuovo essere e dobbiamo essere al suo servizio. In che modo? Il genitore è prima di tutto un modello di cui il bambino ha bisogno, in cui crede ciecamente (gli esperti parlano di "fiducia primaria"). Per il bambino, tutto quello che il genitore fa è sacrosanto, "deve" essere fatto così. Ma sono i comportamenti quotidiani che contano: le nostre amicizie, i nostri gusti, i nostri atteggiamenti educano

Tornando al judo, dice Bernardi: "Non ho mai visto un maestro di judo mettersi in cattedra a emanare leggi e regolamenti. No, vive sulla materassina, mostra, fa vedere".

 

Che ruolo hanno l'obbedienza, le regole?


Nessuno. Aveva ragione Don Milani: l'obbedienza non è una virtù. Mi pare piuttosto che sia un'abdicazione alla propria dignità, alla qualità di esseri umani. Una forma di alienazione da se stessi. Perché quando c'è è suggerita dalla paura. Di essere abbandonati, disapprovati, puniti. L'obbedienza implica omologazione, un mostro che incombe anche sulla scuola dove sopravvive la convinzione che l'obbedienza sia una virtù. L'educazione è uno scambio, un modo di esistere, di fare, di affrontare la vita.

La vera scuola non è quella, grottesca, fatta di programmi uguali per tutti e di classificazione, in cui non si va per ricevere, ma per diventare primo della classe. Il sistema scolastico, così com'è strutturato oggi, è valido solo per creare egoisti. Non dimentichiamo che il mondo sociale del bambino non è per lui uno dei mondi possibili, ma l'unico. Così il primo della classe o l'asino dovranno mantenere con ogni mezzo il loro rango. Il primo sarà perciò indotto a recitare sempre la parte del "superiore" e il secondo a ricorrere a ogni truffa pur di sopravvivere. É la cosiddetta teoria dell'etichettamento in cui tutte le energie sono convogliate per tenere in vita il personaggio definito dall'etichetta. Un'ottima introduzione al più spietato egoismo. In questo il judo, ma qualunque sport praticato nella sua essenza e purezza, è azione educante, occasione di confronto, mezzo per mettere alla luce le qualità intrinseche di ciascuno senza omologare.

E Bernardi, pediatra-judoista-professore, tornava spesso sulla questione delle regole e si arrabbiava dicendo: "Sono uno strumento per convivere civilmente, ma non vedo cosa possano avere a che fare con l'educazione che si vale di ben altri strumenti come l'affetto, il rispetto, la libertà. Questo non vuol dire che le norme vadano escluse, ma che ne vada esclusa l'imposizione, questo sì. Ci sono alcune norme tecniche inevitabili (il bambino non può giocare sul davanzale del balcone all'ottavo piano), ma non educative. L'importante è che non diventino antieducative. Che non costituiscano cioè una minaccia, un ricatto affettivo, un'imposizione e, soprattutto, che non siano troppe o ripetute troppo spesso. Anche di parole ci può essere inflazione: quando sono troppe, non valgono più nulla".

 


Lettere
Il judo è uguale per tutti?

Egregio dottore,
abbiamo iscritto nostro figlio di sei anni ad un corso di Judo nel settembre dello scorso anno. Lui voleva imparare a combattere, noi desideravamo introdurlo in un'esperienza che potesse migliorare la sua vita. Ora, però, nutriamo dei dubbi circa il metodo che utilizzato in questa palestra. La domanda che ci poniamo è se il judo sia lo stesso per tutti e ovunque o se ci sono differenti tipi forme. Il nostro timore, infatti, è che invece di imparare ad avere fiducia in sé e negli altri, Edoardo in questo contesto perda la propria autostima e diventi aggressivo. Gli insegnanti, un Maestro e una Maestra, non ci riferiscono niente su di lui, mentre a noi sembra che sia in difficoltà, soprattutto di fronte a certe "umiliazioni" che riceve durante le lezioni. Il club e il corso a cui lo abbiamo iscritto mirano verso una forte competitività, avendo anche sfornato nel corso degli anni diversi campioni, ma questo non ci sembra risponda a ciò che cercavamo per lui.

 


Cari Genitori, credo che abbiate avuto modo di leggere quello che ho scritto al riguardo del Judo e comunque dello sport. Penso, allora, che la cosa più semplice nel vostro caso è di andare a parlare con gli istruttori e capire qual è il loro modo di vedere il judo, soprattutto nei bambini. Come ho spiegato, il judo non nasce con l'intento di insegnare a difendersi o a diventare campioni, ma a diventare veri-uomini e vere-donne. Non è detto, però, che essere istruttori di judo equivalga ad aver appreso e fatta proprio la pedagogia proposta suo ideatore, il Professor Jigoro Kano.
Pertanto, di queste cose dovete parlarne necessariamente con loro, esprimere i vostri dubbi e le vostre attese, le vostre preoccupazioni, e capire loro a cosa tendono; capire cosa sono per loro i bambini; capire se lo scopo è solo quello di "allevare" campioni... In tal caso, potreste rispettosamente dire "No, grazie!" e portarlo altrove.
Racconta il Maestro Cesare Barioli nel suo primo incontro col pediatra Professor Marcello Bernardi:
"Sarà un quarto di secolo che, una sera, stavo spulciandomi dietro la scrivania, occupato in compiti burocratici richiesti dall'attività sportiva, e quindi di pessimo umore. C'erano due visitatori che avevano sbirciato la pratica sulla materassina, scambiandosi impressioni, e uno di essi non più giovane, magro e barbuto, mi chiese qualcosa per l'iscrizione. Gli chiesi, com'è consuetudine, perché mai volesse fare Judo e usai la mia peggior supponenza per squilibrarlo. Reagì con un sogghigno, come se chiedessi una risposta scontata: "Per imparare a difendermi, naturalmente!". Era una buona opportunità e attaccai con una tecnica sperimentata. Senza guardarlo scrissi su uno stralcio l'indirizzo di una palestra famosa e glielo misi in mano: "Qui le insegneranno difesa personale. Noi facciamo Judo". Si divertì un mondo, incassò l'ippon e si iscrisse".
Allora... in generale il mio consiglio è di andare sempre prima a conoscere l'istruttore che starà con nostro figlio, di qualunque sport o attività extra-scolastica si tratti. Conoscerlo, sapere cosa ne pensa dello sport che insegna, cosa ne pensa dei suoi bambini e poi vedere l'ambiente, conoscere gli altri genitori, parlare, ascoltare e, quando si è convinti, portarci il bambino. Sarà lui alla fine a fare l'ultima scelta. D'altronde non facciamo così anche quando scegliamo la scuola che dovrà frequentare il nostro bambino? Non cerchiamo la migliore, la sezione più adatta, quella dove ci sono gli insegnanti più carismatici? E il passa parola, in questi casi, è sempre il mezzo migliore. Auguri!

 

Judo nelle scuole?

Sto cercando di far introdurre, a livello sperimentale, un judo “leggero” all’interno delle scuole elementari, nella fascia d’età 6-9 anni. Attualmente sto guardando oltralpe e la loro esperienza nelle tre fasce di età 6-9, 10-14, 15-17. Questo non per far diventare ogni bimbo un samurai, come qualcuno potrebbe pensare, ma di far comprendere meglio ai bambini le proprie possibilità e conoscere il proprio corpo attraverso il gioco esercitato col judo. Lei cosa ne pensa? Secondo lei il judo nella scuola come potrebbe entrare e come dovrebbe essere la didattica?

 


Credo che il judo integrato all'azione pedagogica ed educativa della scuola potrebbe rappresentare una formula vincente soprattutto nei confronti di quei bambini che si sentono diversi o che hanno problemi relazioni - comportamentali. E' chiaro che il messaggio è quello di considerare il judo non come un mezzo per offendere, ma come un'arte in grado di educare il bambino nella giusta relazione con il proprio corpo e il proprio spirito, nonché per imparare a riconoscere l'importanza dell'autorevolezza e non dell'autorità che c'è in ogni "maestro", sia esso educativo che politico.
Auguri per il suo impegno!

 

Il judo per la sua timidezza?

Sono la mamma di due bambine di 6 e 3 anni. Cercando notizie sul judo ho trovato il suo sito e mi ha affascinato quello che lei racconta. La mia bambina di 6 anni è molto timida; non risponde a chi le chiede il nome; non ha mai fatto le recite a scuola; se incontra la maestra per strada si nasconde dietro di me. Con i suoi amici gioca e si relaziona normalmente. Anch'io da bambina ero più o meno così e per questo sento che vorrei aiutarla ad aprirsi di più e ad avere più facilità nelle relazioni.
Fino ad ora non ha mai praticato uno sport sia perché lei non voleva andare sia per la mia pigrizia.

Adesso che ho letto queste belle cose sul judo mi chiedo se potesse esserle utile.
 


Cara Mamma, il judo è una "via", ma ognuno deve trovare la sua via...
Qualunque sport o attività extra-domestica che piaccia al bambino è un’occasione per socializzare, per confrontarsi, per crescere.
Non dobbiamo mirare a trasformare un bambino, ma a tirare il meglio che c’è in lui. Un bambino timido non andrà spronato con le parole per modificare il suo carattere, soprattutto se esse appariranno come dei “rimproveri”, come delle sollecitazioni troppo forti che lo facciano sentire frustrato.
Direi che la cosa migliora è chiedere a lui se gli va di fare qualche bella attività che lo porti fuori casa e lo faccia sentire accolto e bene con se stesso.
In questo il judo, come il karate possono aiutarla, ma solo se lei troverà in queste occasioni la sua dimensione e ciò dipenderà anche dalla guida che troverà. E se un insegnante non si può scegliere un istruttore, un maestro di arti marziali, un mister si può scegliere.
Per cui, come spiego qui bisogna dare loro delle opportunità, magari partendo dalle loro proposte ed eventualmente sottoponendogliene delle altre.
A questa età non bisogna mettere “competizione” davanti alla parola “sport”. Lo sport dovrebbe insegnare proprio l’inverso, che assieme si può lavorare meglio, ognuno con le sue capacità, per un mondo migliore e che “nessuno è indispensabile ma tutti siamo utili”.

Auguri!

 


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