| Dr. Raffaele D'Errico medico-chirurgo specialista in pediatria |
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Genitori e lavoro |
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EDUCARE OGGI |
a cura di Laura Dalla Torre 10/6/1999 | |
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Tra lavoro e famiglia | Lavoro e rapporto coniugale | Il lavoro della donna coniugata | L'educazione al lavoro | Le disposizioni | Conversazioni abituali | Dal gioco alla professione | Gli hobbies... | Il tempo libero | Lo studio: lavoro intellettuale | La collaborazione in famiglia |
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Ecco coniugate due realtà, la famiglia e il lavoro, che spesso si ritengono separate, in conflitto... |
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L'attività
professionale mette i coniugi di fronte a scelte, a decisioni che
possono risultare costose, in contrasto con la libertà personale e con
l'istinto di autoaffermazione che ciascuno sente dentro di sé.
Soprattutto in questa nostra società dell'ultimo scorcio del XX secolo,
coniugi e figli talvolta si scontrano quando, a torto o a ragione, si
sentono posposti nelle scelte di interesse e accettazione del coniuge o
dei genitori: che cos' ha a che fare la famiglia col mio lavoro? Fino a
non molti decenni fa questi due mondi erano tenuti rigorosamente
separati: il marito proteggeva la moglie da ogni preoccupazione che non
fosse quella di "regina del focolare", dedita esclusivamente
alle esigenze, impegnative ma tranquille, della casa; quanto ai figli,
questi avevano pochi anni da dedicare ai giochi e, non sempre, alla
scuola; poi, soprattutto i maschi, iniziavano un duro apprendistato alle
dipendenze del padre, se artigiano o contadino, o di qualche capomastro
come garzone o manovale, se figlio di nullatenenti. Oggi l'epoca dei
giochi dura più a lungo, così come è protratto il periodo dedicato
allo studio e a molti altri addestramenti: lingue straniere, sport,
musica, e via dicendo. Terminati gli studi si passa all'attività
professionale in cui si concentrano ansie, aspettative, attrazione e
ripulsa dovuti all'incidenza di necessità, sforzo, incertezza del
futuro, progettualità, impegno relazionale (con i capi, con i
collaboratori, con i colleghi) che tale attività comporta. I
fallimenti, le frustrazioni nell'àmbito delle scelte lavorative,
possono lasciare segni negativi nella persona e nei suoi comportamenti
anche all'interno della famiglia. Inoltre le motivazioni, che servono da
motore al nostro agire, incidono notevolmente sul nostro sviluppo
personale. Se rimangono ancorate a un narcisistico bisogno di
affermazione personale per sopravanzare gli altri, in un clima di
costante competitività, rendono il pur legittimo bisogno di successo e
di guadagno un fine preminente che blocca la persona nel processo
evolutivo verso la maturità psicologica e umana. Queste tensioni
egocentriche precludono l'apertura agli altri e la formazione di valori
necessari alla piena realizzazione umana, che si esprimono proprio nel
modo di agire e di relazionarsi con chi ci sta accanto. Nel
secolo scorso le terribili condizioni di sfruttamento dei lavoratori e
dei fanciulli, tipiche della prima èra industriale, hanno fatto aggio
all'ideologia marxista del lavoro "alienante", con
l'insanabile separazione tra lavoro e profitto. Oggi si assiste al
totale ribaltamento di tale concezione: l'attività professionale sembra
diventata, per tante persone, l'unico scopo della vita, il mezzo per una
scalata utopistica al guadagno, al successo, all'affermazione di sé,
alla felicità. Per il lavoro, sia maschile sia femminile, tutto si
sacrifica: affetti, qualità umane un tempo assai stimate (come l'onestà,
la lealtà), doveri familiari, valori, ideali. Molte persone, quando
giungono alla pensione si rinchiudono in sé stese, in un processo
involutivo, travolte dalla depressione, dall'angoscia del non senso, da
una vecchiaia precoce che porta a non guardar più al di fuori di sé. La
mentalità oggi prevalente è quella indotta dalla società
consumistica, che muove da una visione edonistica della vita per cui si
ritiene che la felicità possa essere conseguita solo col benessere e il
godimento fini a sé stessi. la deificazione del dominio sul mondo
materiale. Di conseguenza, il lavoro viene visto riduttivamente, cioè
solo come fonte di guadagni che consentono di far fronte alle
innumerevoli offerte commerciali che ci bombardano ogni giorno
attraverso i mass media. Tale concezione del lavoro sta alla radice
dell'attivismo fine a sé stesso tipico di tante persone, che produce
ansia, stress, riduce il valore del rapporto interpersonale a contatti
di tipo utilitaristico, che sono a loro volta causa di diffidenza e
solitudine. Questa
mentalità utilitaristica, che dalla società si riflette su tanti
genitori, solletica fortemente la suggestionabilità dei giovani,
intorpidendone gli ideali. Così l'esistenza si trasforma in una specie
di condanna ai lavori forzati, quando invece ogni attività può essere
fonte di soddisfazione personale, pur nello sforzo e nella fatica
quotidiani. Ogni
uomo aspira a realizzarsi come persona, ma non sempre è consapevole dei
fini per i quali è stato creato: la persona si realizza quando agisce
per compiere il progetto della sua esistenza, che fa sì che essa giunga
a pienezza. Così inteso, il lavoro si trasforma in mezzo per attingere
quel fine che consiste nell'essere autenticamente felici e aiutare anche
gli altri a trovare la loro felicità. Ma difficilmente i genitori
sapranno aprire i sentieri della felicità questo è il fine ultimo
dell'educazione se l'idea che essi hanno del lavoro è meramente
materialistica. Non si può separare il lavoro dalla vita, perché le
nostre giornate sono scandite e intessute in buona parte di attività
intellettuali e manuali, in casa e fuori casa. Il senso che diamo al
lavoro è sempre legato alla prospettiva che diamo al nostro vivere. Da
questa premessa si deduce che è un grande aiuto ai genitori far loro
cogliere lo stretto rapporto che corre tra lavoro ed educazione, perché
l'uomo conosce sé stesso e si realizza come uomo in gran parte
attraverso il suo operare, e perché è attraverso il lavoro che egli
scopre e sviluppa attitudini e capacità, mette a frutto la propria
creatività, contribuisce al bene comune, matura insomma la sua
personalità. Per questo il lavoro è fattore fondamentale del processo
educativo, e l'educazione, a sua volta, è un mezzo per far migliorare
il rendimento del lavoro, in quanto sostiene la crescita di molte
capacità necessarie nelle diverse attività umane e l'affinamento di
quei comportamenti che favoriscono buoni rapporti interpersonali. Da
queste considerazioni possiamo individuare la vasta gamma di spunti cui
attingere per esaminare i vari aspetti del lavoro, nei quali è bene
crescere personalmente per poter interagire correttamente in famiglia e
impostare al meglio l'azione educativa con i figli. Tra
lavoro e famiglia Il
lavoro dei coniugi ha una grande influenza sulla loro vita familiare,
sul loro rapporto coniugale, sul loro prestigio come genitori e
sull'azione educativa nei confronti dei figli. Un problema che oggi si
avverte acutamente nelle famiglie è la difficoltà ad armonizzare
l'attività professionale con i doveri familiari. Succede spesso di
trovare padri che "non hanno tempo" per occuparsi
dell'educazione dei figli, perché la sera "tornano abitualmente a
casa dopo le nove", e nel poco tempo libero che resta loro, sono
così stanchi e distratti che non li si può disturbare, per esempio per
qualche attività di formazione per genitori. Molti ne sono intimamente
dispiaciuti, ma pensano che "per far carriera" l'unica strada
è quella. Che cosa potranno pensare i figli di questo padre
sistematicamente "assente" dalla famiglia, se pensa solo a
costruire un monumento a sé stesso? C'è
da precisare, però, che situazioni di questo tipo possono verificarsi
per svariati motivi, molti dei quali legittimi: la responsabilità di
portare avanti un'impresa in una congiuntura difficile, la condizione
impegnativa di una libera professione, la mancanza di alternative
professionali, e così via. Di tali situazioni difficili è bene che la
famiglia sia un po' alla volta informata, e che tali informazioni
vengano accompagnate da opportune attenzioni tali da compensare
adeguatamente moglie e figli del tempo che viene loro sottratto,
mettendo per esempio a disposizione, il più spesso possibile, del tempo
di qualità, che contenga esplicite e frequenti manifestazioni di
autentico interesse per loro, e per le loro necessità: il tempo libero
disponibile dev'essere esaltato riempiendolo con i familiari di
"ricordi buoni e piacevoli". Tuttavia
spesso si incontrano dei genitori che, con equilibrio sorprendente,
sanno rendere compatibile una professione molto assorbente, in termini
anche di tempo, con una dedizione assoluta alla famiglia, dedizione che
coniuge e figli colgono nell'attenzione con cui vengono ascoltati,
nell'impegno con cui si cerca di ritagliare lo scarso tempo a
disposizione per stare insieme con calore, per uscire insieme, per fare
qualche cosa di interessante con tutta la famiglia. C'è
sempre in agguato il pericolo di darsi per vinti in partenza, di
considerare cioè il lavoro come l'obiettivo più importante cui coniuge
e figli devono inevitabilmente sottostare. La casa diventa allora una
sorta di rifugio dove ci si può lasciar andare ad atteggiamenti
sciatti, con una presenza quasi esclusivamente fisica, mentre il
pensiero va altrove. Conseguenza: la pressoché completa omissione di
ogni compito educativo. Nei
nostri comportamenti abituali si constata quanto la nostra concezione
del lavoro, della vita e della famiglia influisca fortemente sulla
nostra vita di relazione in casa e fuori casa. Questa connessione,
naturalmente, può essere di segno positivo o negativo, e riverbera in
motivi di più o meno ampio prestigio dei genitori nei confronti dei
figli, e di efficacia educativa. Un genitore stimato per la qualità
della sua attività professionale (per tale si intende anche il lavoro
della casalinga) e che ne parla in tono sereno e positivo, che dimostra
di svolgerlo con impegno, professionalità, onestà, giustizia e
solidarietà, che fa percepire il fatto che mette la famiglia al di
sopra di tutto, in famiglia è stimato e ammirato, poiché se ne
constata la coerenza tra quel che insegna e quel che fa, e i figli ne
accettano di buon grado l'azione educativa, anche nel burrascoso periodo
dell'adolescenza. Abbiamo
accennato, fin qui, ai riflessi dell'attività lavorativa nella vita dei
coniugi, in particolare dei padri, sulla famiglia. Anche la famiglia,
però, esercita un importante influsso sull'attività professionale dei
suoi componenti. Se i genitori sono riusciti a instaurare tra loro e con
i figli un rapporto aperto di amore e comprensione reciproci, anche
l'atteggiamento verso l'impegno professionale acquista maggior
equilibrio e flessibilità: famiglie in cui domina uno squilibrio
relazionale e affettivo, dove non ci si capisce molto e prevalgono
comportamenti egoistici e individualistici, producono persone che nella
loro attività ricercano, più che altro, un'evasione, una compensazione
(e a volte può accadere la stessa cosa anche nei figli nei confronti
dello studio). Si verificano casi di forti tensioni sul lavoro
soprattutto in uomini che hanno alle spalle mogli scontente che li
rimbrottano o fanno pressioni perché percorrano più rapidamente i vari
gradini della carriera. Possono essere motivi dettati da rivalità,
gelosie, invidia verso colleghi del marito "più fortunati",
oppure semplicemente si vorrebbe disporre di maggiori possibilità
economiche per spendere e divertirsi di più, secondo quanto induce
l'odierna società dei consumi. In questi casi il lavoro rischia di
restare ancorato a motivazioni di basso profilo e di perdere il suo
valore e significato perfettivo. Lavoro e rapporto coniugale Le
attività professionali dei coniugi hanno un riflesso diretto sul
rapporto coniugale: possono essere causa di unione o di disunione. Se
tra i coniugi non si è instaurata una solida comunicazione
interpersonale, né capacità di reciproca comprensione, si può creare
una barriera innalzata da suscettibilità inespressa, vittimismo,
inappagamento affettivo. In circostanze di questo tipo è sempre bene
trovare il modo di programmare pause di riposo, brevi vacanze, uscite
serali dei coniugi da soli. sempre positivo ricorrere a qualche amico
ben formato che aiuti a dipanare il nodo di reazioni e controreazioni
difensive, createsi all'interno del rapporto coniugale, che rischiano di
ripercuotersi negativamente su tutto il clima familiare. Per
fortuna, spesso si verifica anche l'opposto: il lavoro dei coniugi
diviene cioè un elemento fortemente unitivo. Ho conosciuto diverse
coppie che, ormai con figli adulti, raccontano con compiaciuto orgoglio
come insieme hanno creato, per esempio, imprese artigianali ora
fiorenti, realizzate un po' per volta col comune sacrificio, impegno,
creatività, collaborazione e reciproco aiuto, evidenziando
progressivamente capacità felicemente complementari; e ora possono
guardare appagati ai frutti del loro lavoro congiunto. In altri casi
l'impresa è stata edificata dal solo marito, che ha però trovato nella
moglie una sostenitrice fedele, ottimista, capace di capire e approvare
i rientri a casa a ora tarda del marito, perché questi le ha sempre
chiesto consiglio e appoggio, mostrando di tenere in gran conto i
suggerimenti accorti della moglie. Che
non vi sia separazione o conflitto tra la vita fuori e dentro casa
dipende in gran parte da questo clima familiare, fatto di
collaborazione, di sostegno tra i coniugi, ciascuno dei quali cerchi di
interessarsi del lavoro dell'altro (anche quello della casalinga lo è)
e, al tempo stesso, di interessarlo al proprio. Va maturata la
consapevolezza che l'attività lavorativa del coniuge, e non solo la
propria, è sì importante per ragioni economiche e di considerazione
sociale, ma soprattutto perché è occasione per sviluppare le capacità
e le attitudini di ciascuno, di crescere in libertà responsabile e in
possibilità di essere utili agli altri. La
collaborazione e la partecipazione si ottengono assumendo insieme le
decisioni importanti riguardo all'attività professionale, esprimendo i
propri punti di vista ben ponderati. A volte è sufficiente dimostrare
di essere ben disposti ad ascoltare il coniuge che torna a casa contento
per i successi ottenuti, o abbattuto, innervosito e triste per le
difficoltà incontrate e dalle quali si sente magari umiliato e
frustrato. In questi casi per sentirsi ricaricati può bastare vedersi
accolti con un sorriso affettuoso e incoraggiante. Merita
sottolineare che la collaborazione deve essere reciproca, e pertanto
rivolta anche alla donna che lavora in casa. Il lavoro del marito è
stato a lungo considerato il più importante, perché da esso spesso
dipende la sussistenza e il livello sociale della famiglia, ma certi
schemi mentali vanno riconsiderati. Il
lavoro della donna coniugata Nell'odierna
società sono cambiati certi criteri del tradizionale ruolo familiare e
sociale della donna: essa oggi riceve una preparazione scolastica eguale
a quella dell'uomo, e i mutamenti socio-culturali del nostro secolo le
hanno aperto tutte le porte delle più diverse professioni. La stessa
mentalità corrente, d'altra parte, induce a prestar maggior
considerazione a chi, uomo o donna, esercita una professione ben
retribuita e socialmente stimata: per questo molte casalinghe accusano
un complesso d'inferiorità, che più o meno si esprime così: "Io
non lavoro, io sto in casa...". Le cure domestiche, infatti, non
sono apparentemente produttive di ricchezza, mentre un'attività
extradomestica consente di contare su un guadagno sicuro, e talvolta
consistente. Nell'attività
professionale tutto è stipulato per contratto e pianificato; il lavoro
domestico non lo si può pianificare col medesimo rigore, non ha orario,
né ferie pagate, né offre possibilità di carriera e qualche volta non
è molto considerato nemmeno in famiglia. Vi è coinvolta l'intera
personalità della donna, che deve esprimersi in vari compiti e
funzioni: sposa, madre, educatrice, direttrice di casa; nell'attività
professionale, invece, generalmente si svolge un solo ruolo, che per lo
più non coinvolge emotivamente e affettivamente. Oggi
è sempre più frequente trovare la donna sposata col "doppio
lavoro" lavoro domestico e attività lavorativa esterna , e a lei
tocca congegnare con sacrificio e difficoltà casa e lavoro. Ciò le
pone una serie di problemi che si riflettono sulla famiglia; sempre più
le si richiedono prudenza ed equilibrio, per saper assumere le decisioni
personali più opportune e sagge che influiscano sul destino suo e su
quello dei suoi familiari. L'attività lavorativa extradomestica e la
conduzione della casa non vanno visti in termini conflittuali, ma
nell'ottica dell'armonizzazione. Le esigenze dell'odierna società, la
congiuntura economica difficile spesso fanno sì che la donna sposata
debba lavorare anche fuori casa. Vari sono i motivi che possono indurla
a questa decisione; ricordiamone alcuni. 1.
Necessità di ordine economico. Tra queste va compreso più spesso di
quanto non si pensi il comportamento di certi mariti che usano il denaro
come mezzo per esercitare sulla moglie un indiretto dominio e controllo.
Quel lesinare il denaro, o darlo col contagocce, esaspera molte donne,
che scelgono allora il lavoro extradomestico per trovare condizioni di
indipendenza economica. 2.
Autentica "vocazione" professionale, in alcune persone molto
marcata e sostenuta da adeguati studi e qualifiche. Penso a molte donne
medico, insegnante, manager o conduttrici di imprese artigianali, e via
discorrendo, che esplicano con competenza e straordinaria dedizione
attività in cui sviluppano tante attitudini personali, al servizio
autentico della società. 3.
Oggi sempre più numerose, però, sono le donne sposate che, pur non
rientrando nelle condizioni sopra citate, cercano un lavoro qualsiasi
fuori casa per il desiderio di conseguire le gratificazioni prodotte dal
fatto di cambiare ambiente o per bisogno di evasione dal lavoro
domestico, così rutinario. Certo in tale atteggiamento è anche
compresa la ricerca di soddisfazione per la maggiore disponibilità
economica che ne segue. Tutto
ciò non va completamente penalizzato. A volte, in certe situazioni di
tensione psicologica, di attriti coniugali visti come insolubili, la
"terapia occupazionale" può, per un certo periodo, rivelarsi
molto utile. Non possiamo assumere posizioni dogmatiche: sta alla donna
decidere di volta in volta, possibilmente in accordo con il marito, che
deve sostenerla e aiutarla. Il guaio avviene quando ne vengono giornate
di lavoro estenuanti e una vita fatta di insoddisfazione per il fatto di
non riuscire a svolgere bene e a fondo né l'attività professionale né
la conduzione della casa; il disordine interiore che se ne crea viene
allora avvertito come un peso con caratteristiche di frustrazione, perché
si vorrebbe fare tutto bene: sorge così il nervosismo che si riversa
sul marito, che allora cerca di defilarsi in àmbiti extrafamiliari, e
in certi casi i figli diventano ineducabili a causa di una sorda
opposizione. La conseguenza più grave che oggi si avverte in maniera
macroscopica è che molte donne, per uno o più dei motivi che abbiamo
ricordato, preferiscono l'attività professionale alla maternità, non
hanno figli perché non vogliono smettere di lavorare, oppure avvertono
il peso delle ingiuste pressioni dei datori di lavoro che non desiderano
assenze prolungate per maternità. Quelle donne in tal mondo non solo
creano un disordine morale in sé stesse, ma si procurano sicura
solitudine per il futuro, con la connessa infelicità. Soprattutto
su queste pesanti conseguenze si concentra la polemica intorno al lavoro
extradomestico della donna sposata. Una soluzione, al momento piuttosto
utopistica, consisterebbe nel potersi dedicare a un lavoro
extradomestico prima di avere figli, e di poterlo poi riprendere quando
i figli siano cresciuti. Altra buona soluzione sarebbe anche quella di
trovare un'attività part-time che consenta alla donna maggior respiro,
oppure un lavoro da poter svolgere in casa. La
donna deve poter compiere scelte libere, senza costrizioni di nessun
genere; se sa amare, capisce molto bene di essere più difficilmente
sostituibile in casa che nell'attività professionale. Certo non vanno
ignorate le pressioni dell'ambiente e le manipolazioni dei mass media,
che esaltano le "donne in carriera" con le intuibili
conseguenze sulle persone più fragili o meno preparate. La
donna è più importante per la famiglia che per l'attività esterna:
ecco il criterio che deve presiedere alle sue decisioni; saprà stare
dove è più necessaria, dove la sua assenza causi minori problemi. Va
tuttavia sottolineato che compito della donna nella famiglia è di
"dirigere la casa": le circostanze cambiano col tempo, a mano
a mano che i figli crescono, e variano secondo le circostanze personali
e del lavoro del marito. Si
dà molta importanza alla presenza continua della madre accanto ai figli
piccoli, mentre non succede niente se le mani che curano il bambino, gli
fanno il bagno, gli danno da mangiare, non sono quelle materne, ma di
persone fidate, amorose e, nel tempo, costanti. Quel che dà sicurezza
al bambino è contare su una continuità di situazioni affettive, che
egli identifica come familiari, pur sapendo di poter anche contare
sull'attenta e continua presenza della madre in molte ore della giornata
e in intermittenti periodi, lunghi o brevi, di vacanza. Chiarire ciò può
liberare molte madri che lavorano fuori casa dall'acuto senso di colpa
che spesso le attanaglia. La
presenza dei genitori è invece molto più necessaria e non può essere
facilmente supplita da altri quando i figli adolescenti stanno
attraversando un periodo critico. Al contrario di quanto comunemente si
pensa, è meglio che la madre allenti in questo periodo la propria
attività esterna: non è un impegno manuale che le si chiede, ora, ma
di attenzione, di affetto e di impegno educativo; è il periodo, nella
vita dei figli, in cui specialmente i genitori devono ripartirsi i
compiti, le responsabilità, e definire un reciproco aiuto. Il
femminismo esige che i compiti manuali siano equamente distribuiti tra
marito e moglie, ma ciò che è fondamentale è un opportuno studio dei
criteri educativi da adottare, e non tanto che il marito passi i
pavimenti con l'aspirapolvere. Molto più opportuna dell'aiuto nelle
faccende domestiche è la sua presenza attiva presso i figli, specie se
maschi e adolescenti, cui deve mettere a disposizione le proprie capacità
di ascolto, di incoraggiamento, e tenere ben aperti i canali della
comunicazione a livello profondo. Le soluzioni, tuttavia, variano da
famiglia a famiglia. Alla
donna si richiedono capacità organizzative e perspicacia nella
distribuzione del tempo libero, molto equilibrio e flessibilità. Altra
virtù fondamentale da sviluppare è la prudenza, che deve guidare la
donna sposata a distinguere le cose importanti, di cui aver particolare
cura, se non arriva a tutto. Non si tratta di lasciarsi andare alla
trascuratezza, però è necessario lasciare in secondo piano quello che
potrebbe compromettere il buonumore e la serenità, ingredienti base per
una convivenza gradevole. Solo un ambiente amabile favorisce
l'educazione: non sempre i mobili senza un filo di polvere sono la cosa
più importante; le persone vengono prima della casa, gli altri vengono
prima delle mie gratificazioni personali. Per
un mal inteso senso del dovere che tende al perfezionismo, la madre può
passare i limiti di guardia della stanchezza e, quando è stanca,
facilmente diventa di cattivo umore e, per giunta, poco conciliante col
marito e con i figli, i quali si sentono sgradevolmente in colpa senza
capire perché, e non sanno come comportarsi di fronte all'irritazione
della moglie, della madre. Meglio evitare di essere stressate; con
intelligenza, quando ci si sente prossime a essere travolte dalla
situazione, è meglio fare una breve pausa, uscire per andare a trovare
un'amica, o chiudersi in camera per un'ora di riposo. Vale di più,
rispetto a una casa superlucida, una madre riposata e allegra, anche
perché sa meglio ascoltare e aiutare i figli di una donna affranta
dalla fatica che non può incoraggiare la confidenza dei familiari. La
donna che esercita la professione di casalinga deve sentirsi e, se lo
vuole, veramente è la direttrice del focolare domestico; la sua
funzione si esercita su tre livelli: compiti domestici, convivenza,
educazione. L'influenza del suo lavoro direttivo come padrona di casa è
tale che ne deriva lo stile di vita della famiglia, gradevole e
attraente, oppure trascurato e sciatto (e l'ambiente positivo e allegro,
ricordiamolo ancora, è quello più propizio a un'efficace educazione).
Di solito i compiti domestici sono quelli più pressanti e assorbenti,
ma non sono i più importanti, malgrado le apparenze. Come vedremo più
oltre, il lavoro della vera conduttrice di casa non è tanto importante
per il saper fare, quanto per il far fare, per l'insegnare a fare,
sapendo ottenere la partecipazione libera e attiva degli altri membri
della famiglia. Il vero pericolo della casalinga è di diventare una
maniaca dei lavori domestici, trascurando gli altri due piani di
influenza, i più importanti; di inseguire un'autoaffermazione limitata
alle attività materiali, rinunciando a tutti gli altri interessi
culturali e spirituali. Per fortuna oggi questo tipo di donna va
cambiando, però sono ancora tante le madri di famiglia che preferiscono
seguire le eterne zuccherose vicende delle telenovelas piuttosto che
leggere un buon libro da consigliare al figlio adolescente. Il
progresso tecnologico ci ha portato tanti fantastici elettrodomestici
che fanno risparmiare tempo e fatica, tuttavia vi sono ancora parecchie
donne così assorbite dal carico dei lavori di casa, da chiudersi a ogni
ambiente e interesse esterno. evidente che le molteplici attività
domestiche esigono capacità di coordinazione, di ordine. La convivenza
familiare si presenta come una straordinaria occasione per sviluppare
capacità ed esercitare un gran numero di qualità umane; il guaio è
che spesso la donna si sposa senza una seria preparazione al complesso
compito di moglie, di educatrice, di donna di casa, di esperta in
relazioni sociali e in tante altre cose che le vengono richieste. Si
presume che sappia fare tutto ciò per capacità innate e, se annaspa
fra tutte queste esigenze, più che aiutata viene criticata. In
ogni caso l'importante è che la donna non si senta un'eroina, una
vittima della scarsa sensibilità dei familiari, del loro
"egoismo": tale meccanismo psicologico porta a compiacimento
di sé o ad autocommiserazione, che innescano pericolosi meccanismi di
compensazione, i quali possono sfociare nella coazione affettiva.
Nell'odierna società il rapporto tra coniugi è comunemente
riconosciuto come rapporto tra eguali, e se una donna si sente oppressa
o soverchiata dal marito, spesso ciò accade perché un comportamento di
tipo passivo è più comodo. Vi
è un altro ostacolo che la casalinga deve superare: la nostalgia per
l'attività professionale o gli studi, lasciati per la famiglia. Bisogna
convincersi che la dimensione familiare non è una prigione che porta a
una riduzione delle potenzialità della persona, ma può, al contrario,
essere un'occasione per la loro esplicazione, o per una promozione in àmbito
umano e, con la grazia, soprannaturale. Accanto alla gioia del darsi
agli altri in un servizio di amore, la donna sposata non può rinunciare
all'arricchimento delle proprie potenzialità; se si comprimono queste
istanze personali, presto o tardi esploderanno. La casalinga deve
cercare di riempiere ogni momento libero di cui possa disporre con
interessi e attività stimolanti e formative, togliendo spazio alla
televisione, alle troppe chiacchiere al telefono, e così via. Questo
impegno viene ricompensato dal risultato di mantenersi sempre una sposa
interessante e una madre con cui è bello parlare di tante cose. Quando
i figli cominciano a crescere essa può estendere le sue attività a
lavori esterni alla famiglia, non in cerca di evasioni ma di crescita
personale, di formazione spirituale e culturale, di servizio agli altri.
Guardandosi attorno si scoprono opportunità interessanti, che di fatto
attraggono molte persone; si tratta di offrire qualche ora del proprio
tempo in attività di volontariato promosse da associazioni benefiche,
assistenziali o di utilità sociale di vario genere; ci si può occupare
per esempio di orientamento familiare, oppure può essere un impegno in
centri culturali. Queste attività, pur richiedendo disposizioni di
rigorosa professionalità, non esigono la stretta cadenza degli orari
lavorativi. molto gratificante impegnarsi in qualcosa che sappiamo
socialmente utile, non per costrizione, ma perché è quel che
desideriamo; questo arricchimento personale della donna si traduce
sicuramente in un arricchimento della vita familiare. Certo è che alla
donna, sia che rimanga esclusivamente dedita alla casa, sia che svolga
anche un lavoro extradomestico, in questa nostra società sempre più
complessa è richiesta una preparazione ad alto livello, in vari campi:
non solo saper semplicemente cucinare, ma avere altresì le necessarie
conoscenze di dietetica, tener pulita la casa in tempi brevi, mantenere
in ordine i vestiti, coniugando eleganza e sobrietà; ma anche capacità
di comunicazione, conoscenze pedagogiche e psicologiche, capacità
direttive e organizzative, saper tenere validi rapporti con gli
insegnanti dei figli, e chi più ne ha più ne metta. Non parliamo poi
del delicatissimo compito di educatrice, che richiede lo sviluppo di una
gamma amplissima di qualità umane (e, possibilmente, di virtù
soprannaturali). Non sarebbe il caso che alla donna fosse dedicata una
seria e specifica preparazione al lavoro, anche con la possibilità di
corsi di studio specializzati e più collegati con le realtà familiari? Abbiamo
fin qui incentrato la nostra attenzione sull'attività professionale dei
coniugi, e in particolare sui suoi riflessi nel loro rapporto coniugale.
Ora proseguiamo chiedendoci: perché non si educano i figli al lavoro? L'educazione
al lavoro Questi
ragazzi, che noi seguiamo con tanta trepidazione, tra non molti anni
saranno impegnati in un'attività lavorativa che li terrà occupati,
come minimo, per un terzo della giornata. Se non li formiamo a essere
felici nella loro attività professionale, non potranno essere appagati
né aiutare gli altri a esserlo. Se
non si educa al lavoro ciò avviene perché troppo spesso non se ne ha
chiaro il significato profondo, né il suo stretto rapporto con
l'educazione. I genitori sono spesso dei gran lavoratori, che però
della loro occupazione non sanno dare motivazioni significative, cioè
non sanno dar veramente conto del perché, del come e per quali fini si
impegnano tanto. Magari spiegano che si deve lavorare molto per portare
avanti la famiglia, o per elevarsi socialmente: ma non basta. Si può
lavorare molto, ma con una concezione del lavoro riduttiva o falsa,
percependolo per esempio come un onore ineludibile, e ineluttabile, che
limita la libertà, come evasione da altri doveri, come attivismo, e via
discorrendo. Molti
genitori non educano per obiettivi commisurati alla condizione personale
di ogni figlio, ma mossi da quello che, momento per momento, preoccupa
di più. Ma quando si lasciano irretire dal contingente, i principali
obiettivi dell'educazione si perdono; eppure ogni genitore ama i propri
figli, si preoccupa per i loro studi, a dire il vero non tanto perché
ne deriva una solida formazione intellettuale, ma perché tramite essi
possano accedere a una professione gradita, ben remunerata e socialmente
stimata. La
maggior parte dei genitori ritiene che la formazione professionale sia
compito della scuola, e che poi andrà consolidandosi via via
nell'esercizio dell'attività lavorativa. Ciò è vero solo in parte. La
formazione professionale nella nostra società richiede, in genere, una
preparazione teorica, culturale, che viene acquisita attraverso la
frequenza a un piano di studi e con l'apprendimento delle componenti
tecniche del lavoro che solo in alcuni aspetti, e parzialmente, si
consegue a scuola, ma spesso comincia a studi ultimati. Tale scollamento
fa sì che difficilmente i figli imparino a stabilire un rapporto
efficace tra la loro formazione culturale, ottenuta con gli studi, e le
nuove situazioni connesse con l'esercizio dell'attività professionale. Tuttavia
questi due aspetti non esauriscono un'educazione globale al lavoro:
mancano ancora gli aspetti umani, soprattutto con riguardo allo sviluppo
di motivazioni e atteggiamenti che consentano di compiere il proprio
impegno lavorativo con libertà personale. E sono i genitori che devono
occuparsi degli aspetti umani dell'educazione al lavoro. La
competenza umana è il risultato dell'impegno a lavorare con motivazioni
elevate, in modo autonomo, con positivi riflessi sociali, con stile
personale e con qualità umane (ordine, laboriosità, responsabilità,
perseveranza, fortezza, giustizia): virtù che mancano al lavoro di
tante persone che agiscono senza creatività, in modo passivo, solo per
motivi economici. Ecco perché i genitori hanno bisogno di chiarirsi le
idee su che cos'è il lavoro umano e sul modo di aiutare i figli a
prepararsi al proprio futuro di professionisti. I
genitori educano prima di tutto col loro modo di essere, vale a dire con
l'esempio. Dal momento che essi lavorano, per lo più, in àmbito
extrafamiliare, possono trasmettere soprattutto un insieme di
atteggiamenti. Ma quali argomenti potrà usare un genitore per
incoraggiare il suo ragazzo a quel lavoro intellettuale che è lo
studio, se egli stesso ogni giorno, a casa, parla del proprio lavoro
come di qualcosa totalmente privo di interesse e di valori? Come
spiegare al figlio che può essere una scelta pienamente libera quella
di accettare, per necessità, un'occupazione non del tutto rispondente
alle proprie aspirazioni, se gli si presenta costantemente il lavoro
come una realtà cui si è costretti da un destino avverso? Le
opinioni dei genitori e degli altri membri della famiglia (fratelli
maggiori, nonni, ecc.) influiscono sugli atteggiamenti dei giovani verso
lo studio e il lavoro. Se i ragazzi sentono spesso dire che c'è ben
poco di interessante nell'impegno professionale, se al rientro dal
lavoro il padre si mostra sempre stanco e abbattuto, se la madre è
incline al vittimismo e si lamenta di continuo di sentirsi sfruttata e
frustrata, se nelle conversazioni sul futuro lavorativo dei figli si
sottolineano soprattutto il grave problema della disoccupazione, le
scarse possibilità di scelta professionale, lo sfruttamento di chi
lavora... è molto probabile che i ragazzi finiscano contagiati da una
simile atmosfera di pessimismo e perdano interesse per la loro
formazione al lavoro. C'è il rischio, cioè, di non stimolare in loro
lo sviluppo delle diverse attitudini necessarie al lavoro, e che in essi
si risveglino solamente interessi di basso profilo. Le disposizioni Per
disposizione, o atteggiamento, s'intende un modo abituale di percepire e
di reagire di fronte alle diverse situazioni. Gli atteggiamenti che
abbiamo assunto un po' per volta nella vita condizionano il nostro modo
di essere, che si riflette in manifestazioni del tutto personali del
nostro agire quotidiano. L'atteggiamento di fiducia favorisce
grandemente i rapporti interpersonali in àmbito lavorativo, e si
esprime nel modo in cui si parla della propria attività e del rapporto
con i colleghi; stimola, inoltre, a migliorarsi continuamente in
comportamenti e competenze professionali. Hanno grande influenza sul
proprio modo di essere le disposizioni di serenità, che aiutano a saper
armonizzare le diverse responsabilità della persona adulta; richiedono
maturità di comportamento, che si esprime in equilibrio ed elasticità. Vi
sono persone molto responsabili, attive, creative, che nel lavoro danno
tutto di sé, ma che pongono ben poca attenzione alle altre aree di
attività che competono a ogni essere umano: la vita familiare e
sociale, gli interessi politici, per esempio. Sono così assorbite che
ritengono sia una perdita di tempo rendersi disponibili per momenti di
formazione umana e spirituale. , questo, un comportamento poco
equilibrato, che lancia ai figli messaggi negativi. I ragazzi, infatti,
recepiscono l'idea che quel che conta nella vita è prima di tutto la
professione, e saranno inclini, in futuro, all'assenteismo in altre
sfere di attività. Invece
il genitore che, pur molto occupato, sa trovare nei brevi fine-settimana
il tempo da dedicare a moglie e figli, che si rende conto
dell'importanza di partecipare alle riunioni scolastiche dei figli, che
sa vincere la pigrizia che lo verrebbe tener lontano da interessi
sociali, politici, religiosi, infonderà nei figli l'aspirazione a
coniugare, armonizzandole, le diverse responsabilità che derivano
dell'essere sposati, cittadini, portatori non solo di diritti, ma anche
di doveri. La
disposizione di apertura agli altri si ottiene non concentrando tutto
l'interesse sul lavoro. Ciò presuppone che si siano conseguiti il
necessario autodominio e la giusta scala di valori per saper distribuire
armonicamente il tempo tra il lavoro, la famiglia, gli amici, gli
interessi, i rapporti sociali. Tale disposizione aiuta a ridimensionare
tensioni e frustrazioni in àmbito familiare e lavorativo, rendendo la
convivenza positiva e gradevole. Possiamo
dunque affermare, in conclusione, che tante sono le situazioni, le
limitazioni personali e contestuali, le influenze più o meno positive
che determinano l'atteggiamento di ciascuno rispetto al lavoro;
l'equilibrio e l'armonizzazione tra i vari àmbiti è pertanto frutto di
intenzionalità e di lotta personale. Conversazioni abituali E'
molto utile che in casa i genitori parlino del proprio lavoro, in modo
tale che divenga argomento abituale di conversazione. Dev'essere un
parlarne al positivo, senza lamentele. Quando insorge qualche difficoltà,
ecco l'occasione per chiedere consiglio ai figli più grandi, in modo
che, a loro volta, siano indotti a confidare i propri problemi ai
genitori, certi che questi li aiuteranno a sdrammatizzare e a trarre
profitto da ogni situazione, per quanto negativa possa sembrare. In
casa va creato e alimentato un clima di amicizia che favorisca la
comunicazione a livello profondo. Molti conflitti tra genitori e figli
nascono da una reciproca mancanza di informazioni sulla rispettiva
attività al di fuori delle mura domestiche, da cui deriva una
conoscenza dell'altro superficiale e, spesso, fuorviante. Se si permette
ai figli, specie se adolescenti, di esprimere i loro punti di vista, le
loro opinioni, e se si mostra di tenere in conto i loro consigli, si
vedono cadere molte barriere e, a loro volta, essi sono orgogliosi di
essere ascoltati e consultati. Nelle
conversazioni familiari i genitori possono trasmettere criteri e
valutazioni dei diversi approcci alla vita professionale; i giovani non
recepiscono i discorsi a monologo, invece nel mezzo di una conversazione
informale, e in modo opportuno, si può farli riflettere sul lavoro,
visto come un compito problematico, che richiede soluzioni ogni volta più
efficaci che consentano di compierlo con sempre maggior perfezione. Gli
adulti possono, con umiltà, far rilevare come, con l'esperienza
ricavata da certi errori, con autoesigenza, sono poi riusciti a
conseguire uno stile personale sempre più qualificato, sostenuto da una
formazione professionale permanente. Così
incoraggiati i giovani, un po' alla volta, potranno assimilare la
convinzione che il lavoro è il mezzo insostituibile per esprimere al
meglio la propria personalità ed essere utili agli altri. buona cosa,
infatti, aiutarli presto a scoprire che per ogni attività si possono
trovare motivazioni più elevate e di maggior spessore rispetto a quelle
che puntano a meri obiettivi economici e di successo personale, pur in sé
stessi validi. Gradatamente i ragazzi possono così rendersi conto che i
motivi umani e quelli soprannaturali sono intimamente collegati; è
occasione di gioia per non pochi ragazzi scoprire che il loro impegno
nello studio e nelle altre attività giornaliere può diventare mezzo di
santificazione propria e altrui. Ma questa disposizione di amore non
sorge spontaneamente: è il risultato di un processo di riflessione e di
lotta personale. Prima è necessario che il ragazzo scopra sé stesso
come persona, che realizza la propria libertà in un'autonomia
responsabile, la quale solo gli permette di dare la sua disposta
d'amore; in seguito egli può giungere a comprendere che ogni azione,
correttamente impostata, contribuisce a far crescere dentro di sé tali
valori. In un lento processo di interiorizzazione il giovane riesce così
a scoprire nel lavoro un mezzo fondamentale per agire ed esprimersi come
persona, in una disposizione di servizio agli altri, così come l'ha
visto vivere dai genitori. Un
altro aspetto importante nel quale orientare i giovani è costituito dai
risvolti etici del lavoro. Lo si può fare con gradualità, commentando,
per esempio, le diverse situazioni che si verificano attorno a noi. Ne
scorgiamo acutamente l'esigenza nel momento storico che sta vivendo la
nostra nazione: mi riferisco, per esempio, al rapporto tra lavoro e
giustizia e, nel concreto, alla necessità di saper distinguere con
prontezza comportamenti onesti da quelli da cui posso prodursi
conseguenze moralmente inaccettabili. specifica educazione al lavoro
porre i figli nelle condizioni di saper evidenziare con sicurezza le
attività che possono condurli a scelte eticamente pericolose; sono i
genitori i primi responsabili nell'indicare le norme pratiche adeguate
per orientare i figli a comportarsi con dignità e onestà in ogni loro
condotta. Questi interventi sono tanto più necessari quanto più si
avverte "un declino o un oscuramento. I
ragazzi sono interessati agli aspetti concreti della professione dei
genitori, ascoltano volentieri che cosa fanno giorno per giorno, quali
difficoltà incontrano, quali osservazioni hanno fatto a contatto con la
gente. Fino alla preadolescenza sono più efficaci gli aneddoti
piuttosto che i discorsi astratti, che vengono invece meglio recepiti
dagli adolescenti, già formati al ragionamento logico. A
completamento di quanto detto si può aggiungere che molto utili sono
anche, di tanto in tanto, delle visite programmate al luogo di lavoro
dei genitori o a quelli di amici di famiglia: mettere in contatto con
varie realtà lavorative dà infatti la possibilità di raccogliere
informazioni sul mondo del lavoro e sulle sue esigenze. Da
quale età è utile iniziare con i figli tali conversazioni orientatrici?
Molto presto: è stato osservato che vi è infatti rapporto diretto tra
gioco dei ragazzi e attività dei genitori. I bambini cercano di imitare
"i grandi" in tutto, e tendono a identificarsi con loro.
Quando giocano a papà e mamma, riproducono alcuni loro compiti tipici,
ma, generalmente, conoscono poco o non conoscono affatto la professione
che questi svolgono fuori casa. Sarebbe divertente, in tal senso,
intervistare degli alunni delle prime classi elementari e registrarne le
risposte. perciò consigliabile di favorire ai piccoli la conoscenza
delle attività svolte da genitori e congiunti, perché possano
familiarizzare con esse e trasformarle in gioco. Dal gioco alla professione Non
tutti sanno che il gioco è una situazione importante in cui scoprire e
coltivare nei bambini varie disposizioni che potrebbero essere connesse
col loro futuro professionale. Gli adulti spesso non si rendono conto
che per i bambini il gioco è un vero e proprio impegno: è il modo in
cui si impadroniscono della realtà, superando al tempo stesso le ansie
e le paure che il mondo adulto produce in loro. Il gioco è il lavoro
tipico dell'infanzia; gli atteggiamenti del bambino nel gioco anticipano
spesso quelli che egli esprimerà da adulto professionista. Giocando il
bambino impara a vivere. Poiché nel gioco con i compagni egli si
immedesima in ruoli molto diversi, comincia con ciò a saggiare le
proprie capacità e possibilità, e perciò a individuare alcune sue
attitudini. Più esperienze ludiche un ragazzino riesce a fare, più è
facilitato a conoscere di sé e del mondo esterno. un'occasione da non
perdere, da parte dei genitori, quella di osservare i loro bambini
quando, tutti seri e immedesimati, si calano totalmente in un gioco che
li appassiona: potranno scoprire tanti aspetti interessanti di cui tener
conto per la loro azione educativa. Che
cosa osservare, in particolare? Per esempio quali giochi il fanciullo
predilige, se gioca volentieri in compagnia, come risolve i problemi che
gli si pongono, quali abilità manifesta, tenuto naturalmente conto
dell'età. Il gioco, insomma, offre ai genitori un ritratto della
psicologia dei figli. Poiché,
come si diceva, il gioco è il lavoro dei bambini, un'attività ludica
ben condotta e compiuta con impegno può far sviluppare le stesse qualità
umane (laboriosità, ordine, perseveranza) e disposizioni tipiche di
ogni altra attività ben condotta. Non dimentichiamo, inoltre, che può
essere uno stimolo alla creatività e alla fiducia nelle proprie
possibilità. Oggi
si riscontra spesso la tendenza a regalare ai ragazzi una gran quantità
di giocattoli costosi e sofisticati: è un errore educativo, poiché
giochi del genere contribuiscono ben poco a suscitare interessi e
capacità, come pure è controproducente offrire giochi non
corrispondenti alle necessità contingenti del bambino, o risolvergli i
problemi in cui si imbatte giocando. Allora,
che fare? Ricordiamo che i giocattoli migliori sono quelli che
consentono usi e interpretazioni diverse, e che offrono la possibilità
di venir trasformati in giochi personali, nei quali il bambino si mostra
come realmente è, con le sue caratteristiche temperamentali. La cosa
migliore è offrire al ragazzo varie possibilità, secondo le diverse età,
fornendogli molte occasioni di scelta e materiali manipolabili: album,
colori, scatole e scatoloni, vecchi oggetti di casa, un teatrino con le
marionette. Vanno bene anche strumenti fuori uso che il bambino possa
trasformare e usare in libertà. Più possibilità di scelta e di
esperienze il bambino trova, più occasioni ha di sviluppare attitudini
e capacità. Se
è possibile, è opportuno offrire ai figli non solo materiali, ma anche
lo spazio e il tempo necessari per giocare in modo creativo e spontaneo.
Fa un po' tristezza vedere tanti ragazzini delle scuole elementari
perder tempo davanti alla televisione, e poi tutto un correre tra
lezioni di danza, nuoto, karate, lezioni di musica e di inglese... tutte
attività in sé valide, ma deleterie se accumulate in modo da non
lasciare più spazio ad altri interessi. Il gioco è necessario,
nell'infanzia, perché soddisfa il bisogno di creatività e di
espressione di sé che ogni bambino ha dentro: un lavoro che aiuta a
scoprire tendenze e interessi che spesso in età adulta si
consolideranno. Per questo i genitori devono porvi molta attenzione, e
trovare anche di tanto in tanto il tempo per giocare con i figli,
insegnando loro nuovi giochi che stimolino lo sviluppo dell'attenzione,
dei sensi, della memoria, dell'osservazione e della motilità. Gli hobbies... Ai
giochi si sostituiscono un po' per volta gli hobbies, come il
collezionismo, la pittura, le costruzioni, e così via. Questo periodo
offre ai genitori grandi opportunità per stimolare nei ragazzi abilità
e inclinazioni diverse, utili sia per lo studio sia per ogni altra
attività. Ricordo che alcuni anni fa un amico di famiglia seppe
trasformare il periodo precedente il carnevale in una straordinaria
occasione educativa, suscitando un clima entusiasmante di allegria e di
iniziativa. Suo figlio, che frequentava la quarta elementare, si era
appassionato alla storia dei crociati; da qui sorse l'idea di
confezionare per la sfilata delle maschere dei costumi da crociati per
Luca e per i suoi amici. A partire da gennaio furono organizzati
incontri nei fine-settimana per cercare libri che fornissero tutte le
informazioni necessarie a confezionare i costumi. Fu stilato un
programma di massima, venne fatta una distribuzione dei compiti, dei
tempi, con l'assegnazione degli incarichi; fu condotto uno studio per la
confezione della cartapesta con cui fabbricare elmi e scudi; fu superato
il problema delle cotte in maglia di ferro con una soluzione ingegnosa.
La sfilata, nemmeno a dirlo, fu un successo, e ancora oggi quel periodo
viene ricordato dai protagonisti come un tempo magico, in cui si è
cementata l'amicizia tra genitori e figli e ci si è divertiti
pazzamente; quell'impegno di "coproduzione" è servito ai
genitori per orientare i figli alla capacità di riflessione, a cogliere
le informazioni corrette con iniziativa personale, a saper analizzare e
interpretare i dati raccolti, a esprimere giudizi su circostanze dubbie,
ad assumere le decisioni in base a criteri corretti e a compiere fino in
fondo quanto avevano deciso, a saper adottare nel gruppo posizioni
personali, ma con elasticità. Tutte capacità molto importanti per
arrivare a saper agire per proprio conto, cioè con autonomia
responsabile in ogni situazione lavorativa. Gli
hobbies sono mezzi validissimi per apprendere ad agire in modo personale
e creativo, e a esprimersi con libertà, rendendo operative molte
capacità. E sono anche dei veicoli culturali. Un
obiettivo educativo molto raccomandabile quello di creare in famiglia
occasioni che consentano ai ragazzi di precisare i propri interessi in
via di formazione: molto bene coltivare con loro qualche attività del
tempo libero, come fotografia, filatelia, archeologia, musica, cucina,
cucito, bricolage e tante altre. Le disposizioni che i ragazzi
acquisiscono spontaneamente in tali attività rappresentano spesso la
base di futuri interessi professionali e ampliano le competenze. Coltivare
degli hobbies insieme ai figli permette inoltre ai genitori di stabilire
con i ragazzi un rapporto fecondo e positivo, e di intrattenersi con
loro in un clima collaborativo di amicizia: impegnarsi insieme per un
interesse condiviso, senza fretta, facilita la comunicazione, la
comprensione e l'apprezzamento reciproco. Sono inoltre opportunità per
scoprire aspetti nuovi dei ragazzi e per aiutarli a conoscersi in
rapporto a quel che sono capaci di fare al di fuori dello studio. Le
gratificazioni che ne conseguono sono poi motivo per rafforzare nei
figli il senso di sicurezza e di autostima, così necessari per
stimolare l'iniziativa personale in ogni campo. Le
conversazioni saranno arricchite dagli interessi in comune, e il
genitore sarà nelle condizioni migliori per aiutare il figlio a
scoprire le qualità necessarie che quell'impegno richiede per essere
compiuto con efficacia. E stare insieme in pace, senza conflittualità
emotive, permette anche al padre, o alla madre, di aiutare il ragazzo a
individuare i propri limiti (per esempio il non saper prevedere, non
sapersi informare, l'essere precipitoso) perché possa superarli, senza
sentirsi giudicato negativamente. Il tempo libero Non
vi è una netta separazione tra le attività di lavoro e quelle del
tempo libero, salvo il fatto che queste ultime sono meno disciplinate
delle prime e sono, appunto, libere, consentendo alla persona di
esprimersi con spontaneità e secondo le preferenze personali. Ma in
entrambi i casi si richiede impegno e autoesigenza, al punto che il modo
in cui si impiega il tempo libero esercita un'influenza non trascurabile
su certi atteggiamenti del lavoro, e viceversa. Spesso però capita che
i ragazzi non abbiano molta iniziativa nell'uso del tempo libero, così
come accade anche a parecchi adulti; è evidente il pericolo insito nel
far solo quello che fanno gli altri, o che impone la pubblicità: il
gregarismo porta a sicura dipendenza da ideologie, a pigrizia mentale,
all'apatia, a un basso livello di esigenza. Ne segue che gli educatori
devono porre molta attenzione all'uso del tempo libero, vedendolo come
un'occasione educativa che deve portare a obiettivi concreti,
commisurati sulla specificità di ogni ragazzo nelle diverse età. Tempo
libero non vuol dire tempo di ozio, rincasare a qualunque ora della
notte e, in vacanza, alzarsi la mattina alle undici, e anche qui è
superfluo dire che le buone abitudini nascono soprattutto dall'esempio
dei genitori, laboriosi e allegri. Per
prima cosa va controllato l'uso della televisione, senza peraltro
demonizzarla (è solo uno strumento), poiché può anche offrire varie
opportunità educative, ma solo se è al servizio della famiglia, non
una sua tiranna. Se i programmi non vengono selezionati, visti e
commentati insieme, favoriscono la pigrizia mentale, la passività, il
prevalere dell'impressione sulla riflessione. Legittimo
cercare anche il riposo e il divertimento, nel tempo libero; non
dimentichiamo però che esso presenta delle situazioni privilegiate,
nelle quali adulti e ragazzi possono stare insieme con soddisfazione
reciproca, al di là delle possibili tensioni a volte connesse con la
situazione scolastica. Questo tempo, se ben speso, permette un
miglioramento in molte qualità umane: ordine, responsabilità, sincerità,
allegria, sobrietà e altre ancora. Perciò una regola principe, da
stabilire fin da quando i figli sono piccoli, è far sì che in famiglia
si crei un clima costante di laboriosità: ciò aiuta a superare molti
problemi relazionali che insorgono in ambienti caratterizzati da
pigrizia e noia. Con
i ragazzi fino alla preadolescenza l'impegno consiste nel suggerire loro
attività sempre nuove, tra le quali possano scegliere quelle più
confacenti alle loro aspettative. Finché non sono cresciuti hanno
bisogno di ricevere spesso delle indicazioni iniziali sulla modalità di
sviluppo di tali attività; a loro spetta la scelta di quelle più
gradite, mentre i genitori devono seguirne alla lontana la
realizzazione, stimolando i contributi personali, perché non si
limitino a copiare ciò che fanno gli altri. Una
regola d'oro, forse un po' difficile da seguire, consiste nel non
sostituirsi mai ai ragazzi per risolvere le difficoltà che incontrano
in quelle loro attività, né imporre che le compiano come piace a noi,
perché così ne bloccheremmo la creatività e l'iniziativa personale.
Se volgiamo che le attività del tempo libero siano veicoli di crescita
nelle capacità personali, si cercherà inoltre di essere fermi
nell'esigere che anche le occupazione diverse dallo studio siano
compiute con precisione: sarà un'esigenza graduale, comprensiva,
elastica. Si può iniziare con i bambini controllando che il locale dove
hanno trafficato venga lasciato in ordine, che non vi siano stati
sprechi di materiali o trascuratezze nell'uso degli attrezzi, e che si
sia rispettato il lavoro degli eventuali compagni di gioco, e il buon
gusto. Lo studio: lavoro intellettuale Voglio
ora accennare a un'altra situazione, che va anche vista come opportunità
primaria di educazione al lavoro e che richiederebbe un approfondimento
a sé: le attività di studio svolte a casa. In
famiglia si può chiarire ben presto che lo studio è un tipo di lavoro
che esige precise tecniche e competenze, ma anche attitudini e abilità,
e solo coniugandolo con altre capacità di lavoro si ottiene
un'autentica formazione. Se in casa riusciamo a stabilire un clima
costante di studio e di lavoro potremo dar vita a quella che possiamo
definire cultura familiare, che si può intendere come un modo peculiare
di elaborare un certo stile di porsi nei confronti di possibilità,
difficoltà, necessità della vita quotidiana, sapendosi dare una
risposta personale e imparando, anche, a cogliere e godere di tante cose
che ci circondano: la natura, il talento artistico e intellettuale, e
via dicendo. Ma
gli studi dei figli costituiscono anche frequenti occasioni di forti
attriti e tensioni familiari, sia tra i coniugi, sia tra genitori e
figli, specie se adolescenti; e nascono polemiche anche nei confronti
degli insegnanti, accusati di incapacità, di insensibilità, di crudeltà
mentale. In ogni caso va tenuto conto che spesso i ragazzi non riescono
negli studi perché non ne vedono la connessione con la vita, oppure
perché sono privi delle abilità e delle tecniche proprie del lavoro
scolastico, o perché trascurano quella organizzazione che, al pari di
ogni altra attività, lo studio richiede. In tutto ciò deve intervenire
l'azione educativa dei genitori: non è pensabile di delegare tutto alla
scuola e interessarsi solo ai risultati, i voti e la promozione,
adirandosi poi se non tutto fila dritto. Il clima familiare dev'essere
tale che i ragazzi capiscano che lo studio è il loro lavoro, che a sua
volta è il modo attraverso il quale ogni uomo esprime la propria umanità,
sviluppa capacità, cresce in responsabilità e autonomia e dunque in
libertà. Se
lo studio è certamente un diritto, gli corrispondono tuttavia anche dei
doveri: il ragazzo assimila ben presto questo impegnativo sillogismo se
in casa tutti, e con naturalezza, lavorano e studiano tendendo, con
ottimismo, alla formazione permanente. Non perdiamo occasione che non va
delegata alla scuola di mettere in evidenza il rapporto tra lo studio
teorico e la realtà, mostrando ai ragazzi che tanto più comprendiamo
quanto più conosciamo. Basta pensare alle occasioni che offre l'età
dei "perché", che a volte sono per noi così snervanti e che
ci paiono tanto assurdi da abituarci a glissare le risposte. Purtroppo
capita spesso che non si presti attenzione alle domande dei ragazzi e
poi, quando scoppiano i problemi, ci si rivolga loro con monologhi
dogmatici, nei quali vien loro concitatamente raccontato quanto si era
bravi, noi, a scuola. I ragazzi vanno invece aiutati a sviluppare
disposizioni positive e motivazioni efficaci nei confronti dello studio.
Si può dare qualche suggerimento pratico; uno è quello di non perdere
occasione per osservare come ciascun figlio studia a casa, così da
raccogliere le necessarie informazioni per saper intervenire
opportunamente anche nel comportamento scolastico, nel colloquio con gli
insegnanti. Ma che cosa osservare? Facciamo degli esempi. Il ragazzo sa
elaborare una programmazione settimanale e giornaliera dei propri
impegni, rispettando gli orari fissati? Sa studiare per propria
iniziativa, o ha bisogno di continue spinte? Riesce ad affrontare ogni
materia col medesimo impegno? Conosce e sa usare le diverse tecniche di
studio (prende appunti, riassume, sa consultare i testi necessari, e via
dicendo)? Ha un angolo ben ordinato e tranquillo della casa dove poter
riflettere e concentrarsi? Si pone delle domande cui cerca di dare le
giuste risposte? Sa ascoltare, essere attento, oppure si interrompe
continuamente, distraendosi con musica, televisione, telefono? Ha cura
dei libri e del materiale scolastico? Se
i genitori considerano lo studio un lavoro intellettuale, è logico che
si interessino delle modalità con cui i figli lo compiono, esigendo che
seguano un piano di lavoro definito di volta in volta, che vi dedichino
il tempo e l'impegno necessari, che lo svolgano con la maggior
perfezione possibile, che sappiano infine chiedere e accettare gli aiuti
necessari. Il
rischio è sempre lo stesso: che i genitori conoscano i loro ragazzi
solo superficialmente, ignorandone le motivazioni profonde dei
comportamenti; insomma, che non sappiano osservarli in maniera obiettiva
(è più facile che vedano solo quel che vogliono vedere, e non quanto
è magari contrario a speranze e progetti per il futuro). Se vogliamo
aiutare qualcuno a migliorare, la prima condizione è vederlo come
realmente è, con qualità e limiti, e accettare questa realtà per
poter intervenire nei modi opportuni, mirati al superamento, almeno
parziale, di quanto vi è di meno positivo. Il
periodo degli studi offre ottime opportunità perché nei ragazzi si
sviluppino alcune qualità umane fondamentali, per saper affrontare
positivamente ogni attività lavorativa: ricordiamo la costanza,
l'ordine, la puntualità, per dirne solo qualcuna. Lo studio è però
anche un lavoro intellettuale, rivolto cioè a tutti gli aspetti
concernenti l'intelletto, quali la memoria, le capacità logiche e di
riflessione; è anche un ottimo mezzo per educare la volontà, nel
sapersi esigere con responsabilità e autonomia, e può costituire uno
stimolo per trovare motivi validi per impegnarsi con originalità, per
saper lavorare in gruppo, organizzarsi, imparare a valutare le
situazioni con mentalità scientifica. Un
grave errore educativo quello di cercar di togliere ai figli tutte le
difficoltà in cui si imbattono nello studio, o farsi prendere
dall'emotività quando incappano in qualche insuccesso scolastico.
Aiutiamo i figli, piuttosto, indicando loro come affrontarlo, e come si
può imparare dalle difficoltà per superare gli ostacoli futuri. Anche
questo è preparare a muoversi nell'àmbito professionale. La collaborazione in famiglia Consentire
che i giovani polarizzino il loro impegno esclusivamente sugli studi,
enfatizzando questa loro attività, può comportare spiacevoli
conseguenze anche per i futuri rapporti familiari. Se è vero che lo
studio è il loro principale lavoro, non è giusto né che trascorrano
le vacanze nell'ozio, facendosi servire in tutto dalla madre, né che si
sentano in diritto di venir mantenuti con larghezza senza contribuire in
niente all'andamento della casa. Educare i ragazzi alla collaborazione
in famiglia è un modo precipuo di prepararli all'impegno sociale, perché
il lavoro in casa e la partecipazione attiva ai compiti familiari che
significa sentire che la casa non è solo dei genitori, né un
confortevole albergo (come pensano tanti adolescenti), ma la si porta
avanti insieme sono un contributo al bene comune della famiglia che
diverrà, da adulti, un generale atteggiamento di sensibilità e di
partecipazione ai problemi nazionali o anche dell'intera società umana. Oltre
all'errore, già ricordato, di un buon numero di genitori che fanno
dello studio dei figli un assoluto e, per timore che si distraggano o si
disperdano, evitano loro qualunque altro impegno, merita segnalare gli
ostacoli (di certo involontari) posti da tante madri, un po' ammalate di
perfezionismo, che spesso, pur borbottando, non accettano l'aiuto di
nessuno, perché nessuno le accontenta: guai se la figlia, risciacquando
le tazze della colazione, ne rompe una, o se il figlio non riesce a
lucidare le scarpe con una tecnica perfetta... E ci sono anche tanti
padri "paternalisti" che preferiscono fare, piuttosto che
insegnare a fare, e poi si lamentano che i giovani sono abulici e
smidollati: se vogliamo che i ragazzi imparino a fare, bisogna dar loro
fiducia. O forse che noi non sbagliamo mai? Non
dimentichiamo, inoltre, che certi difetti di carattere dei genitori, che
si manifestano in maniera ricorrente nel loro comportamento, ostacolano
gravemente la partecipazione dei ragazzi alla vita familiare. Sono gli
stessi che paralizzano i rapporti familiari: molti derivano da
stanchezza, mancanza di autodominio, ma soprattutto dalla perdita della
virtù della speranza, e si manifestano nel nervosismo abituale,
nell'impazienza, nel pessimismo, nella mancanza di allegria e buonumore.
Non sempre è facile rendersene conto; se però nei ragazzi si accende
la spia rossa dell'insoddisfazione e se il loro comportamento fa
intendere una scarsa attrattiva per la convivenza familiare, allora per
i genitori è il momento di fare un esame di coscienza il più possibile
obiettivo. Perché
i nostri figli siano motivati e convinti di voler attivamente
partecipare alla conduzione della vita familiare, occorrono almeno due
condizioni: 1) che in casa regni una buona atmosfera comunicativa,
congiunta a un clima di allegria e di confidenza; 2) esser convinti che
la nostra collaborazione è apprezzata e che vi è fiducia nelle nostre
capacità. Non può formarsi un vero atteggiamento collaborativo se in
famiglia ci si ascolta poco, se non ci si sente capiti, oppure il clima
è spesso teso, poco sereno, caratterizzato da scontri e ripicche. più
facile che in simili casi maturino comportamenti passivi e conformisti. Anche
ai bambini possono essere dati alcuni incarichi, fissi o temporanei, cui
va dato il giusto apprezzamento: possono essere servizi molto semplici,
come per esempio portare il giornale a papà, quando si siede in
poltrona. Perché tutto proceda con reciproca soddisfazione, ricordiamo
di dare sempre le necessarie informazioni sulle modalità di svolgimento
e sui motivi per cui va fatto in quel certo modo. A mano a mano che i
ragazzi crescono, è opportuno individuare incarichi più vari e
complessi, che esigano maggiore abilità e responsabilizzazione; non vi
sono regole fisse, in quanto lo stile educativo di ciascun genitore ne
rispecchia la personalità: starà al suo criterio evitare sia le
imposizioni, sia la distribuzione rigida e fissa di compiti accolti
malvolentieri. Gli
interventi dei genitori sono tanto più efficaci quanto più essi
agiscono di comune accordo, dopo aver trovato insieme il modo più
opportuno per presentare ai figli ogni loro contributo in casa come
un'attività che ha un senso in quanto rende contenti gli altri,
contribuendo alla creazione di un ambiente più gioioso e sereno ed
essendo, al tempo stesso, fonte di soddisfazione personale. Questo
non facile risultato è subordinato a due condizioni: 1) che i genitori
definiscano un piano graduale di interventi per individuare gli
incarichi opportuni e poi per aiutare ciascun figlio a svolgerli sempre
meglio; 2) che i genitori mostrino di sostenere e partecipare con
interesse al lavoro del coniuge e dei figli in un clima sereno, paziente
e ottimista. Un
fatto non va trascurato: via via che cresce, ogni ragazzo sempre più
desidera che le sue idee e i suoi punti di vista vengano presi in
considerazione, gradisce proporre lui stesso il modo in cui svolgere un
certo lavoro, e lo fa con molto criterio quanto più il suo sforzo
interpretativo viene apprezzato. Ecco allora giunto il momento di
mettere a tacere quel nostro amor proprio che ci induce a pensare che
solo noi sappiamo come le cose vanno fatte: più permettiamo di fare, più
riusciamo a far scoprire i motivi validi per un impegno sempre più
libero e responsabile. Tutto ciò, per tanti genitori, non è facile,
perché richiede anche in loro il superamento di molti difetti, come
l'impazienza, la pigrizia, o la bramosia di far tutto loro; sostituirsi
ai figli nel lavoro, si diceva, è una grande tentazione per tutti, però
non crea quel clima di autorità partecipativa che è tanto necessario,
soprattutto quando si ha a che fare con adolescenti. Quanti
genitori si lamentano che i figli stanno sempre fuori casa, non
obbediscono, non aiutano... Spesso una causa (certo senza escluderne
altre) di quegli insuccessi educativi va ricercata proprio nel fatto di
non averli resi partecipi di un clima collaborativo in famiglia. Gli
adolescenti maturano se dietro ai doveri vedono dei valori; ciò avviene
quando gradualmente accettano e interiorizzano, dopo averli riscoperti,
quei valori vissuti e assunti acriticamente nell'infanzia. Gli
incarichi, anche quelli più usuali, come rifare il letto, apparecchiare
e sparecchiare la tavola, aiutare a cucinare i dolci, a riordinare al
casa, a tenere in ordine il soggiorno, hanno lo scopo prioritario di
creare nei ragazzi la mentalità che vi sono questioni familiari che
investono la responsabilità di tutti; altro obiettivo è imparare a
lavorare in vari campi con abilità e ordine. L'intervento
educativo è efficace quando i genitori non obbligano a fare le cose, ma
spiegano serenamente i motivi per cui è bene farli, mostrando ai figli
che fanno conto su di loro per risolvere i piccoli problemi della
famiglia. Incentivando l'aiuto in casa dei bambini, questi imparano
senza problema che devono dedicarvi ogni giorno un tempo determinato, e
così, crescendo, si abituano ad assumersi responsabilità, a
organizzarsi, a fare le cose con ordine ed efficacia. Per
i genitori vi è l'impegno di saper proporre anche incari simpatici, del
tipo: fare piccole riparazioni in casa, tenere in ordine le diapositive,
ordinare gli schedari dei libri della biblioteca di casa; lavori che
sviluppino alcune destrezze, come imparare a scrivere a macchina, a
usare il computer, a rilegare i libri, a usare gli attrezzi di
falegnameria, e tanti altri. I
genitori possono insegnare a distribuire le attività di studio e di
lavoro in tempi stabiliti e che non escludano la possibilità di un
necessario svago con gli amici. L'efficacia di un piano di incarichi
personalizzato aumenta quando, di tanto in tanto, si lavora a contatto
del figlio per insegnargli, per esempio, come preparare e usare i
materiali e gli utensili, e come definire le tecniche che ogni lavoro
richiede. Insieme al genitore il ragazzo impara a seguire un piano di
lavoro ordinato, evitando le interruzioni capricciose e le confusioni:
dopo averlo constatato nella pratica, assume spontaneamente la
convinzione che se ogni attività è svolta e conclusa senza
precipitazione ma in un tempo previsto, questo tempo si moltiplica e con
esso la soddisfazione per le abilità acquisite e per il contributo
apportato alla serenità familiare. Già
prima della tappa adolescenziale i ragazzi devono essere convinti che
non hanno diritto di stare in casa solo per mangiare e dormire, come una
pensione gratuita; devono cioè essere consapevoli che gli altri membri
della famiglia hanno bisogno del loro contributo e aiuto (anche
spirituale, come la comprensione, la gratitudine, la preghiera, per fare
qualche esempio), tanto quanto essi pensano di aver diritto di ricevere:
troppo spesso i genitori constatano infatti che la loro naturale
tensione all'indipendenza fine a sé stessa, tipica di ogni adolescente,
è esaltata ed enfatizzata da questa nostra società edonistica del
disimpegno; se il giovane non arriva a far propria la convinzione che la
conquista della libertà si dà quando vi è armonia tra un'autonomia
progressivamente conquistata e una responsabilizzazione che arriva anche
a capacità di disciplina, sempre più consapevolmente assunta, c'è il
rischio che resti un eterno adolescente (fenomeno, oggi, piuttosto
diffuso). Un antidoto a tale rischio può essere, tra gli altri, il far
fare ai giovani delle classi superiori esperienze di lavoro fuori casa
nei mesi estivi e in generale durante il tempo libero, pur
salvaguardando un certo spazio per le attività sportive e ricreative;
questi lavori, regolarmente remunerati, permettono ai ragazzi non solo
di pagarsi alcune spese voluttuarie, ma anche di contribuire, benché in
misura modesta, al bilancio familiare. Il contatto con la realtà
lavorativa esterna consente inoltre al giovane di conoscere situazioni
nuove, persone e ambienti diversi, di ampliare conoscenze e mettere a
viva prova capacità e interessi, e può portare a utili considerazioni
sulla propria realtà personale e familiare che viene vista con occhi
diversi e, generalmente, rivalutata. Possono essere lavori di
manovalanza o da operai saltuari in qualche fabbrica, o tenere per
qualche mese la contabilità di una pensioncina, fare compagnia a una
persona anziana, fare da guida turistica nei piccoli musei di paese, e
tanti altri. I
genitori non perdano l'occasione di commentare in casa queste esperienze
dei figli, sapendoli incoraggiare quando si presentano le inevitabili e
salutari difficoltà, così diverse da quelle scolastiche. Anche i casa,
o presso parenti e amici, i giovani possono svolgere lavori saltuari,
regolarmente retribuiti. Vediamone alcuni: imbiancare pareti,
riverniciare cancellate, lavare l'automobile, lavori di giardinaggio, e
così via. giusto, si diceva, che il ragazzo venga pagato, ma dovrà
presentare un lavoro fatto a puntino, nei tempi previsti, con mentalità
professionale. L'adolescente,
lavorando, impara a rafforzare la volontà, a riflettere, a prendere
delle decisioni e poi adempierle, fissandosi delle priorità, a
organizzarsi, a non credersi autosufficiente ma bisognoso di continui
aiuti per agire sempre meglio nei vari campi. Soprattutto, attraverso
gli impegni di lavoro, è aiutato a superare la pigrizia, l'egoismo, la
passività, che sono tra i suoi principali limiti, e a migliorare anche
la capacità di relazionarsi con gli altri. Vorrei
infine mettere in evidenza un ultimo efficace mezzo educativo: l'utilità
che gli adulti genitori, amici dei genitori, insegnanti mostrino ai
ragazzi, senza esibizionismo, che dedicano parte del loro tempo libero
ad attività di volontariato e di sostegno a iniziative di aiuto agli
altri. Parlare positivamente di ciò, senza far pesare la stanchezza o
le delusioni, sottolineando gli effetti benefici che tali impegni
producono in loro, suscita risonanze profonde nei giovani, che per
natura sono idealisti. un esempio sicuramente trascinatore. Ho visto
parecchi adolescenti, che ciondolavano in casa in un dolce far niente,
scattare poi e agire con rapidità a abilità in azioni di volontariato,
che richiedevano sacrifici non piccoli, ma che avevano suscitato in loro
dei valori corrispondenti alle attese personali. Sono stata colpita, per
esempio, da ragazzi che fanno i barellieri a Lourdes: mi hanno commossa
per il loro impegno abnegato, sostenuto da tanta generosità e dolcezza. Dedicare
al servizio degli altri qualche fine settimana in compagnia dei figli è
azione educativa sicuramente più efficace di qualunque bel discorso. |
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