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Di
solito è il papà a fare questa considerazione sull'educazione dei
figli; la mamma sembra che la pensi in maniera diversa, ma in fondo
vuole - con molta maggior convinzione - che la figlia non sia
"diversa dalle altre"; e, dato che le è ben chiaro come
vivono "le altre", vuole che sia "poco perfettina",
che non sia un' "asociale".
Come
ogni luogo comune, l'affermazione del papà coglie una profonda verità:
è vera la percezione delle difficoltà di maturazione dei giovani.
evidente quanto sia difficile, per loro, fare i conti con quella che
qualcuno chiama "la durezza della vita", la capacità di
sopportare condizioni impreviste e negative; per questo, a nessuno
sfugge quanto sia difficile adeguarsi a situazioni che implicano una
certa originalità, della libertà di spirito, una capacità di uscire
dagli schemi. certamente molto lenta anche l'uscita dall'adolescenza e
l'inizio della maturità con tutto ciò che questa comporta: assunzione
di impegni stabili, equilibrio e capacità di sopportare le tensioni
quotidiane che tali impegni comportano.
Del
resto, anche nei giovani si riscontra un fatto assai vicino a queste
sensazioni dei genitori: l'apprezzamento in cui è tenuto il look
"trasgressivo" - come orecchini, jeans stracciati, codini,
teschietti sulle maglie, moda dei tatuaggi (piercing), e via dicendo -
che ha perso quel tono di stranezza e cattiveria di qualche tempo fa.
Non è forse anche questo un indice del desiderio di "non fare
troppo i bravi"? diventato importante essere tragressivi; forse il
motivo di ciò è da attribuire alla connessione che si crede di trovare
tra l'essere trasgressivi e l'essere dei "duri". Quest'ultima
caratteristica è vista come una capacità difficilmente raggiungibile,
come una virtù rara. Logica, quindi, tutta l'importanza e
l'apprezzamento che il look "cattivo" acquisisce tra i
giovani.
Sono
dunque i ragazzi stessi a percepire l'importanza di essere
"duri", il gran valore della capacità di agire fuori dalle
"campane di vetro". Che cosa deve fare un buon genitore?
Per
cercare una risposta scindiamo la questione qui rapidamente abbozzata in
più parti: cominciamo a vedere le cose con l'ottica del genitore e
dell'ideale di figlio che lui vuole forgiare; parleremo poi soprattutto
di come inquadrano la questione i figli, perché non è proprio detto
che la percezione del papà e della mamma corrisponda alla visione che
ne hanno i figli. Concluderemo, dopo avere sfiorato un tema parallelo
(capacità di iniziativa e originalità), rimettendoci nell'ottica dei
genitori per risolvere questo dilemma educativo: bisogna educare a
essere cristiani o a essere "normali"? Ovviamente pensiamo che
non ci sia una opposizione tra le due realtà; permane, però, la
questione: come forgiare ragazzi con ideali cristiani senza che questo
li faccia essere "strani" o "diversi"?
La
campana di vetro
Cominciamo
con l'analizzare bene la preoccupazione citata all'inizio: l'attenzione
a non creare una campana di vetro. Tale sensibilità coglie una verità,
ma presuppone anche una diagnosi e alcune ipotesi erronee. Scindiamo,
quindi, l'argomentazione che sta dietro "la storia della
campana" in due componenti, e cerchiamo di valutare la veridicità
delle riflessioni: a) "la società esige persone capaci di
lottare"; b) "l'educazione che si dà, se è troppo
"buona", in fondo, porta a creare una campana di vetro".
Sulla
prima considerazione siamo certamente tutti d'accordo; vivere, oggi come
sempre, implica lottare e dovere affrontare delle difficoltà. Ma è
giusto attribuire alla frequentazione di ambienti troppo
"perfetti" l'incapacità di lottare? Oppure dobbiamo
attribuirlo all'atteggiamento perfezionista dei figli? E, in fondo: che
cosa significa "lottare"? Come si insegna? Che cos'è quella
realtà che aiuta ad affrontare con equilibrio le difficoltà? Di che
tipo di lotta si tratta?
Molti
figli sentono la necessità preponderante di un grande equilibrio e
padronanza di sé; possiamo aggiungere che tali sono le vere necessità,
nel senso che non viene tanto sentita la necessità di cose, quanto
quella di queste qualità. Tali sono, del resto, le realtà più
ostentate; si direbbe che gli adolescenti vogliono far vedere,
soprattutto ai coetanei, quanto trabocchino di tali qualità. Hanno idee
chiarissime, atteggiamenti netti, mai un dubbio; perlomeno, l'ultima
cosa che hanno intenzione di fare è lasciar trasparire tale dubbio.
Questi atteggiamenti fanno parte dello stile adolescenziale di sempre;
ma mi sembra di poter affermare che adesso c'è una maggiore sensibilità
su tali temi.
L'equilibrio
e la padronanza non sono capacità qualsiasi, ma la conseguenza di
un'educazione ben condotta. Tra gli aspetti da curare di più in tale
educazione si trova la capacità dei genitori di non sostituirsi ai
figli quando si presentano le difficoltà; gradualmente bisogna lasciare
che affrontino da soli i problemi, e tale gradualità permette
all'educando di non scontrarsi immediatamente con ostacoli per lui
insormontabili. Si tratta di evitare la durezza eccessiva di alcuni
genitori che propongono troppo presto obiettivi troppo elevati. Ma
esiste anche il problema dell'atteggiamento contrario, che consiste nel
non proporre mai un obbiettivo esigente, difficile. Oggi di solito si
sbaglia in senso opposto all'eccessiva esigenza: troviamo genitori
iperprotettivi che, avendo sempre risolto tutti i problemi dei figli,
non permettono loro di imparare a risolverli da soli.
facile
giudicare duro l'atteggiamento del genitore che esige molto e troppo
presto; ma anche i genitori iperprotettivi hanno una loro speciale
"durezza" verso i figli: ne fanno bambinoni che prima o poi
non sapranno come uscire dalle difficoltà, dato che i problemi di
sicuro arriveranno. E che arrivino non è certamente strano, perché
tutti gli uomini si scontrano con difficoltà; solo che il bambino a cui
è stato evitato il contatto con ogni problema non ha mai sperimentato
una difficoltà seria, e appena essa compare si dispera, si preoccupa
eccessivamente, si crea troppe paure e problemi.
Se
è mancata una buona formazione, il ragazzo può cercare sicurezze,
situazioni sicure e "perfette", nel senso di
"perfettamente" corrispondenti alle sue precedenti esperienze,
senza avere il coraggio di "buttarsi". questa una delle
possibili origini della situazione che lamentava l'ipotetico papà di
cui parlavamo all'inizio del nostro discorso.
Un
aspetto non marginale
Ci
siamo chiesti se l'educazione debba svolgersi sotto una campana di
vetro. Siamo arrivati a ricordare un fatto evidente, ma anche un po'
inatteso. Innanzitutto, che nessuna educazione, perlomeno nessuna
educazione cristiana, dovrebbe mai dimenticare che essa include la
formazione alla fortezza, al raggiungimento del bene arduo, e che il
formare alla fortezza costituisce un àmbito importante dell'educazione
stessa.
Nessun
formatore può dunque dimenticare che non sta insegnando le "buone
maniere", ma sta formando uomini che prima o poi dovranno
scontrarsi con certe difficoltà. Ma quello che noi vogliamo affermare
va ben oltre una sottolineatura dell'importanza di questo aspetto
dell'educazione; vogliamo arrivare a dire che, forse, la "campana
di vetro" la costruiscono proprio coloro che dicono, a parole, di
volerla evitare.
Perché
ci sono ragazzi che cercano situazioni sicure, perfette, e non hanno il
coraggio di "buttarsi"? La fragilità dei figli deriva dal
fatto che i ragazzi sono abituati ad ambienti troppo perfetti, o dal
fatto che sono troppo desiderosi di perfezione e sicurezza essi stessi?
E possiamo chiederci ancora: da dove deriva questo perfezionismo (quello
dei figli), che forse faremmo meglio a chiamare "fragilità",
"mancanza della virtù della fortezza"? Dall'ambiente troppo
buono, o dal modo di essere del giovane, come abbiamo ipotizzato
parlando dei genitori iperprotettivi?
Per
dare una risposta a questi dubbi è utile chiederci quando compaiono le
difficoltà nella fortezza, nell'equilibrio, nella solidità dei figli.
Interrogandoci sul momento in cui fanno capolino i problemi, troviamo un
aiuto per la risposta alla domanda su come si creano.
L'adolescenza,
& prima
Di
solito i problemi si vedono nell'adolescenza, nel momento in cui un
ragazzo esce necessariamente dalla tretta cerchia familiare e trova le
sue difficoltà di ambientamento. Vengono fuori le timidezze, le
insicurezze, le reazioni di fronte ai cosiddetti problemi
"normali" di scuola (reazioni non sempre "normali").
Dato che i problemi compaiono verso i 14 anni, i genitori si guardano
attorno alla ricerca della causa di tali situazioni. Di solito il
problema si evidenzia come incapacità di "buttarsi" e di
"adeguarsi" alla realtà, con tutto l'aspetto di lontananza
dal "giusto" e dal "perfetto" che essa manifesta: lo
abbiamo chiamato, proprio per questo, perfezionismo. Il perfezionismo
viene attribuito al tipo di ambiente che frequenta in quel momento.
"Metti un ragazzo nel mondo vero, "duro",
"cattivo", e ti diventerà normale; se invece lo lasci in
ambienti buoni saranno proprio gli ambienti a creargli delle difficoltà";
questo il ragionamento di alcuni genitori.
Tali
problemi scoppiano nell'adolescenza. Ma molti considerano tali limiti
come carenze dovute all'eccessiva soddisfazione dei bisogni sin dai
primissimi momenti della vita e alla parallela carenza di esigenza nei
confronti dei figli (si veda J. Renaud, Bisogna dire di no ai figli?,
Torino 1992, pp. 176). Già nei primissimi anni di vita ogni necessità
e desiderio del fanciullo vengono soddisfatti in maniera esagerata e, a
volte, prima ancora che arrivi chiaramente a formularli. Il ragazzo
sviluppa una personalità fragile perché non arriva mai a sperimentare
quella sostanziale distanza che c'è nella vita tra i desideri e la loro
soddisfazione. Acquisisce anche -- e di questo riparleremo dopo -- una
personalità abulica, passiva, incapace di divertirsi con ciò che non
sia una soddisfazione "esagerata" delle proprie naturali
esigenze.
Certamente
queste situazioni "scoppiano" nell'adolescenza; il motivo è
ovvio: la famiglia iperprotettiva costituisce un ambiente in cui i
difetti formativi del fanciullo non vengono a galla. Se il bambino, data
la sua educazione, ha bisogno di un "trattamento" speciale
perché è sempre stato vezzeggiato ed è abituato a essere soddisfatto
in ogni sua esigenza ben oltre il normale bisogno, la mamma e il papà
continueranno a creare tale ambiente protettivo per tutto il tempo in
cui starà in casa. L'adolescenza è il momento in cui il ragazzo vuole
la massima libertà dai genitori e cerca un suo spazio tra i coetanei;
per questo essa "butta" il ragazzo fuori dalla famiglia
lanciandolo in un ambiente, come quello dei coetanei, costruito su
criteri ben diversi. La crescita, quindi, non fa che evidenziare una
precedente inadeguata educazione che fino a quel momento era rimasta
sommersa.
Con
queste considerazioni arriviamo ad approfondire la questione della
formazione che eviti la "campana di vetro". A un'analisi più
attenta appare evidente che se da una parte non si vuole la
"campana" per il figlio adolescente, dall'altra è stata
proprio la famiglia a "costruirla" quand'era bambino. I
genitori riempiono di ogni bene di consumo il bambino e considerano la
propria funzione educativa come saturazione delle esigenze di benessere
materiale del figlio; oltretutto, lo colmano di un affetto che a volte
sostituisce ogni iniziativa personale. Un tale figlio non è in grado di
scontrarsi con la vita perché non si è mai trovato in una situazione,
non già di difficoltà, ma di normale soddisfazione dei desideri (bere
quando ha sete e per quanto ha sete; mangiare ciò che si deve e quando
c'è bisogno, e così via).
Si
può forse arrivare a dire che gli stessi genitori "nemici"
della "campana di vetro", arrivano a chiedere alla scuola o
all'ambiente formativo del bambino di essere la suddetta
"campana", ma solo fino alla terza media: "A mio figlio
evitate ogni rischio, ogni problema, ogni sofferenza, ogni contatto con
i cattivi, ogni difficoltà...". Poi, però, scoprono la debolezza
del figlio, si preoccupano, e pretendono di risolvere il problema
buttandolo nella mischia. Ma un figlio in simili condizioni è capace di
lanciarsi? Sembra proprio di no.
Il
fascino segreto della tribù
In
ogni caso, il risultato del gettare il figlio nella mischia è la
perdita dei valori familiari visti come inadeguati al "mondo"
(cioè all'ambiente dei coetanei e ai valori su cui si regge la società).
Inoltre, sorgono anche i mille complessi del periodo adolescenziale; le
originalità "estetiche" che manifestano il più gretto
adeguamento alla "tribù" e a coloro che creano il modo di
essere "giovane". In un certo senso si passa dalla mamma vera
-- onnipresente nel risolvere ogni problema -- a mamma-Tv; e assieme
alla Tv c'è il gruppo di coetanei a cui si è legati da un rapporto di
odio (perché maltrattano) e amore (perché si ha disperatamente bisogno
della loro accettazione-approvazione). Tutto ciò che era vero
nell'infanzia non lo è più, o perlomeno è diventato
"inutile", "infantile". Le cose "di una
volta" si lasciano alle spalle insieme al Lego e al bavaglino.
Si
ha la sensazione che la descrizione che abbiamo fatto sia il modo in cui
attualmente alcuni ottimi ragazzi di ottime famiglie possono arrivare ad
avere problemi di fede; altri modi, attualmente, non ci sono. Le vecchie
storie di giovani che abbracciano per la loro "generosità" o,
meglio, ingenuità, ideologie anticristiane "per difendere meglio i
più poveri", possiamo lasciarle riposare nei libri di storia; il
marxismo, per esempio, non è percepito tanto moderno quanto i dinosauri
di Jurassic Park.
Insomma,
la "campana di vetro" non è solo l'ambiente troppo buono e
troppo perfettino; la vera campana di vetro è l'atteggiamento del papà,
della mamma e dei nonni che non fanno mancare nulla al bambino, che lo
saturano in ogni desiderio: spesso, come si diceva, prima ancora che il
ragazzo riesca a formulare delle richieste o a percepire delle difficoltà,
quella necessità-difficoltà è già risolta. Riportiamo un aneddoto:
un breve colloquio -- domanda e relativa risposta -- a una giovane
mamma: "Il suo bambino (4 anni) fa i capricci?". "Il mio
bambino ha le sue legittime esigenze...". Non c'è un bambino da
educare e non ci sono "capricci"; c'è un bambino cui dare.
Quando avrà 15 anni, si troverà un gruppo di coetanei, una società,
in grado di soddisfare "le sue legittime esigenze"? Crediamo
di no; e crediamo inoltre che, di fronte a situazioni difficili, il
figlio tra le possibili reazioni possa avere proprio la ricerca di
situazioni prevedibili, perfette, controllabili, rigide, lontane dalle
imprevedibili e grossolane reazioni dei coetanei: un figlio "perfettino"
frutto di un'educazione non proprio perfetta.
Le
conseguenze del "dare"
Gli
atteggiamenti dei genitori a cui abbiamo fatto cenno si possono
inquadrare in due àmbiti diversi che noi abbiamo collegato: l'evitare
problemi sostituendosi ai figli (e di ciò abbiamo appena parlato), e
l'amare sotto forma di riempire di beni materiali. Analizziamo ora in
particolare il secondo atteggiamento.
Si
ha la sensazione, quando ci si trova di fronte ad alcuni genitori, che
essi percepiscano il proprio ruolo non come un fatto educativo, ma come
trasmissione di beni. Ciò che differenzia la famiglia dall'ambiente
esterno sta proprio nella caratteristica di "dovuto"; i
genitori devono dare certi beni, mentre nell'ambiente extrafamiliare si
passa dal dovuto al pagato (un'opinione più approfondita sui rapporti
familiari si può trovare nel volume, a cura di P. P. Donati, I°
rapporto sulla famiglia, pp. 43 ss., dove si sottolinea, invece,
l'aspetto di comunicazione "dovuta" come realtà
caratteristica della famiglia).
In
questo secondo fatto si trova, in fondo, la spiegazione del primo: che
senso ha negare qualche cosa al bambino (o al ragazzo, o
all'adolescente)? Se gli si vuole bene, come lo si può far mancare di
qualcosa? Anzi: quanto più si vuole bene tanto più si deve dare... Se
c'era un senso nei tempi andati -- data la penuria in cui si è vissuti
per millenni -- nel non dare qualcosa, perché farlo ora? Quello che
prima era giustizia -- non togliere quel poco che c'era agli altri -- o
impossibilità, adesso è una mentalità sorpassata.
Questa
affermazione, stranamente, va contro la percezione e la sensibilità dei
ragazzi. Oggi più che mai si scopre, a qualsiasi livello, che essi non
percepiscono tanto un bisogno di beni; anzi, ne traboccano. Eppure le
loro vere esigenze sono alla vista di tutti: calma, pace, equilibrio,
sicurezza, ottimismo, maturità... A queste esigenze ne aggiungiamo una:
la sana capacità di divertirsi veramente. E queste esigenze non le
sentono affatto saziate.
La
legge del contrappasso che regola gli errori concettuali è molto
semplice nella sua formulazione evangelica. "Nessuno può servire a
due padroni: o odierà l'uno e amerà l'altro, o preferirà l'uno e
disprezzerà l'altro: non potete servire a Dio e a Mammona. Perciò vi
dico: per la vostra vita non affannatevi di quello che mangerete o
berrete, e neanche per il vostro corpo, di quello che indosserete; la
vita forse non vale più del cibo e il corpo più del vestito? [...] E
chi di voi, per quanto si dia da fare, può aggiungere un'ora sola alla
sua vita? E perché vi affannate per il vestito? Osservate come crescono
i gigli del campo: non lavorano e non filano. Eppure io vi dico che
neppure Salomone, con tutta la sua gloria, vestiva come uno di loro.
[...] Non affannatevi dunque dicendo: Che cosa mangeremo? Che cosa
berremo? Che cosa indosseremo? Di tutte queste cose si preoccupano i
pagani; il Padre vostro celeste infatti sa che ne avete bisogno. Cercate
prima il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno
date in aggiunta. Non affannatevi dunque per il domani, perché il
domani avrà già le sue inquietudini. A ciascun giorno basta la sua
pena" (Mt 6, 24-34). San Tommaso d'Aquino, quando si chiede
l'origine del "vizio" della sollicitudo eccessiva, risponde:
l'avarizia. A nostro avviso, l'avarizia come modello di vita, la società
dei consumi, è madre di tale sollicitudo.
La
vera sicurezza
Il
tentativo di costruire la vita sul benessere meramente materiale non è
solo moralmente ingiusto, quanto poco sano: coinvolge in quel circolo
vizioso che porta all'affanno (con termine oramai onnipresente, allo
stress). Si cerca la sicurezza nel bene materiale: certe cose, certe
possibilità derivanti da beni materiali, costituiscono una
rassicurazione. Ma contemporaneamente tali beni esigono a loro volta una
nuova rassicurazione al momento in cui compaia la prossima necessità;
si diventa dipendenti dai beni materiali che creano una ulteriore
incertezza sul futuro da saturare con altre sicurezze materiali.
La
vera sicurezza potrebbe derivare dalle proprie capacità, perché le
qualità personali conferiscono un certo grado di sicurezza
relativamente indipendente dalle situazioni future. Il brano del
Vangelo, per la verità, si spinge ben oltre la sicurezza derivante
dalle proprie qualità -- che in certe condizioni possono essere
insufficenti o venire a mancare per particolari situazioni personali --,
indicando la via di cercare appoggio nella paternità di Dio. Invece non
si risolve il problema non perché si è capaci, perché si possiede la
qualità, la virtù, ma perché si possiede un bene materiale; ma le
qualità, le virtù danno una sicurezza stabile, i beni materiali invece
possono sempre mancare. Si riuscirà ad avere sempre tale rassicurazione
da parte di beni materiali in ogni futura possibile situazione?
Ovviamente no. Prima o poi ci si trova in una situazione imprevista, si
manca di un bene considerato importante; in ogni caso, quand'anche di
fatto il bene arrivi a esserci, non manca la sensazione della possibilità
che, prima o poi, possa venir meno.
I
frutti del materialismo pratico
A
questo primo problema ne aggiungiamo un altro: mentre alla persona non
abituata ad avere tutto, il fatto di mancare di qualcosa costituisce un
problema banale, per chi ha sempre avuto tutto, e ha cercato la
sicurezza nell'avere, il mancare di qualcosa costituisce una seria fonte
di tensione. Stupisce vedere con che calma un abitante del Terzo Mondo
guarda soddisfatto i quattro soldi che possiede senza preoccuparsi del
domani, mentre un occidentale pieno di "previdenze" e
assicurazioni è comunque preoccupato di una sempre possibile
prospettiva negativa.
La
conseguenza del materialismo pratico è diventata evidente a tutti,
quand'anche non se ne colga la causa. L'atteggiamento sicuro,
l'equilibrio, la fiducia sono realtà fuori portata; non manca anzi chi
vede la fede stessa come sicurezza, per alcuni sicurezza irritante
("facili certezze"), data la propria radicale, eterna
instabilità apprensiva. Ci sarebbe da chiedersi quanto la fede è
diventata per molte persone una sicurezza psicologica soggettiva, quando
nella tradizione questo aspetto veniva considerato veramente marginale.
Chi
vive nella dipendenza dalle sicurezze conferite dai beni materiali, e dà
ai figli affetto sotto forma delle sicurezze prodotte dai beni
materiali, finisce per dar loro anche l'origine dell'eterna
preoccupazione, ansietà, di cui tutti siamo tanto spesso vittime. Chi
riesce a formarli a un sano distacco dai beni materiali e insegna loro a
essere generosi con gli altri, non ne fa solo delle persone caritative o
capaci di essere distaccate dai beni materiali, quanto delle persone
normali, serene.
Stress
& abulìa
Abbiamo
parlato dello stress come di una conseguenza del materialismo; ma allo
stress come primo "risultato" del materialismo pratico si deve
aggiungere la sostanziale abulìa di fronte alla saturazione anticipata
di tutte le esigenze materiali. Abbiamo già citato un libretto di una
psicologa francese (J. Renaud, Si deve dire di no ai figli?) che
evidenzia, tra l'altro, i rischi dell'eccessiva gratificazione dei
desideri del figlio sotto forma di incapacità di reagire a stimoli
normali; chi ha già avuto tutto, spesso prima di chiederlo, per
divertirsi ha bisogno di stimoli speciali, "assordanti":
rumori, alcool, droghe, nottate brave (quello che la pubblicità delle
discoteche chiama "la vita"). "La mancanza di qualcosa di
definitivo nel centro dell'anima", scriveva G. Simmel, "spinge
a cercare una soddisfazione momentanea di sempre nuovi stimoli,
emozioni, attività esterne..." (citato in D. Frisby, Frammenti di
modernità, tr. it. Bologna 1992, p. 99).
Di
fronte a situazioni ordinarie, invece, si rischia di cader vittime di
quello che molti chiamano (non certo in senso tecnico-psicologico) la
"depressione". Non ci si diverte più tra amici, parlando,
organizzando una partita; tali divertimenti stanno diventando passatempi
rari, non alla portata di tutti. Aumentano le persone che di fronte a
tali divertimenti si annoierebbero irrimediabilmente; la lotta contro la
noia, l'abulìa, è diventata una questione seria. Un
"personaggio" televisivo ha recentemente affermato di dover
vivere una vita originale -- con continui rischi -- perché sente il
costante bisogno di stimoli per essere motivato; l'assenza del rischio
abituale per la propria vita produrrebbe in lui una
"demotivazione". Purtroppo quella persona è morta in uno dei
tanti rischi connessi alla sua attività
"motivante-stimolante". Fino a che punto tale persona era
normale, o perlomeno fino a che punto l'educazione ricevuta lo aveva
reso equilibrato?
Già
un secolo fa il sociologo tedesco G. Simmel, in Metropoli e personalità
(ora in Sociologia urbana, a cura di G. Elia, Milano 1971, pp. 450-451)
si era soffermato ad analizzare quello stato di abulìa, stanchezza di
tutto, noia e sazietà che descriveva col termine francese blasé:
"L'atteggiamento blasé risulta innanzitutto da stimolazioni
nervose in rapido movimento, strettamente susseguentesi e fortemente
discordanti... La gente stupida, non attiva intellettualmente, rientra
in questa definizione... Una vita che persegue un piacere illimitato fa
di un individuo un blasé poiché agita i nervi al massimo grado della
loro reattività così a lungo che alla fine essi cessano completamente
di reagire". Le riflessioni di Simmel si riferiscono comunque alla
vita nella metropoli e non all'educazione in generale, argomento che è
invece al centro di un piccolo utilissimo libretto riassuntivo di G.
Morra, Il quarto uomo (Roma 1992), nonché del citato libro di D. Frisby
(pp. 97 ss.).
Non
è, quindi, l'eccesso di "bontà" o di formalismo a essere
fonte di passività e di abulìa; è ben più spesso passivo e abulico
chi è saturo di stimoli. Tale persona annoiata ha bisogno di molta
"vita" per non deprimersi. La società crea l'abulìa
saturandolo di beni, e crea l'industria del divertimento rischioso e
stimolante per abulici. Il mondo che nasce dalla riduzione di tutto
all'unico "valore" che è quello di scambio "produce il
tipo di personalità che non sente differenza tra i valori, vede tutte
le cose in una tonalità opaca, grigia... Se nell'intimo di un uomo si
è stabilita la convinzione che si possono ottenere tutte le possibili
varietà della vita per la stessa somma di danaro, egli diventerà
necessariamente blasé" (G. Simmel, in D. Frisby, op. cit, p. 99).
La
prospettiva consumistica qui descritta non è accettata come ideale di
vita se non da pochi. Eppure, anche in chi si definisce cristiano,
rischia di penetrare osmoticamente l'idea che "non si può far
mancare" di certi beni il proprio figlio. Effettivamente alcune
cose non possono ovviamente mancare: ma proprio tutte quelle che si
pubblicizzano come necessarie? I genitori che vogliono far crescere dei
figli attivi, equilibrati, e contemporaneamente che sappiano affrontare
le logiche difficoltà senza eccessive tensioni, faranno bene a curare
qualcosa che parrebbe avere ben poco a che fare con tali qualità: l'uso
del proprio "portafoglio".
Trasmettitori
di virtù
I
ragazzi hanno bisogno di beni materiali, ovviamente; ma tra quello che
si deve dare loro c'è una realtà ben diversa. Si deve trasmettere un
modo di essere, delle virtù. Mentre i beni si trasmettono dandoli
fisicamente, le virtù non sono prima dei genitori e poi,
"gratuitamente", messe in mano ai figli; le virtù le
costruiscono i figli stessi attualizzando le loro capacità naturali. Ma
per attualizzare certe capacità hanno bisogno di un ambiente e di
situazioni create dai formatori. La fortezza implica una capacità di
raggiungere un bene arduo; presuppone, quindi, il coraggio di portare i
ragazzi di fronte alla realtà di un bene che risulti arduo a causa del
"male" che ostacola il suo raggiungimento.
Non
si tratta certo di complicare la vita, o di picchiare i figli, ma
bisogna metterli progressivamente di fronte alle difficoltà che sono già
in grado di affrontare e, in generale, avere il coraggio di esigere ai
ragazzi. Così facendo matureranno; secondariamente acquisteranno
lentamente l'abito della lotta per ottenere ciò che è un po' più
difficile, e non si abbatteranno di fronte all'improvviso insorgere
delle difficoltà. Si tratta di far scalare piccoli gradini, ma bisogna
anche avere chiara la meta finale che non è vivere tra le gonne
materne, ma in una società confusa, "agonistica", e
tutt'altro che rispettosa.
Le
difficoltà, prima o poi, fanno la loro comparsa nella vita; il problema
è: che capacità di affrontarle può possedere chi fino all'ultimo non
le ha sperimentate? E qui entra più chiaramente in gioco il genitore.
Se ha evitato ogni pericolo e difficoltà al figlio e ha saturato in
anticipo e oltre la necessità i suoi desideri, ora compaiono i primi
problemi che il ragazzo non affronta con equilibrio, ma con
l'atteggiamento di chi deve scalare una montagna avendo in vita sua
sempre e solo usato l'ascensore. Che reazione avrà di fronte a un
ostacolo questo tipo di persona? Come reagirà di fronte a un suo limite
una volta scoperto?
Tra
gli effetti a volte non ricercati dell'avere una famiglia numerosa --,
c'è proprio quello di abituare i figli a non soddisfare oltre il limite
ogni necessità. L'essere cresciuto in una famiglia numerosa vuol dire
imparare naturalmente che la mamma c'è per tutti, non solo per me.
Questo è ben lontano dai desideri "tirannici" propri
dell'infanzia; la mamma c'è anche per gli altri fratelli. Per i beni
materiali vale lo stesso discorso; per questo, le situazioni appena
descritte non è abituale che si verifichino in tali famiglie. Nelle
famiglie numerose i bambini hanno già preso le misure alle relative
durezze della vita e la insaziabilità dei desideri è stata
"limata" e adeguata alla realtà. Si è cioè sperimentato
che, nelle difficoltà di adeguazione tra desideri e soddisfazioni, sono
i propri desideri più che le reali soddisfazioni a dover essere
"adeguati". In tali famiglie si hanno, ovviamente, i rischi
opposti: quelli più tradizionali di sentirsi poco seguiti
individualmente, i piccoli contrasti tra fratelli. Non pensiamo però di
fare un'affermazione non condivisa sottolineando che attualmente il
problema più sperimentato è il contrario: tanto -- troppo -- sono
soddisfatti i propri desideri, e poco formata è la capacità di
esigersi, di affrontare i problemi.
Si
può anche recuperare
Quando
la formazione alla fortezza non c'è stata, i genitori devono cercare di
recuperare il terreno perduto; a volte, invece, si ha la sensazione che
il problema venga ingrandito dalle loro reazioni. Per esempio: di fronte
al professore che cerca di manifestare qualche limite oggettivo
dell'alunno, si complica ulteriormente la fragilità del figlio (che non
è un genio, né deve per forza esserlo, perché non è obbligatorio
essere un genio) assumendone comunque le "difese". Sembrerebbe
che il genitore voglia così bene al figlio da non amarlo così com'è,
o da risparmiargli una triste verità. Ben più utile sarebbe il
pacifico riconoscimento del limite accompagnato dalla calma di fronte al
problema: non muore nessuno se va male la matematica... Spesso si è
testimoni che le richieste nei confronti della scuola non sono di
esigenza educativa verso il figlio, ma caso mai di lamentela di fronte a
questa. Non si chiede: "educate" mio figlio, ma
"rassicuratelo, tenetelo lontano dalle cattive compagnie e dalla
possibilità di soffrire".
L'adolescenza
-- come si diceva -- è il momento in cui i nodi di questa formazione
cominciano a venire al pettine. Il ragazzo si trova buttato da sé
stesso, dalla propria maturazione, fuori dall'àmbito familiare, in un
mondo che è quello "vero" (cioè quello non più
principalmente familiare). Scopre la "spontaneità" dei
coetanei tanto più grossolana e offensiva quanto più è formalista e
protettivo l'ambiente familiare da cui proviene. Scaraventato nel mondo
"vero", trova che il principale valore è proprio la sicurezza
in sé stessi che non ha chi, improvvisamente, si trova di fronte ai
problemi vitali che fino a quel momento gli erano stati
"addolciti".
Nel
caso in cui le prime "vittorie" gli facciano raggiungere la
sicurezza in sé stesso, un ragazzo rischia di mandare all'aria gli
ideali "zuccherosi" ricevuti dalla mamma; non ha più bisogno
della realtà "addomesticata" per bambini, che ha ricevuto
quand'era piccolo (in famiglia). Oramai è il primo, il migliore, con le
sue idee che lo situano al di sopra degli altri. Se invece i risultati e
le sicurezze non vengono, potrà avere diverse reazioni: rifiutare gli
ideali trasmessi in famiglia, per esempio; ma potrà anche tendere a
mantenere tali valori da bambino "buono", anche se gli balenerà
il dubbio che siano convinzioni dovute alla fragilità di chi le
professa (un mondo felice di ideali buoni per chi non riesce a trionfare
nel "mondo vero"). Forse si sentirà inferiore ai
"duri", e arriverà a pensare -- secondo un'idea così
presente nella produzione letteraria e filmica -- che gli ideali (anche
quelli più propriamente cristiani) non sono realizzabili su questa
terra.
Nell'ipotesi
"felice" in cui i veri limiti dei figli non fossero venuti
fuori, toccati con mano e accettati, entro il periodo di studi liceali,
si incaricherà l'università di farlo. Un momento tipico per queste
difficoltà universitarie è proprio il primo anno; in tali momenti si
sommano il problema derivante dalla scomparsa dell'"ambiente
sociale" precedente (che era costituito dalla classe) alla forma
diversa di esigenza da parte dell'istituzione educativa. Per molti mesi
nessun obbligo di studio, nessuna richiesta; poi, improvvisamente,
arrivano gli esami, ed è tardi per chi non è stato capace di studiare
da solo, prima. Molti ragazzi hanno veri e propri blocchi all'inizio
degli esami, che possono durare anche uno o due anni, per poi
"ricominciare" l'università e portarla a termine senza nessun
altro problema. Non è, quindi, un problema "tecnico", di
capacità, ma di equilibrio personale.
Altri
momenti specialmente difficili sono l'ingresso nel mondo del lavoro e
l'assunzione di impegni affettivi stabili: il farsi una famiglia. Anche
lì troviamo in tutti delle difficoltà maggiori rispetto a qualche
decennio fa, e in qualcuno problemi stabili nel trovare un equilibrio;
l'adolescenza si è allungata e qualche volta non si conclude. C'è
tutta una bibliografia su quella che sta divenendo una questione
studiata in àmbito psichiatrico; si può vedere, per esempio, E.
Erikson, Adolescenza e crisi di identità (Bari 1968); più recente, e
meno positivo, è il testo a cura di S. Lebovici, Adolescence termineé,
adolescence interminable (Parigi 1985).
importante
evitare le sofferenze ai figli, ma non si può dimenticare che le
principali sono proprio quelle causate dall'incapacità di sostenere le
difficoltà. Se vogliamo riassumere e semplificare l'atteggiamento del
genitore in questi casi possiamo semplicemente dire: molta calma. Non è
d'aiuto la paura dei genitori che a volte supera quella dei figli; in
questo aspetto la maggiore esperienza di vita dei genitori dovrebbe
costituire, per i figli, un sostegno.
Questo
è il modello della giusta sollecitudine. Così deve atteggiarsi chi
vuole bene agli altri e in particolare ai figli: cercare di evitare le
difficoltà prevedibili grazie alla prudenza; ma esistono mali
imprevedibili. Visto che nessun uomo può sfuggirli possiamo considerare
che, perlomeno, aiutano l'acquisizione della fortezza nei figli, perché
trovandosi davanti ai guai dovranno maturare. La paura dei genitori di
fronte alle eventualità negative deve essere moderata; la loro stessa
fortezza ed equilibrio nel controllare le paure sul futuro dei figli, è
un modello di quanto devono fare i ragazzi.
La
brutta copia della fortezza
La
percezione del problema della fortezza tra i ragazzi in una società dei
consumi non può che essere accompagnata dalla costatazione della
comparsa di un'ampia serie di surrogati della fortezza proposti dal
"mercato". Potremmo sintetizzare così la pubblicità di tali
prodotti: " importante essere forti?. Ne sentite l'urgenza? Noi vi
diamo orecchini da bucaniere e magliette piene di teschi...".
Questo
esempio di mercato della fortezza fa riferimento ai ragazzi. Per le
ragazze adolescenti la poca fortezza ha le sue conseguenze soprattutto
nell'àmbito del rapporto con il gruppo degli amici e delle amiche;
tutta l'impalcatura di cose giuste e intellettualmente condivise si
misura con l'accettazione del gruppo. La pressione dell'ambiente è
tanto maggiore quanto limitata è l'esperienza dei contrasti avuti fino
a quel momento, quanto meno si è abituati alla realtà ardua. Quanto più
debole sarà la ragazza tanto più si adeguerà alle richieste
dell'ambiente che trovano un'eco nella sua volubilità di adolescente.
Da qui derivano gli atteggiamenti di tante ragazze che devono
"essere e mostrarsi emancipate" (cfr P. P. Donati, op. cit.,
p. 37), e spacciano per emancipazione la propria incapacità di non
allinearsi alla massa.
Forniamo
un ulteriore esempio di "adeguazione obbligatoria" a ciò che
fanno tutti, che sfiora la schiavitù: "Secondo dati forniti da
Newsweek, negli Stati Uniti più di 30 milioni di donne e 18 milioni di
uomini si sottopongono a diete. La moda non perdona: il 75% delle donne
tra i 18 e i 35 anni ritengono di essere troppo grasse anche se, dal
punto di vista medico, solamente il 25% di esse ha un sovrappeso"
(citiamo la rivista Nuestro tiempo, XI/92, p. 45). Per i ragazzi,
invece, un effetto della limitata formazione alla fortezza è il poco
senso dell'umorismo con cui recepiscono realtà dure e
"cattive". L'ambiente del tifo calcistico, per esempio, così
ridicolo nell'imitazione di modelli di "durezza" maschile,
diventa serio, virile, originale e simpatico. Ma anche teschi e patacche
dei vari "metallari" ostentano una durezza da film dell'orrore
che dovrebbe provocare un certo humour; in molti troviamo invece spirito
di emulazione.
Per
evitare che qualche ragazzo arrivi a voler imitare tali modelli bisogna
restituire l'umorismo perduto; l'unico modo di riuscirci sta nel
presentare il vero dolore e il vero male. I presunti cattivi e i
presunti "orrendi" che troviamo in giro sono bambini mal
cresciuti; non conoscono il vero dolore, la vera sofferenza, la
malattia, la morte. Chi vuole educare deve presentare situazioni di vera
necessità e vera sofferenza per preparare e possibilmente risolvere in
anticipo i problemi; chi ha provato a seguire un malato grave, chi ha
aiutato un handicappato, chi ha provato a essere utile a persone
anziane, è molto meno sensibile alle "durezze-fortezze" da
stadio e alle imitazioni di cantanti rock che ci sono in giro. Il motivo
è ovvio: ha visto durezze e sofferenze vere, e riconosce la differenza
che c'è tra queste fortezze da circo e quelle di fronte al male vero.
La morte vera non è quella dei fumetti di violenza splatter e dei film
dell'orrore che vedono i presunti duri e trasgressivi; è molto più
"normale" e consueta, a volte anche eroica, rispetto a quella
vista negli spettacoli dai "duri".
Questo
tipo di educazione ha spesso anche un altro effetto: togliere alcuni
eccessi nel rifiuto dell'autorità che c'è in qualche adolescente.
Anche alcune situazioni di ribellione esasperata manifestano, in fondo,
l'infantilismo di chi i problemi reali non li ha mai visti; come
conseguenza rimane scandalizzato dai mali e dai difetti, pur reali ma
piccoli, che vede attorno a sé. un radicalismo nutrito d'infantilismo.
necessario
sottolineare il dovere dei genitori di porre i figli in condizione di
essere forti. Se c'è qualcosa da dare ai figli sono proprio le virtù;
e le virtù non sono oggetto di una acquisizione meramente
intellettuale. Dando loro fortezza si evitano le "gaudenti
tristezze", l'"edonismo tragico" di molti. Come esempio
di tali "pessimismi edonisti" riportiamo l'affermazione fatta
alla televisione da un frequentatore di discoteca; alla domanda
"perché vieni qui", risponde raggiante: "Perché qui non
si pensa a nulla". Affermazione che ricorda da vicino la
considerazione che Lorenzo il Magnifico riserva alla giovinezza
"che si fugge tuttavia"; e al domani, di cui "non c'è
certezza". Si tratta di chi, con un terribile pessimismo, non vuole
vedere e pensare; non vede per non vedere l'incertezza, il male, il
dolore, che percepisce poco realisticamente pervadere il mondo. Si è
felici in discoteca perché non si pensa: pensare mette davanti agli
occhi la realtà, e ciò non è affatto lieto. Tale pessimismo potrebbe
essere chiamato il brusco risveglio dell'adolescente che, ignaro delle
durezze dell'esistenza, se le è viste piombare tutte addosso nel
momento in cui si è staccato dalle gonne materne. In questo
pessimistico risveglio manca il realismo di chi comprende senza traumi
che le difficoltà esistono e che, piano piano, con la sua maturazione,
riuscirà a vincerle.
Una
digressione: iniziativa & originalità
Nelle
pagine precedenti abbiamo intravisto alcuni concetti paralleli a quello
della fortezza; concludiamo evidenziandone uno: il possedere una
personalità, l'essere originali. Anche questa qualità -- così
apprezzata -- è collegata ai temi trattati. forse logico chiedersi:
qual è la connessione tra tale qualità e la formazione alla fortezza?
Ci sembra che in parte quanto abbiamo accennato sul materialismo pratico
aiuti a coglierla: il bambino saturato nei propri desideri diventa
abulico come tutti gli altri. Ma in generale la connessione tra i due àmbiti
passa attraverso il tipo generale di educazione che la formazione alla
fortezza presuppone necessariamente: cioè l'educazione familiare come
contrapposta all'educazione attraverso i modelli collettivi, i mass
media, e il gruppo dei coetanei come unico educatore.
L'educazione
tradizionale prevedeva uno speciale ruolo della famiglia che, cosciente
di avere il compito non di dispensatrice di beni ma di
"formatrice", aiutava il bambino a moderare i desideri
facendogli così acquisire le relative qualità umane. Ne derivava
un'educazione e dunque una personalità caratterizzata da quella dei
genitori; ne derivavano anche degli scontri con i genitori stessi, perché
la maturazione è un processo che unisce la nascita e l'affermazione
della propria personalità a un certo scontro con quella dei genitori.
La
situazione attuale è più caratterizzata da una concezione della
famiglia opposta a quella descritta; per questo essa non insegna a
moderare degli impulsi e, come conseguenza, neanche permette al figlio
di acquisire delle virtù. Tale famiglia lascia il figlio in balìa dei
suoi desideri e di chi quei desideri è in grado di controllare e di
stimolare. Quando poi arriva il momento dell'adolescenza tale famiglia,
laddove ancora è unita (purtroppo oramai il fatto non è scontato, e
dove non c'è più l'unità familiare quello che diremo di seguito si
realizza in maniera totale), rischia di affidare l'educazione del
figlio, al momento in cui questi reclama una propria libertà, al mondo
dei coetanei e alla principale modellatrice di coetanei che è la Tv.
Tutto ciò avviene ben prima che il figlio abbia acquisito una
personalità matura e relativamente autonoma. L'influsso del gruppo dei
coetanei, quindi, condiziona perché non è un'azione su un soggetto
maturo, in grado di reagire, o che in ogni caso trova altrove i suoi
valori; per questo si creano dei condizionamenti profondi. La
massificazione che ne deriva è totale.
Per
questo di fronte al papà ci si poteva ribellare, e di fronte ai modelli
proposti in quei tempi -- in cui l'educazione dipendeva dalla famiglia
-- c'era una condivisione o un rifiuto (anzi un pizzico di entrambe le
reazioni). Oggi si scopre, a volte, l'assenza di una vera ribellione
adolescenziale verso i genitori: di fronte a una famiglia che non vuole
formare ci può essere al massimo uno scontro concreto su di un bene
negato. Per il resto, qualche volta è la mamma stessa che chiede
consiglio e manifesta i suoi problemi ai figli, che non la vedono come
educatrice, ma come adolescente cresciuta.
Questo
modo di impostare i rapporti familiari ha anche influenzato lo stesso
ambiente sociale. I tempi delle famiglie desiderose di educare erano
anche i tempi delle ideologie e delle ribellioni (e, purtroppo, anche
del violento scontro ideologico). Ora non sembra che di fronte al
modello proposto dalla Tv -- e all'accettazione da parte del gruppo dei
coetanei -- ci possa essere un atteggiamento critico. Non si condivide
più, come anni fa, un'ideologia in maniera intellettuale; ci si
"adegua". La ribellione, poi, sembra pressoché impossibile.
Adesso, se esiste una possibilità di opporsi alla mentalità dominante,
questa opposizione non è un'ideologia contraria; comportarsi e pensarla
diversamente è possibile solo nel senso di essere un
"asociale", un fallito. esperienza comune dei genitori che
attualmente i ragazzi non pensano in maniera diversa rispetto alla massa
senza il dubbio di essere "strani".
Passando
davanti a un'università qualche mese fa ho avuto l'occasione di vedere
alcuni ragazzi che propagandavano un corso sul pensiero marxista; uno
sguardo a loro e un'occhiata agli altri faceva sorgere spontaneo un
paragone con gli anni "lontani" della contestazione. I
passanti non si potevano distinguere come allora in coloro che li
guardavano bene -- gli studenti che condividevano l'ideologia -- e in
quelli -- i "nemici di classe" -- che li osservavano
minacciosamente. Tutti passavano oltre con lo stesso atteggiamento di
fastidio che si ha di fronte a qualche barbuto predicatore di religioni
orientali. Il mondo si divide in due: coloro che si danno da fare per
riuscire, i "vincenti" -- e questo volevano essere gli
studenti che ignoravano la propaganda --, e gli "instabili",
che cercano sicurezze in strane religioni o filosofie, e a questo erano
equiparati i marxisti.
Appare
con meridiana chiarezza la sempre più perfetta e completa acquisizione
-- acquisizione totalmente acritica -- di tutti i modelli collettivi. Il
motivo principale è che non esiste più un uomo maturo che condivide (o
rifiuta) una qualsiasi serie di ideali proposti da altri: ci troviamo di
fronte a una personalità non ancora matura che si adegua a quello
"che fanno tutti". E non si capisce come potrebbe non
adeguarvisi, visto che tali ideali gli vengono imposti prima che egli
abbia raggiunto quella maturità che permetterebbe una reazione critica.
La pubblicità è scesa sempre in più in basso rispetto all'età dei
possibili clienti. Volendo esemplificare, potremmo dire che le ideologie
di qualche decennio fa erano condivise come un ideale intellettuale;
adesso il modo-di-fare-di-tutti agisce come la moda. Chi non si atteggia
come fanno gli altri è come chi si veste fuori moda: non ha filosofie,
ideologie distinte. un tipo strano diverso da tutti; ed è diverso nel
senso di "asociale" -- cioè incapace di stare con gli altri
--, non di "nemico di classe", di "cattivo".
strano
come autori diversi abbiano condiviso la preoccupazione per il pericolo
presente in questa adeguazione perfetta e "immatura" che
toglie ogni spirito critico creando la massa. Citiano alcuni brani di un
arrabbiato contestatore come H. Marcuse, il quale, dal suo punto di
vista ovviamente (che è quello di chi vuole favorire la contestazione a
ogni costo), percepisce -- già nel 1963 -- la fine di ogni rivoluzione
giovanile come frutto della massificazione e rimpiange -- a suo modo --
l'educazione familiare precedente: "Le costrizioni e il
comportamento socialmente necessari non vengono più appresi [...] nella
lunga lotta contro il padre (come succedeva quando funzionava la
famiglia) [...] ma prima ancora che l'Io sia effettivamente formato come
soggetto personale e relativamente autonomo [...]. Tali cambiamenti
restringono lo spazio vitale e l'autonomia dell'Io preparando il terreno
per il sorgere di masse" (L'obsolescenza della psicoanalisi, in
Cultura e società, tr. it., Torino 1969, p. 227). Tra gli autori più
equilibrati che hanno ripreso la tematica si segnala soprattutto R.
Buttiglione, La crisi della morale (Roma 1992).
Ed
è anche stupefacente come la conseguenza di tali situazioni non sia
visibile solo agli specialisti, ma sia sotto gli occhi di tutti: una
generazione di contestatori a oltranza ha generato una generazione di
irrimediabili conformisti. Solo una buona educazione familiare riesce a
dare quella originalità, quella capacità di essere sé stessi, di
essere -- anche se sembra strano -- ribelli, che oramai è sparita. Che
un figlio non si ribelli al padre o, meglio, che si ribelli soltanto
perché "non gli si è comprato" qualcosa, non è di per sé
un indice chiaramente positivo sulla riuscita dell'educazione.
"Tutti abbiamo provato moti di ribellione nei riguardi degli
adulti, quando cominciavamo a formarci autonomamente un criterio; e
tutti, man mano che passavano gli anni, abbiamo anche capito che i
nostri genitori avevano ragione in tante cose" (Josemaría Escrivá,
Colloqui, n. 100). Viene alla mente l'affermazione secondo la quale la
religione è la più grande ribellione dell'uomo che non vuol essere
considerato una bestia.
Quanto
stiamo dicendo va oltre il desiderio di formare personaggi originali,
dato che "originali" vuol dire anche "attivi"; chi
si forma in maniera diversa dalla massa ha originalità e capacità di
atteggiarsi non in maniera predeterminata di fronte alle situazioni. in
grado di agire sulla realtà secondo propri schemi, di adeguarsi a
situazioni nuove e imprevedibili; ed è indubbio che nell'attuale società
molti -- a cominciare dai datori di lavoro -- cercano delle persone,
prima di tutto, attive.
Chi
è più adatto & chi è normale
Abbiamo
fatto cenno alla questione o, meglio, al paralogismo della "campana
di vetro". Un ulteriore paralogismo si percepisce nell'ambiente
familiare rispetto all'educazione dei figli; "L'educazione e la
vita cristiana che si insegnano in famiglia sono abissalmente distanti
dai valori proposti dalla società contemporanea; colmare questo divario
è molto difficile, e i ragazzi si trovano a realizzare un passo
estremamente difficile nel momento di scegliere in prima persona la
propria maniera di vivere". Proporre certi ideali non è rendere la
vita troppo difficile?
Dietro
a questa prima questione c'è anche una domanda sulla famiglia:
"Qual è la famiglia che prepara meglio a tale società?".
La
prima considerazione coglie una profonda verità e la mescola con una
superficiale visione di un suo aspetto. Evidentemente la società non è
retta da criteri cristiani; ma si può risolvere il problema cercando
una via di mezzo tra gli ideali cristiani e la realtà sociale? Detto in
una maniera più provocante: chi vive meglio in questa società? Gli
"integrati" (per chiamarli in qualche modo) o i cristiani, così
"diversi"?
La
risposta è certamente difficile, ma non è neanche quella ovvia che si
potrebbe dare: "Naturalmente vive bene nella società chi più
realizza gli "ideali" della stessa". L'uomo prodotto
dalla società attuale non è il giovane spregiudicato e vincente, ma
l'annoiato, il sazio, il passivo. Il vero riuscito, colui che non è
"asociale" ma neanche abulico o squilibrato, lo è non perché
perfettamente adeguato, ma in quanto possiede dei valori umani che gli
consentono di evitare le conseguenze negative della società opulenta.
Detto
questo ritorniamo al discorso di fondo: chi è il più adatto alla
società contemporanea? Non chi condivide a livello meramente
intellettuale la dottrina cristiana, ma neanche il non cristiano
perfettamente integrato. Il problema dei valori che permettono di
muoversi bene nella realtà "agonistica" della società dei
consumi è ben più complesso di quel che sembra. Per esempio, è più
adatto un figlio di separati o un figlio di una famiglia unita?
Certamente il figlio di separati è più "sveglio": ovviamente
ha dovuto svegliarsi prima di fronte alla tragedia familiare; ma è
anche profondamente insicuro, dato che non è sicuro neanche
dell'affetto del padre per la madre e viceversa. più adatto il figlio
unico o il membro di famiglia numerosa? Di per sé, il ragazzo con
fratelli ha più esperienza dei piccoli conflitti con i fratelli; e ciò
facilita l'equilibrio di fronte ai problemi.
Sono
considerazioni non certo definitive, perché la risposta vera sarebbe:
è più adatta la persona con più qualità.
certamente
vero, comunque, che sembra diventato obbligatorio dare un'immagine di sé
necessariamente contraria all'ideale tradizionale di moralità:
"Ogni pensiero lineare e normativo [...] diventa non-concepibile
prima ancora di essere difficilmente praticabile" (P. P. Donati,
op. cit., p. 35; la citazione, ispirata a un libro di N. Luhmann, si
riferisce direttamente alla vita di coppia e fotografa una realtà di
alcuni anni fa; tuttavia mi sembra che non perda un suo valore se
riferita alla situazione più generale). Bisogna mostrare che se si fa
una cosa buona ciò avviene non per un'adeguazione acritica; più
ancora, dev'essere evidente l'originalità nel modo stesso di farla. Ma
questo non equivale ad avere un criterio positivo del tipo: basta dare
un'immagine amorale di sé per essere graditi. difficile, quindi, capire
come bisognerebbe proporsi per essere apprezzati, e questo secondo i
modelli della società stessa.
Una
risposta su che cosa "funziona" meglio, però, queste brevi
riflessioni in qualche modo la danno: non è l'essere cristiano a
costituire un handicap; ciò che sicuramente risulta negativo, invece,
è la poca esigenza formativa (un fatto certamente né cristiano, né
anticristiano) verso i figli. Si potrebbe forse spingersi un po' oltre:
ciò che crea problemi è proporre a livello intellettuale dei modelli
che contrastano col modo di vivere della società dei consumi -- come fa
ogni cristiano --, ma nella pratica non viverli. Ed è questo il vero
errore, in quanto si afferma di non condividere dei modelli propri della
società opulenta, ma non si ha il coraggio di vivere portando la croce
di Cristo. Si finisce per presentare quanto di più duro offre la vita
cristiana -- i comandamenti -- senza offrire la virtù che li esige, ma
dà loro anche il senso e, qualche volta almeno, un motivo per essere
apprezzati. Oltretutto, si propone l'obbiettivo al figlio, ma non gli si
dà la capacità di raggiungerlo.
il
contrario di quello che fanno i propagandisti (o, meglio, i venditori)
di modelli di vita laicisti; propugnano un ideale di uomo originale e
attivo. Ma è questo il risultato della società in cui viviamo? Abbiamo
invece parlato del tipico prodotto della società attuale come del
bombardato da miriadi di sensazioni, l'intontito, il passivo, il saturo,
l'abulico, frutto della società postmoderna che sostituisce i bisogni
con i desideri (per una considerazione generale sul moderno e sul
modello antropologico postmoderno si veda il breve riassunto di G.
Morra, in Il quarto uomo, Roma 1992). una conseguenza del trasformare
l'uomo in un animale da alimentare e sovralimentare. Una piccola nemesi
storica di una società in cui regna il dio-quattrino a cui dobbiamo
anche aggiungere la tendenza costante alla preoccupazione. Anche da
questa "nemesi storica" il cristiano vero dovrebbe essere
libero.
Riassumendo
queste considerazioni: si crea uno iato tra il modello della famiglia
cristiana e la società in cui un adolescente entra, perché tale
differenza certamente sussiste nei modelli proposti dalle due realtà,
ma -- e molto di più -- perché gli ideali cristiani sono
inconsciamente ma tangibilmente sostituiti da pratiche non cristiane.
L'adolescente percepisce il divario tra i due ideali opposti (faremmo
meglio a dire "tra gli ideali cristiani e quello-che-fanno-tutti"),
ma -- e molto più acutamente -- coglie la propria debolezza, frutto di
un'educazione cristiana solo a parole; può anzi arrivare al limite di
condividere gli ideali pseudocristiani privati della croce,
"addomesticati" (una superficiale etica del "volersi
bene" e voler bene ai più deboli), ma percepirli come un ripiego
per chi non vince nella "corsa" per divertirsi, e per essere
un leader dei coetanei. "Quello che dicono papà e mamma valeva per
i loro tempi, ma adesso vale soltanto per i perdenti".
Bisogna
superare anche un ulteriore errore: pensare che formare alla fortezza
significhi rendere la vita dura. La persona forte sa che la vita è dura
di per sé, ed è così forte da non preoccuparsi troppo di fronte alle
difficoltà. Oltretutto non si lascia imporre le brutali esigenze di una
società che -- dopo aver promesso il benessere e la sicurezza -- rende
sempre più insicuri e a volte finisce per esigere sacrifici umani
sull'altare del successo e dell'accettazione da parte degli altri (le
cure e le operazioni dimagranti, con gravi conseguenze sulla salute; i
prodotti per il body building -- anabolizzanti, ecc. -- con effetti
collaterali...). Speriamo che quanto abbiamo scritto serva, perlomeno, a
liberare da tanti presunti doveri.
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