| Dr. Raffaele D'Errico medico-chirurgo specialista in pediatria |
|
|
| educazione sessuale |
|
|
|
|
![]() |
PRINCIPI
DI EDUCAZIONE SESSUALE IN FAMIGLIA |
||||||||
|
EDUCARE OGGI |
Relazione di P. Maurizio Faggioni, Medico, Pedagogista, Insegnate di Morale | |||||||||
|
|
||||||||||
|
L’educazione sessuale è essenziale fin dall’adolescenza, perché i bambini sono bombardati da messaggi o erotici o erotizzanti. In un’epoca di costumi liberalizzati, i bambini osservano comportamenti non immediatamente comprensibili e hanno bisogno di risposte. La famiglia deve prevenire il fatto che il bambino trovi altrove delle risposte e, se non conosce bene i programmi didattici, rischia grosso a delegare questo compito alla scuola.
I bambini, nell’educazione affettivo-sessuale, sono coloro i quali dettano i ritmi dell’educazione stessa, ne sono i segnatempo, in quanto stimolano i genitori a rispondere alle loro domande a seconda della maturazione conseguita. Dunque il genitore accorto è quello che dà al bambino ciò di cui ha bisogno in quel momento.
Occorre sempre rispondere alle domande dei bambini, nella misura della loro richiesta, perché si deve rispettare il loro bisogno di sapere e di conoscere.
I bambini che hanno scoperto le informazioni sessuali tutte insieme ne subiscono un’educazione squilibrata. Esistono varie fasi di crescita ed a esse corrispondono delle domande dai caratteri tipici. Fino ai 6-7 anni, ad esempio, riguardano se stessi e il proprio passato: «Dov’ero prima di nascere? Perché?». Tra i 7 e i 10 riguardano se stessi e il proprio avvenire: «Come nascono i bambini? Cosa avviene prima? Fa male il parto?» Alle bambine occorre spiegare il “senso” del mestruo prima del menarca, chiarir loro che accadrà qualcosa: «Il tuo corpo sta mutando... Avrai perdite di sangue... Ci sarà però molta gioia» Preparandole nel tempo, al momento della prima mestruazione si potrà dir loro: «Vedi? E’ arrivato il momento». Sarà un’emozione, ma non una novità sconvolgente. A 10 anni una bambina deve sapere ciò che le accade.
Entro i 2 anni e mezzo il bambino scopre di essere maschio o femmina e l’educazione pesa su questa fase. Cosa fa capire al maschio di essere maschio e alla femmina di essere femmina? Le esperienze che fanno, il modo in cui sono toccati, il modo in cui si parla loro, i giochi, l’abbigliamento, il taglio dei capelli. Percezione dell’identità di genere è la percezione di esser come la mamma, come il babbo. A questo punto il bambino/a incomincia a chiedere, dopo aver scoperto di essere maschio o femmina, la propria fisiologia. «Perché io faccio la pipì in piedi e lei no?» Sbagliato rispondere «Perché tu hai il pistolino e lei no», in quanto si provocherà “l’invidia del pene” (la bambina pensa che lei non ce l’ha). Giusto, invece, dire «Perché siete diversi: lui ha il pistolino, lei il buchino». Mai usare espressioni come «brutto», «sporco», «cose che non stanno bene», «se ti masturbi ti cade o diventi cieco». Il concetto di riserbo si può facilmente e fatalmente trasformare nell’idea di “sporcizia”. Invece, il bimbo, nudo, va giustamente fiero del suo corpo. Deve però imparare che non è manipolabile su quello del genitore, su quello degli adulti. In caso contrario si rischia la mancata identificazione col proprio sesso. Questo è il motivo per cui non si danno bambini alle coppie omosessuali: è il bambino che ha diritto alla famiglia, non il contrario; è lui il soggetto debole. Questo è il motivo per cui è disdicevole assegnare un bambino a un single o a una single. Si diventa “grandi”, infatti, attraverso il rapporto con entrambi i genitori. Nella preadolescenza, le bambine tendono a instaurare un rapporto più morboso col babbo, ad assumere atteggiamenti particolari. La figlia che si incunea tra madre e padre è un prolungamento del “rapporto edipico” fuori dal tempo giusto. Ecco perché il tipico “infilarsi nel lettone” dev’essere un atteggiamento da eliminare al più presto. I figli hanno una propria vita: occorre farli crescere e poi “proiettarli” all’esterno. I padri devono essere affettuosi, non teneri; i genitori non devono essere eternamente accondiscendenti, perché si entra in una “trappola”. Dai 6 anni in su è tipico il “toccarsi”. L’atteggiamento migliore da assumere è quello di distrarli. La masturbazione pur non del tutto negativa, non può essere un comportamento permesso dai genitori, perché è segno di immaturità. Solo più tardi, però, sarà possibile spiegare al bambino l’immaturità del gesto, fargli capire che da grande non lo farà più, ma sempre in maniera tale da non provocare traumi. Convivenza bambini-bambine: oltre i 2 anni di età è fondamentale, fino ai 9-10 anni, quando c’è la fase di “segregazione naturale”, in cui il bisogno di propria identità è forte (iniziano prima le bambine) e risulta evidente la percezione che gli altri sono diversi. L’interesse verso l’altro sesso cambia e diventa piccolo flirt, piccolo amore. E’ il classico periodo in cui le bambine diventano “stupidine”, ma è una fase fondamentale per loro, in quanto si identificano in un “ruolo sociale”. Non è più “gioco”, ma un “voglio essere come te”. In questo periodo le relazioni con l’altro sesso non vanno impedite, ma vigilate; alcuni valori e contenuti assumono qui particolare importanza. Ecco alcuni concetti da non dimenticare.
Tornando all’argomento masturbazione, se essa nell’adulto è “peccato”, nel bambino costituisce una presa di confidenza col proprio corpo. E’ certo fonte narcisistica, forma di egoismo massimo, ma non dev’essere penalizzata, in quanto situazione transitoria. Nell’adulto, invece, è di solito la risposta a problemi sessuali, a limitazioni, a disistima, a senso di solitudine, la possibilità di passare da un mondo difficile a un mondo immaginario.
Far finta di nulla, quando i bambini sono piccoli, oppure definirle “poco educate”, “dialettali”. In età più avanzata spiegare che si tratta di riferimenti sessuali, e che dà noia sentirli (sensibilità verso l’altro). Certo, se in casa gli adulti le usano normalmente...
Riguarda il 4% dei maschi e il 2% delle femmine. Poiché padre e madre sono fonte di sicurezza assoluta, se un genitore vale poco, il figlio cerca un sostituto... Quando i problemi omosessuali cominciano ad essere gravi (atti sessuali dopo i 14 anni) serve una “terapia di sostegno”. Ma al di là di questo problema, occorre che i genitori si preoccupino quando i bambini (tra i 3 e i 14 anni) non parlano di sesso, quando gli adolescenti non parlano di sesso: qualcosa, infatti, non và.
Non bisogna parlare ai bambini dei pericoli che corrono in maniera vivida (esprimendo, cioè, con chiarezza in che cosa consiste), perché possono anche volerla mettere in pratica, essere seduttivi. Occorre parlarne astrattamente. «Non andare mai con persone sconosciute» è un invito corretto. E alla domanda «Perché?», non rispondere con «Perché no», ma ad esempio con «Perché non tutte le persone che si incontrano sono come i nostri amici».
Infine un appunto sulla “forza dinamica delle immagini” da cui occorre particolarmente diffidare. Grande è la differenza tra la violenza di immagini narrate (la fiaba) e quella di immagini viste (la tv). Il bambino non riprodurrà mai il cacciatore di Cappuccetto Rosso, ma lotterà e imiterà i gesti di violenza visti in televisione. Evitare, dunque, che assistano a queste immagini. BIBLIOGRAFIA CONSIGLIATA Raffaele Mastromanino: “Prendersi cura di sé per prendersi cura dei figli”. Alessandro Manenti: “Hanno ancora bisogno di noi” (EDB editore) SUSSIDI PSICQ-PEDAGOGICI MINIMIVita di coppia
V. Albisetti -
Amore. Come state insieme tutta la vita, Paoline, Cinisello Balsamo 1991 Figli A.Manenti - Noi per loro (bambini 0-10 anni), Dehoniane, Bologna 1997 (piccolo, ma utile) A.Manenti - Hanno ancora bisogno di noi (11-19 anni), Dehoniane, Bologna 1997 (idem) R. R. Mastromarino - Prendersi cura di sé per prendersi cura dei figli. LDC, Leumann 1995 (complesso)
|
||||||||||